Archive for December, 2013

December 29, 2013

Nanni Falconi e i redentori falliti

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Mettiamoli pure in fila i nostri eroi non violenti, i nostri “redentori”.

Cominciamo pure da Gesù di Nazareth, tanto, abbiamo voglia di negarlo!

Gandhi non può mancare, ovviamente.

E Martin Luther King, dove lo lasciamo?

E, last but not least, Nelson Mandela.

Tutta gente che ha liberato se stessa dal male, dalla violenza, ma che non è riuscita a fermare né il male, né la violenza al di fuori di se stessa.

Tutti morti ammazzati, tranne Mandela, che siamo riusciti a salvare tutti insieme.

Questi redentori, se andiamo a vedere, si sono liberati dal male, allo stesso modo di come una lucertola minacciata si libera dalla coda.

La coda continua ad agitarsi per molto tempo, anche se staccata dal corpo.

Pensate a Mandela: ha salvato la propria anima, ha salvato le nostre coscienze di occidentali, ma non ha salvato il suo popolo dalla miseria e dall’apartheid economico.

Il male vive di vita propria, usa gli uomini per riprodursi e gli uomini, dal canto loro, fanno quello che possono.

Alla schiera di questi redentori buoni solo a redimere se stessi,  e soltanto attraverso il  sacrificio di se stessi, possiamo aggiungere Bachis Serra: il “buono” di Su cuadorzu.

Nanni Falconi fa i conti con il culto cristiano e post-cristiano della vittima: quello che è stato esibito spudoratamente ai funerali di Mandela, tanto per capirci. Cercatevi in Sardegnablogger il commento di Marco Zurru, dopo la morte di Mandela.

Bachis Serra porge sempre l’altra guancia–almeno così crede lui–ma il mondo di persone in carne ed ossa, intorno a lui, interpreta il suo gesto come il porgere del culo.

La non-violenza di chi non conosce le cose del mondo, di chi non ha imparato a convivere con il male che è dentro ciascuno di noi, serve solo a essere ricordati come “santi” dai pochi sopravvissuti.

Il mondo è degli uomini che fanno quello che possono, un po’ alla volta, con tanta pazienza, ma senza negare di avere, anch’essi, il male dentro di sé e che il male lo usano, all’occorrenza, per farsi rispettare.

Il mondo è di Pedru Soro, il vero eroe del libro.

Di Bachis Serra è il regno dei cieli.

Per Chicheddu Serra e tutti gli altri di Orioli, c’è solo l’inferno in terra.

A proposito, dov’è Orioli?

 

 

 

 

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December 20, 2013

Dei delitti e delle penne

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“Il mio è più lungo del tuo!”

Noi maschi ci siamo passati tutti.

Molti, da quella fase, non ne sono mai usciti.

La smania di arricchirsi di molti maschi viene da lì.

“Il mio (conto in banca) è più lungo del tuo.”

E siccome non è elegante sventolare la gigantografia del proprio proprio estratto conto–come non è neppure molto elegante tirar fuori l’uccello dalla braghetta quando ci presentiamo a qualcuno–la gente si è inventata gli status symbols.

Ora, diversi amici mi hanno rimproverato la volgarità della mia trasformazione delle penne Mont Blanc in vibratori, elettrici o con motore a scoppio: https://bolognesu.wordpress.com/2013/12/17/pene-mont-blanc/

Ma cosa è una penna Mont Blanc se non la metafora di un lungo conto in banca?

E cosa è un lungo conto in banca–tranne che per Rocco Siffredi–se non la metafora di un pisellino breve, o almeno più breve di quello di qualcun altro?

Nella vita dei maschi c’è sempre il trauma dell’incontro/confronto con l’uccello mostruoso di un José Arcadio Buendía.

Un condor, uno struzzo, in confronto al nostro passerotto!

Passer mortuus est meae puellae…

E nau deu ca si nci morit biendi cussa specia de anaconda.

De sa spramma…

E allora dai a compensare.

Le dimensioni del pisello sono geneticamente date: chi non ne ha non se ne può dare.

Ma il conto in banca può crescere all’infinito.

Ecco da dove nasce l’idea che l’economia debba crescere all’infinito, anche davanti all’evidenza della limitatezza delle risorse.

Il futuro dell’umanità in balia delle ciccioline…

Ma non è elegante sfoderare l’estratto conto, per non parlare della lelledda rachitica…

Molti anni fa sono andato a un colloquio di lavoro.

Di fronte a me avevo il direttore della filiale sarda di una casa editrice italiana.

Aveva l’orologio sopra il polsino della camicia, come Agnelli, ma lui non soffriva di allergia ai metalli, come Agnelli.

Non ho guardato la marca dell’orologio, ma ci aveva più oro addosso di quanto ne mettano alla Maddalena nella processione della settimana santa di Iglesias.

Un’altra lelledda rachitica, insomma.

Ma ancora più bello è regalarli, gli status symbols.

Rubarli per regalarli poi è il massimo.

In fondo si tratta di mentine in confronto a quello che guadagnano–potrebbero benissimo pagarseli da soli–ma dove la metti la goduria che ti da il potere di investire un altro con il titolo di “cavaliere del malaffare”?

“Sei uno dei nostri!”

Devono essersi sentiti come dei re che investivano i cavalieri poggiando loro la spada sulle spalle.

“Comandare è meglio che fottere”, no?

La consegna della Mont Blanc come rito iniziatico e la sua esibizione come messaggio in codice agli altri: “Io sono un figlio di bagassa titolare”.

Una Mont Blanc come compensazione della lelledda rachitica.

Adesso vi ho spiegato la barzelletta.

 

December 18, 2013

Querele e autocensura

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Quando ho compiuto 60 anni, un vecchio amico olandese–uno dei primissimi–ha detto: “In fondo è un miracolo che sia arrivato a questa età!”

Ma il vero miracolo non è questo–mia mamma era bruscia e mi ha sempre fatto sa meixina de s’ogu pigau– ma è quello che io sia arrivato a questa età senza che nessuno mai mi querelasse.

Perché non dovete pensare che io abbia cominciato a fare queste cose–tipo i vibratori Mont Blanc per le mogli dei consiglieri regionali e quello turbo per Francesca Barracciu–solo adesso che sono in Olanda, protetto da leggi democratiche e civili che tutelano la libertà di espressione.

Appunto, cari querelatori, il reato l’ho commesso qui!

Avete voglia di appellarvi alla vostra legislazione parafascista!

Infatti io manco vicino mi voglio agli scrittori satirici olandesi: in confronto a loro sono una mammoletta.

Querelatemi: mi giudicheranno i giudici di un paese civile.

Ma queste cose io le ho sempre fatte, incumentzendi a pipiu.

Adesso non sto qui a vantarmi,  non solo non conosco la galera, ma, tranne la condanna per renitenza alla leva, “mai tentu cosa de fai cun sa giustitzia”!

Eppure di gente già ne è passata: da certi sindaci di Iglesias, all’allora vicepresidente del consiglio Martelli, a Emma Bonino, oggi ministro di qualche cosa.

E lo sapete perché questi signori non mi hanno mai querelato?

Perché io, fatto a ignorante, gli leggevo la vita, ma non violavo mai la legge.

E in Olanda ci sono venuto a 34 anni, dopo una vita passata a fare politica scomoda e a rompere i coglioni ai potenti.

Ieri, e non è la prima volta, diversi amici mi hanno avvertito che ero passibile di querela per il post che ho scritto.

Cazzate, ovviamente.

In quel post parlo di penne Mont Blanc.

Forse perfino sotto il fascismo il post non sarebbe stato censurato.

Eppure, seriamente, diversi amici mi hanno avvertito.

Allora, cari amici cagoni, io la querela la sto cercando.

Perché voglio sapere se la satira in Italia–ma in effetti in Sardegna–può arrivare fin dove arriva in un paese con tanti limiti, ma civile, come l’Olanda.

Finora mi sono arrivate un paio di minacce di querela.

Minacce, ma non dagli interessati.

Minacce da tifosi delle mie vittime.

Le vittime stesse se ne sono guardate bene.

Quale giudice mi condannarebbe per aver chiamato “Trodde” lo scrittore occhialaio?

Quale giudice, a Berlino, mi condannerebbe per aver gridato a Martelli il complimento “Sei più bello di Lori del Santo”?

È vero che io, dall’Olanda, posso permettermi più di voi, ma quello che faccio adesso non è diverso da quello che ho sempre fatto, anche quando ero in Sardegna.

Se la Sardegna è nelle condizioni in cui è, è anche perché voi siete dei cagoni.

La vostra paura non è quella del codice penale, ma quella di tagliarvi i ponti con chi può.

Non si sa mai, annó?

Non sono un moralista.

Non vivo in Sardegna e non sono sottoposto alle stesse pressioni che subite voi.

Posso permettermi tante cose in più.

Infatti in Sardegna facevo il manovale: vi capisco!

Però, ecco, la mia speranza è che–come l’ho capito io nel 1986–anche voi capiate che non avete un cazzo da perdere a dire quello che pensate.

Insomma. amici miei, si tratta anche per voi di emigrare, anche se solo metaforicamente.

Del resto cosa avete da perdere?

Non c’è un cane che sappia come finirà questa tornata elettorale.

Mai come oggi tutto è stato così in discussione.

Quello che non dite voi lo dice–FINALMENTE!–la magistratura: siete nella merda fino al collo.

E voi ancora lì a autocensurarvi?

Ma fadei-si una cagada!

 

 

December 16, 2013

Rivoluzione!

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Sono anni che dico la stessa cosa: per conquistare l’indipendenza-sovranità bisogna conquistare le coscienze della meta dei Sardi, più uno.

E come si fa, in una terra così profondamente colonizzata nella sua cultura?

Decolonizzandola culturalmente.

E naturalmente per fare questo si può solo partire dalla decolonizzazione linguistica.

Come?

Costringendo tutti i Sardi a diventare almeno bilingui, dato che l’italiano è un male inevitabile e dato che, comunque, sapere di più è sempre meglio che sapere di meno.

L’Italiano Scalcagnato di Sardegna sta fagocitando le lingue nazionali dei Sardi, lasciandoci la prospettiva di uno squallido  monolinguismo in una semilingua monca e zoppa, concausa dell’impoverimento/alienazione culturale dei giovani e di una raccapricciante dispersione scolastica con annessa disperante disoccupazione giovanile.

Occorre instaurare un regime di bilinguismo perfetto, come in Catalogna e in Sud Tirolo, modificando lo Statuto della RAS in modo da dare alla Sardegna anche la sovranità sull’istruzione e sui Beni Culturali.

Bisogna costringere i Sardi a conoscere le proprie lingue nazionali, la propria storia e la propria cultura.

Come?

Con la scuola dell’obbligo, è chiaro, così come li si costringe a studiare la matematica e l’inglese.

Un Sardo che abbia letto Su cuadorzu vede il mondo in modo diverso–forse solo un po’, ma diverso–da uno che abbia letto soltanto Accabadora.

Un Sardo che sappia che Eleonora è nata a Molins de Rei (Catalogna,) da madre catalana, guarda alla sua posizione nel mondo in modo diverso da uno che sa soltanto chi era Garibaldi.

Arricchirsi, sapere di più: ecco in cosa deve consistere la decolonizzazione culturale della Sardegna.

Tutte cose già dette: Cosa intendo per rivoluzione linguistica

Tutte cose sulle quali siamo apparentemente tutti d’accordo.

Ma, come ha detto Francesco Cheratzu, est ke sa kistione de su casu fatu (martzu, giampagadu, ecc.). Praxet a totus e totus ddu papant, ma cando si tratat de ddu legalizare, tando incumentzant totus a si tirare a coa: est contras a sa lege, est prenu de baterios, non faxet ca s’EU non bolet.

Tutti i partiti/movimenti indipendentisti-sovranisti hanno la questione linguistica nel loro programma.

Nessuno ne ha fatto il perno del proprio programma.

C’è chi lo dice esplicitamente e chi lo lascia intendere, ma la questione linguistica è considerata da tutti una questione parziale, che si risolverà–come in Irlanda–una volta fatta la rivoluzione/raggiunta l’indipendenza.

Quando la lingua sarà morta, viene allora da dire, come in Irlanda.

Ma anche tralasciando questo aspetto–per noi fondamentale, per loro secondario, parziale–quello che non si capisce è come credano di convertire la metà più uno dei Sardi al verbo indipendentista-sovranista.

Come ho scritto ieri (Borghesia nazionale ), quello che sai influenza non solo il modo di pensare, ma anche il modo di sentire di un individuo.

Come può identificarsi con una Sardegna indipendente-sovrana un Sardo che non conosce la sua lingua e non sa quasi niente della storia e della cultura della sua terra?

Gli basterà un estratto dall’anagrafe a fargli gonfiare il petto di orgoglio indipendentista?

Il “neoindipendentismo” ha intanto raggiunto la venerabile età di una decina d’anni.

Dove sono i risultati elettorali?

Quanti Sardi mancano a quel fatidico 50%, più uno?

E dire che sarebbe stata la questione linguistica–se troppo sottolineata–a dividere il movimento e a far perdere voti: di nuovo, alcuni l’hanno detto esplicitamente, altri lo hanno dato a intendere.

In questi anni, l’indipendentismo-sovranismo si è diviso  con una velocità degna di un batterio e anche quanto a risultati elettorali, finora sono rimasti a dimensioni analoghe.

E tutto questo continuando a considerare la lingua una questione parziale.

Qualcuno ha sbagliato analisi in questi anni, ma non vuole ammetterlo.

Allora ripartiamo da capo: per arrivare all’indipendenza, bisogna conquistare alla causa buona parte della borghesia.

Ma come formare quella borghesia nazionale, il centro della società, senza la quale non si arriva da nessuna parte?

Producendo cultura nazionale, è chiaro.

Quindi l’obiettivo, tattico, ma irrinunciabile deve essere quello di un Istitutu de sa limba e de sa curtura, indipendente dalla politica: A cosa serve un Istitutu de sa limba e de sa curtura sardas .

E naturalmente l’inserimento del sardo fra le materie curricolari di tutte le scuole, nei tempi e nei modi possibili oggi.

Già questa sarebbe una mezza rivoluzione.

Perché la rivoluzione, quella vera, non consiste nel sostituire un gruppo di individui con un altro, ma nel cambiarli dentro, nell’arricchirli con nuove conoscenze e sentimenti.

Chi ci sta a fare questa rivoluzione?

Anche Alessandro Mongili ha rivolto il suo appello alla sua candidata, ma finora non ha ricevuto risposta.

Come at scritu un’amigu: su votu cheret marradu!

Non illudetevi che basti sparare parole roboanti, ma a vanvera.

P.S. In su mentris est essida sa respusta de Kelledda Murgia a Lisandru Mongile: http://www.sardiniapost.it/limba/limba-la-risposta-in-limba-di-michela-murgia/

Bene meda!

December 15, 2013

“Babbo è lontana la Catalogna?”

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La risposta la conoscete: “Zitto e nuota!”

E la Scozia è ancora più lontana.

Gli Irlandesi non vanno più di moda, ora che sono tornati culu a terra, e così nessuno ci propone più Joyce come modello di letteratura “nazionale” scritta nella lingua del padrone coloniale.

Adesso i modelli sono ancora più lontani.

Due nazioni con una forte borghesia nazionale e una fortissima identità.

Ce lo vedete Paolo andare a una cerimonia ufficiale postu de berrita e ragas?

Gli Scozzesi vanno in kilt alle cerimonie.

E non parlatemi degli Scozzesi che parlano inglese, che non sapete di cosa state parlando.

Non parliamo poi dei Catalani, che mi prenderebbero a calci in culo già solo per il fatto di usare la lingua dello stato oppressore in questo blog.

Forse l’economicismo basterebbe a renderci uno stato–vedi l’Irlanda–ma non a renderci una nazione.

Una nazione è fatta di esseri umani legati da simboli, storie, lingua, affetti.

Ma glielo devo spiegare io a Franciscu?

Una nazione può organizzarsi come stato, quando questo diventa necessario, ma uno stato non può trasformarsi in una nazione: vedi l’Italia.

No, ancora non ci siamo…

http://www.castedduonline.it/cagliari/centro-storico/11754/manifesto-del-partito-dei-sardi-cambiamo-l-isola-partendo-dal-fisco.html?fb_action_ids=10151878457028655&fb_action_types=og.likes&fb_source=other_multiline&action_object_map=%5B507410229357998%5D&action_type_map=%5B%22og.likes%22%5D&action_ref_map

Di nuovo–e non ditemi che è colpa del giornalista–un vaghissimo accenno all’istruzione:”Il fisco italiano non è adatto alle esigenze della Sardegna, l’inadeguatezza dello stato nazionale in materia di redistribuzione delle entrate e la pressione fiscale hanno impedito dei normali processi di accumulazione della ricchezza che avrebbero garantito sviluppo nella nostra terra. Lo stesso discorso può essere applicato ad altri campi, come quello dell’istruzione e della riscossione dei rifiuti.”

Sedda e Maninchedda non escono dalla loro ambiguità: parlano di stato, ma non ci dico come possiamo diventare nazione.

E non ci dicono nulla su come possiamo ridare un futuro a quel terzo dei ragazzi sardi a cui la scuola italiana non ha niente da offrire.

A proposito: non solo solo i candidati che questi discorsi non li vogliono sentire.

Appena parli di dispersione scolastica c’è il solito tracollo di visite.

E Kelledda che ancora deve presentare il suo programma linguistico.

Ci aveva chiesto tempo.

Il tempo gliel’abbiamo dato.

No, la questione linguistica non vive in questa campagna elettorale, oltre al doveroso accenno che tutti i candidati hanno fatto all’inizio.

Non vive la questione della nazione sarda: come definirla, come diventarlo, come sentirci legati come popolo.

Abbiamo altro a cui pensare, no?

Sesso, Soldi e Rock & Roll?

E voi sognando la Catalogna!

Ma in Catalogna ci vivono i Catalani, non i Sardignoli.

Continuate così e io comincerò a fare campagna per il non voto!

December 14, 2013

Incubi

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Oggi mi sono alzato anche più presto del solito.

Non avevo più voglia di riaddomentarmi.

Ero tutta la notte a incubi.

Ho passato la notte a cercare di salvare Edith.

L’unico che mi ricordo era un trafficante cinese che l’aveva rapita da ragazzina e ora la reclamava.

A un certo punto mi sono ritrovato con una bomba a mano in mano, senza sapere se la sicura fosse già stata strappata.

Mi sono svegliato.

Poi mi sono riaddormentato verso un altro pericolo, ma ho dimenticato quale.

Ieri notte ho smesso di tradurre alle dieci, quando stavo nuovamente cominciando a incazzarmi con Nanni Falconi.

Sono arrivato al punto in cui incomincia la strage, la fine di Orioli.

L’incubo di Niarola è diventato il mio incubo, ma molto più casereccio.

Mitza è rientrata alle 22.07, praticamente puntuale.

Ieri, per la prima volta mi ha lasciato cenare da solo.

È uscita con il fidanzatino.

Loro sono andati al cinema e poi hanno mangiato shushi, anche se a lui non piace.

Spero che Mitza abbia imparato da Edith come si fa, e non da Karijn.

Io avevo messo su il brodo–avevo della carne di capra nel congelatore–che le piace molto, ma Mitza, quando ha finito i compiti, mi ha detto che usciva con Hibbe.

Non mi ricordo nemmeno se mi ha chiesto se poteva.

È giusto così.

Ho mangiato davanti al computer e poi ho ripreso a tradurre.

Sto per finire e non vedo l’ora di finire.

Spero che gli Italiani scoprano il lavoro di Nanni, anche se contemporaneamente questo significherebbe che ce lo portano via.

Ma Nanni non è Kelledda.

Nanni è uno scrittore vero ed è uno scrittore sardo vero.

Comunque ho preparato il piano B.

Appena ho finito la traduzione in italiano propongo a una mia amica molto brava di tradurlo in olandese, poi vediamo quello che succede.

Conosco anche un’editrice e la caporedattrice della sezione libri di uno dei giornali importanti.

Gli proporrò il libro.

Alexandra l’ha già tradotto in tedesco.

Con un po’ di fortuna riusciremo ad aggirare l’Italia.

Non riusciranno a mangiarselo.

 

Se vuoi far crescere il numero di visite al blog, basta fare polemica contro dei Sardi conosciuti.

Oppure cazzeggiare facendo un po’ di non-letteratura per guardoni per bene.

Se vuoi vederle scendere, basta scrivere di dispersione scolastica e di quel 30%  di ragazzi sardi che non hanno un futuro.

Solo Maninchedda, in questi giorni successivi alla pubblicazione della ricerca dell’Unione Sarda, ha scritto qualcosa: “la crisi drammatica della scuola e dell’università”.

Restando al titolo del suo articolo: “Paolo, sei stitico? Prenditi la dolce Euchessina!

http://www.sardegnaeliberta.it/la-pancia-sta-al-water-come-il-cervello-al-sogno/

 

December 10, 2013

Riflessiones de Marcu Pitzalis a subra de dipendentismu e indipendentismu

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http://www.area89.it/post/2011/09/11/Il-Dipendentismo.aspx

Pensamentos interessantes meda de Marcu Pitzalis a pitzos de dipendentismu e indipendentismu.

Ma, issu narat puru: “Gli emiliani possono essere, spensieratamente, perché sono quello che sono. I sardi no. Il problema non è quello dell’identità. Che è robaccia da mercatino dell’usato.”

 

E tando: Marranu, Pitzalis! Beni a sa presentada de su libbru miu, ma chirca puru de ti legher calincuna cosa, innantis de narrer tontesas!

December 9, 2013

Dispersione scolastica e lingua: “Il rapporto non esiste”

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Leggete qua:    http://www.unionesarda.it/articolo/centro_studi/2013/12/04/dispersione_scolastica_e_disoccupazione_giovanile-35-343870.html

L’Unione Sarda presenta la sua ricerca sulla dispersione scolastica in Sardegna.

La ricerca è ovviamente una ricerca giornalistica e si basa quindi su altre ricerche ufficiali.

I giornalisti non possono inventarsi dei dati che nelle ricerche ufficiali non ci sono.

E le conclusioni sono queste:

“Le cause invece si possono suddividere in: scolastiche, extra scolastiche e individuali e la loro interazione può determinare ritardi nei percorsi scolastici o eventi definitivi, come l’uscita anticipata dal sistema scolastico. L’inadeguatezza delle strutture, dei docenti o dell’offerta formativa, oppure la crescita della popolazione scolastica che determina il sovraffollamento delle aule o l’elevata presenza di immigrati (che, se non gestita adeguatamente potrebbe rallentare il ritmo dell’apprendimento), sono da considerarsi fattori interni al sistema scolastico. A questi si aggiungono i fattori esterni, per brevità raggruppati in quattro categorie, che possono influenzare il percorso degli studenti. La prima è economica: si articola con temi come la povertà, l’occupazione e la disoccupazione; la seconda è familiare, declinata come instabilità familiare, basso livello di istruzione dei genitori e carenza di reti sociali; la terza è legata al territorio e ai servizi: in questo caso diventa rilevante la crescita della popolazione, la sua dispersione (nei piccoli Comuni) e la carenza di servizi sociali; infine un’ottica culturale, in cui rileva la contemporaneità di valori sociali contrastanti.

Ci avete capito qualcosa?

Io capisco soltanto che né qui né altrove si parla di questione linguistica.

Vedete anche questo documento: http://www.sardegnaprogrammazione.it/documenti/35_84_20120201110942.pdf

Non esistono studi in cui si menzioni la discrepanza tra l’italiano che la scuola pretende che i ragazzi sardi conoscano e la realtà del Italiano Regionale di Sardegna.

O è questa la contemporaneità di valori sociali contrastanti a cui allude l’articolo dell’Unione?

Come ho già detto troppe volte, il rapporto tra situazione linguistica e dispersione scolastica costituisce uno dei tabù più tenaci della “cultura” italiana.

I linguisti italiani–o sardignoli–non ne parlano, le ricerche ufficiali neppure.

Ufficialmente il problema linguistico non esiste.

I ragazzi sardi vengono semplicemente etichettati come italofoni e quindi dove sta il problema?

E, per quanto ne so, il problema della dispersione scolastica non costituisce certamente uno dei temi della campagna elettorale per alcuno dei candidati.

Figuriamoci la questione linguistica nel suo insieme.

Non si va oltre le generiche dichiarazioni di simpatia per la limba, con l’eccezione della proposta fatta dal PSdAz di modifica dello statuto e introduzione del bilinguismo perfetto.

E questo malgrado il 30% dei maschi e il 20% delle femmine abbandoni la scuola senza aver ottenuto il diploma.

Questi ragazzi non hanno santi in paradiso.

I nostri santi hanno anche questa volta altro a cui pensare.

Speriamo che se ne ricordino al momento di votare. Ma già, loro questo blog non lo leggono.

December 8, 2013

Ama il prossimo tuo!

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“In tutti i vangeli sinottici è presente il duplice comandamento dell’amore, che ha la particolarità di unire l’amore di Dio e l’amore verso il prossimo[5][6]. L’insegnamento, che riprende in una sintesi originale alcuni passi dell’Antico Testamento[7], semplifica i numerosi precetti che regolavano la vita religiosa del tempo indicando una linea essenziale di condotta per i seguaci di Gesù[8][9]. È noto anche come il “massimo comandamento”[10] o “il comandamento più grande”[8].

Versione di Matteo

Nella versione di Matteo, il comandamento viene dato da Gesù come risposta ad una domanda, posta da un dottore della legge, su quale sia il comandamento più grande.

« Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti »   (Matteo 22,37-40)

Versione di Marco

Molto simile è il testo del vangelo di Marco, che presenta alcune differenze di espressione:

« Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi.» »   (Marco 12,29-31)

Versione di Luca

Nella versione proposta da Luca, dove viene posta in evidenza anche la continuità con l’Antico Testamento, il dialogo tra Gesù e un dottore della legge introduce la parabola del buon samaritano:

«  Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». »   (Luca 10,25-28)

Sono anticlericale dall’età di 14 anni e poco dopo ho smesso di essere cristiano.

Non nutro particolari antipatie per il cristianesimo, almeno non quante ne nutro per il cattolicesimo.

Non ho problemi, allora, a riconoscere che il  concetto centrale che definisce il mio “‘essere di sinistra” sia preso di peso dai vangeli.

Questo per via del fatto che i vangeli si sono impossessati di questo concetto saggio e universale, che Luca fa risalire all’antico testamento.

La cosa strana è che nella tradizione cattolica–quella in cui sono cresciuto–e nella tradizione della sinistra–quella in cui sono diventato adulto–l’accento sia sempre stato posto sulla prima frase, trasformando oltretutto l’indicativo futuro in un imperativo: AMA IL PROSSIMO TUO!

La seconda parte–quella in cui è contenuta tutta la saggezza universale, quella che supera il sentimentalismo della sinistra e le menzogne dei preti–sparisce dalla vulgata: …come te stesso.

Semplice no?

Soltanto se ami e rispetti te tesso puoi amare e rispettare gli altri.

Sto spiegando alla sesta–in Olanda il liceo continua fino alla sesta–il mito di Narciso.

Vi giuro che è una coincidenza e non un trucco retorico.

Narciso non poteva amare nessuno perché non conosceva se stesso: non conoscendosi non poteva amarsi e, quindi, non poteva amare gli altri, il prossimo.

Come vedete il concetto è universale, ben oltre i vangeli.

Cosa aveva previsto Tiresia del destino di Narciso?

“Vivrà, Si se non noverit” (METAMORPHOSEON III: 348)

Narciso diventa capace di amare soltanto quando incontra se stesso.

L’incontro è fatale per la sua personalità già così disturbata da una vita passata ad ignorare chi fosse.

Narciso sapeva di sé soltanto quello che poteva dedurre dalle reazioni altrui.

E si fiat sonau sa conca.

Ecco perchè il suo ΓΝΩΘΙΣΑΥΤΟΝ gli è fatale.

Era un tronco, ma anche tonto come un tronco di legna.

L’ecofobia della “sinistra” sardignola–ma il fenomeno è molto più generale: https://bolognesu.wordpress.com/2013/09/15/contras-a-secofobia-sa-timoria-de-is-europeos-studiados-pro-sa-cosa-issoro/;  https://bolognesu.wordpress.com/2013/09/15/contras-a-secofobia-sa-timoria-de-is-europeos-studiados-pro-sa-cosa-issoro-2/;  https://bolognesu.wordpress.com/2013/09/15/contras-a-secofobia-sa-timoria-de-is-europeos-studiados-pro-sa-cosa-issoro-3-urtimu/–nasce dalla coscienza di non conoscersi, ma anche dalla coscienza di essere tonti.

Tonti rispetto ai modelli che si sono dati e che sono irraggiungibili proprio per il fatto che, se venissero raggiunti, cesserebbero di essere dei modelli per i sardignoli e gli altri provinciali.

Si accontentano di essere secondi a Roma, anziché primi a Pompu:  “Preferirei essere il primo tra costoro [un modesto villaggio barbarico] piuttosto che il secondo a Roma. (citato in Plutarco, Vita di Cesare, 11, 4)”

E allora hanno ragione a non volersi conoscere: scoprirebbero di essere dei “tronchi” e si innamorerebbero perdutamente di se stessi.

Annegherebbero, come i cagnolini bastardi dei miei tempi, nella propria immagine.

Il cattolicesimo–e la sinistra–ha paura, terrore, del narcisismo.

Quella forza selvaggia che ti impedisce di diventare–nel bene e nel male–“uno del gruppo”, “uno dei nostri”, “uno su cui si può fare affidamento”.

Si, proprio come Corraine!

Gli intellettuali sardignoli hanno tutti Corraine come modello da evitare.

Non è lui il loro paradigma del Sardo impegnato per la lingua?

Lo fanno parlare per poterlo attaccare.

“La vestale della LSC!”

“Quello che vuole ridurre tutta la ricchezza linguistica della Sardegna a un monolinguismo di plastica, burocratico e, soprattutto, in cui lui decide quello che è giusto e quello che è sbagliato!”

Corraine, Narciso, che annega in quell’immagine rispecchiata da quell’acqua in cui–lui per primo, l’unico–si rispecchia.

Ma il conoscersi, il volersi bene, non è la condizione patologica di Narciso.

La patologia di Narciso deriva proprio dal non conoscersi e quindi dal non volersi bene.

Il conoscersi, il volersi bene, è la condizione sine qua non per poter far parte di una comunità più ampia.

Comunità, non chiesa, non struttura gerarchica, di potere.

Ecco il perché le chiese–tutte le chiese–parlano di ‘”Ama il prossimo tuo!” e non dell’evangelico/universale “Amerai il prossimo tuo come te stesso.”

Conoscersi, volersi bene, essere Sardi, prima di essere “cittadini del mondo”, prima e come condizione indispensabile per poter amare gli altri, gli immigrati, gli altri poveri bastardi come noi, gli altri  in tutto il mondo offesi e umiliati dai figli di puttana di destra e sedicenti di sinistra, preti e funzionari di partito, banchieri e linguisti, politici e bottegai, mamme sceme e bottegai con la Mercedes.

Essere prima di tutto Sardi, perché questo è quello che siamo, senza averlo scelto e senza poterci far niente, se non l’esserlo nel migliore dei modi possibili.

Grazie a Vito Biolchini per l’ispirazione.

http://www.vitobiolchini.it/2013/12/08/prima-la-cultura-prima-il-bilinguismo-per-una-nuova-classe-dirigente-per-una-sardegna-sovrana/

December 8, 2013

Non solo lingua

cartina senza divisioni

È proprio così.

Di riformare radicalmente la cultura dei Sardi, per arrivare a formare una classe dirigente nuova, sarda, deitalianizzata, e quindi capace di guardarsi attorno, verso il Mediterraneo e l’Europa, i nostri candidati non ne parlano proprio.

Manca il progetto a lungo respiro, quello che tirerebbe la prospettiva dell’indipendenza–anzi delle indipendenze, per parafrasare Emiliano Deiana che parafrasa me–manca la visione “sarda” della Sardegna.

E la discussione gira tutta attorno alla benzina di Barracciu, le primarie del PD, i processi di Cappellacci.

Poi ci sono gli indipendentisti, che ancora una volta dimostrano la mancanza di intelligenza politica degli ego ipertrofici.

Non è cambiato niente rispetto ai miei tempi.

I portatori di valori e idee nuovi sono politicamente troppo stupidi per creare consenso attorno a se.

Vedi anche Renato Soru.

Sanno solo dividersi per questioni personali.

Io–con tutti i loro limiti–vedrei bene Maninchedda alla presidenza e Kelledda alla cultura.

O entrambi–forse più realisticamente–a guidare un’opposizione vera alle “grandi intese” prossime future.

Ma Kelledda e Franciscu Sedda hanno scurriato di brutto e allora ognuno per conto suo: dai fatevi male!

“Sardegna sostenibile e sovrana” (http://www.vitobiolchini.it/2013/12/04/e-nata-sardegna-sostenibile-e-sovrana-sabato-7-a-cagliari-incontro-dibattito-sul-futuro-dellisola-ci-venite/) è appena nata.

È tardi per portare avanti quel progetto di saldatura tra le forze progressiste sarde.

Questo per me sarà il punto di riferimento del futuro, perché la questione dei diritti linguistici e culturali dei Sardi è campo naturale di lotta per i progressisti.

Insomma, in un certo senso si torna alla mia vecchia, cara, Democrazia Proletaria Sarda.

Ma è tardi per coinvolgere le persone sane e intelligenti del centrosinistra in un progetto unitario delle forze antagoniste, per contrastare lo sfascio totale che i partiti italodiretti hanno provocato.

Che dire dei tentativi di unirsi degli altri indipendentisti?

Sento poco e niente.

Che probabilità ci sono di andare ancora una volta allegramente allo sbaraglio?

Non lo so.

Quando manca il progetto culturale, manca il terreno comune per unire le forze.

E allora prende il sopravvento la competizione tra individui, tra egolatri.

È quasi certo che questa volta starò alla finestra a guardare.

Tanto, i soldi per i sigari ce li ho e la pensione–bellu-a-bellu–anche lei si sta avvicinando.

Poveri Sardi, però!