Archive for January, 2012

January 31, 2012

4,5%

Sa disocupatzione in Olanda est a su 4,5%.

Ita bolet narrer a non esser guvernados dae is Italianos!

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January 30, 2012

Tra mito e mito

Se il mito è una rappresentazione del passato funzionale alla politica del presente, voi tra i seguenti due miti quali scegliereste?

1) I Sardi che non si arresero ai Cartaginesi si rifugiarono sulle montagne e da lí i loro discendenti hanno condotto una millenaria resistenza contro i dominatori della Sardegna. I Sardi che si arresero, si mescolarono ai conquistatori e da allora in poi hanno sempre collaborato con il potere coloniale.

2) I Sardi che non si arresero ai Romani vennero sterminati. I discendenti dei Sardi che si arresero, si ribellarono ai Romani, fuggirono sulle montagne e i Romani sterminarono anche loro. Altri Sardi, discendenti di quei Sardi che fino a quel punto non si erano ribellati, si ribellarono e fuggirono sulle montagne, ecc.

La preferenza per un mito o per l’altro dipenderà da molti fattori: la regione della Sardegna di provenienza, l’identificazione con i ribelli, la visione dei Sardi come un unico popolo o come tanti popoli diversi, ecc.

Si potrebbe anche ridurre questi due miti a ipotesi scientifiche.

Come si fa? Formulandoli in modo tale che entrambi possano essere verificati.

Cioè, rendendoli falsificabili.

Cioè, niente cazzate del tipo: “Ma i sentimenti dei Sardi rimasero antagonisti agli invasori”. Perché la macchinetta per verificare i sentimenti ancora non l’ha inventata nessuno.

Cioè strappandoli al mondo della politica per portarli nel mondo della conoscenza.

Allora, la prima ipotesi prevede che i Sardi delle montagne siano geneticamente, linguisticamente e culturalmente differenti dagli altri Sardi: questo è vero o non è vero?

La seconda ipotesi prevede che non esistano confini genetici, linguistice e culturali tra montagne e pianure della Sardegna.

Questo è vero o non è vero?

Quelli che leggono questo blog la risposta la conoscono già, ma vi invito a fornire argomenti verificabili a favore dell’una o dell’altra ipotesi.

La politica ha bisogno di miti?

Noi abbiamo bisogno di conoscenza!

Non ci basta credere, vogliamo sapere.

January 29, 2012

Come ci vedeva Lilliu

Mi chiedo quanti di quelli che oggi idolatrano Lilliu, come fondatore, e la sua “costante resistenziale” come mito fondatore della Sardegna Sarda, alternativi alla Sardegna atzeraccata del presente, abbiano poi letto davvero quello che Lilliu ha scritto.

Queste parole, copiate e incollate da uno dei suoi ultimi lavori, lasciamo poco spazio ai dubbi:

“La Sardegna non ha mai avuto una storia politica nazionale;
e, cioè, non è stata mai una “nazione”. Frammento d’un
vecchio esteso continente alla deriva, isola nell’isola, chiusa,
per uno stretto giro radente le sue coste frastagliate, dal mare
e per un largo cerchio dalle più vaste e potenti terre delle
Penisole iberica e italiana e dall’Africa continentale, l’antica
zolla, che i Greci assomigliarono a un piede umano, ebbe segnato
in parte dalla natura stessa il suo destino che la sua
gente – ed altre genti su di essa sopravvenute d’ogni parte –
perfezionarono con spietata coerenza. Effetto di quella sorte
fu la condanna della ventosa terra arcaica, posta fra mare e
cielo, a una pittoresca immobilità; quasi a far da mostra, o da
sedimento, ad un mondo ancestrale e chiuso, durante lo
svolgersi di mondi e di umanità più recenti e in moto; a diventare
l’immagine didattica della preistoria nella storia.
La storia della Sardegna giunse, così, a stento, e nel suo
culmine, a storia del “cantone”; ma, in generale, si fermò alla
storia del “villaggio” e, dentro il villaggio, a quella del clan, e,
dentro il clan, a quella del gruppo familiare. Fu, in ogni caso,
storia senza aperture, frazionata e sospettosa, fuori dalla percezione
esatta e dal gusto di vasti commerci materiali e spirituali;
lontana, appunto, dal senso unitario, attrattivo ed espansivo,
che ha la storia d’una terra e di una gente maturata a
concetto e pratica di “nazione”. Emilio Lussu che, fra gli uomini
politici sardi contemporanei, è certo quello più fortemente
caratterizzato alla sarda ed ha insieme il sapore del mondo, ha
colto e descritto, in un articolo recente, questa drammatica situazione
storica della sua Isola, che dura ancor oggi.
Questo dramma è, in sostanza, il complesso d’inferiorità
storica che esiste da millenni, covato nel segreto e nel rancore
dal popolo sardo e scontato, da quest’ultimo, su se stesso, per
non poterlo far pagare agli altri. È il dramma della libertà perduta
da una gente forte e culturalmente fattiva, proprio nel
momento in cui si apprestava a passare dallo stadio del villaggio
a quello di città e a costruire sulle proprie esperienze,
saggiate con quelle altrui, le fondamenta per diventare “nazione”
ed evadere dalla stretta della “isola”. Sforzo solidale spezzato
dallo straniero, più forte e organizzato, al culmine e nella
tensione più ardita alla speranza e alla brama. Questa battaglia
perduta da un popolo in movimento, schiantò la gente sarda;
e si originò il dramma della Sardegna, che è quello d’una pittoresca,
ma sconfortante, fissità e angustia: e cioè il dramma
del villaggio che non si è fatto città, a causa dello straniero.
Timidità ed orgoglio (che è in fondo ben celata invidia); rinunzia,
dispetto e odio (che è amarezza e rancore di mancata
conquista) furono le conseguenze psicologiche della sconfitta.
E la gente, fermata ad agire nello spazio delle poche miglia
del villaggio, entro i limiti che assunsero per livore il significato
di frontiera fra Stato e Stato, fedele a una legge che non
volle fosse quella codificata dallo straniero, si ridusse, contentandosi
per forza, a produrre piccole e anguste cose, come
piccolo e angusto era il tratto di terra assegnatole.
Così dal villaggio non uscì, come non esce ancora in Sardegna,
la cosa grande o l’uomo grande: non il genio politico,
non il filibustiere d’alto bordo o il santo splendido, non il pensatore
d’eccezione o l’artista di fuoco. Nacque invece, e nasce
ancora, il folklore che si configura nei più svariati aspetti,
per nulla eccezionali ancorché – taluni – suggestivi e coloriti.
Il folklore si espresse, in politica, con la protesta libertaria vana
e querula già notata da Cicerone ai suoi tempi e, nel Medioevo,
coi Giudicati che si combatterono a lungo fra di loro. Esso
riduce i conquistatori al grado dei mastrucati latrunculi dell’Arpinate,
che sono la stessa cosa degli attuali banditi d’Orgosolo;
limita i mistici al poverello francescano Ignazio da Laconi,
uscito dalla gente dei pastori; e, se si eccettui e non in
tutto la Deledda (anch’essa uscita dallo spazio comunistico e
contemplativo dei pastori), esaurisce la lirica in poche improvvisazioni
dei cantori in vernacolo, e consuma la rara poesia
delle arti figurative nel bianconero delle xilografie, che sono
meste e asciutte come il paesaggio e l’anima isolana.

(Pensieri sulla Sardegna:165-166, in http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_26_20060401174110.pdf)

Questo documento, ripubblicato da Ilisso, nel 2002, contiene la visione della Sardegna del Babbu Mannu della cultura sarda.

Lingei-si-ndi is didus!

Questo è l’autoritratto di un Sardo che nella Sardegna coloniale, che dipinge, ci ha sguazzato.

È un ritratto che non può che tranquillizzare il potere metropolitano che tanto ha apprezzato il suo lavoro, fino all’Accademia dei Lincei.

È la Sardegna come infanzia di Vittorini. È la Sardegna “paleolitica” di Cagnetta. È la Sardegna che può solo vivere sotto la tutela (militare) del colonizzatore: “I  mastrucati latrunculi dell’Arpinate, che sono la stessa cosa degli attuali banditi d’Orgosolo.”

Il presente coloniale che Lilliu accetta–sguazzandoci–e che ci propone come se fosse il prodotto inevitabile di millenni di storia sempre uguale a se stessa, viene circolarmente proiettato indietro nella storia per millenni e millenni. La Sardegna di Lilliu è immobile da sempre e il suo destino  è segnato, già dall’azoico, dalla sua geografia: “dalle più vaste e potenti terre delle Penisole iberica e italiana e dall’Africa continentale”.

Volete identificarvi nella Sardegna senza storia e senza futuro di Lilliu?

Bonu proi si fatzat!

Ma a me non mi dovete rompere i coglioni!

(continua)

January 29, 2012

Ugas come continuatore dell’idealismo lilli(p)u(z)iano

Giovanni Ugas scrive nella sua replica (La resistenza degli Iliesi: qualche risposta ai commenti) ai commenti seguiti al suo articolo: “Ovviamente furono costretti a collaborare con i vincitori, ma ciò non significa che non avessero più contatti, benché non semplici, con quella parte della loro gente che si era rifugiata sui monti per combattere gli invasori, e che anch’essi nutrissero, benché meno espliciti, sentimenti di libertà. ”

Anche Ugas, come altri intellettuali sardi legati al potere, evidentemente possiede la macchinetta per leggere i pensieri e misurare i sentimenti.

A questi continuatori dell’idealismo crociano–lilli(p)u(z)iano, nella fattispecie–posso soltanto dire che la scienza è tale soltanto quando fa delle affermazioni verificabili, falsificabili.

Il resto è letteratura, letteratura fantasy.

Ci provi lei, Ugas, a spiegarci come facevano i morti a combattere i Romani. I morti che lei stesso ha evocato.

La costante resistenziale degli zombie?

January 28, 2012

La costante resistenziale e la logica

Invito Giovanni Ugas a spiegare come riesce a conciliare l’ipotesi della “Costante resistenziale” o “indipendenza” dei Sardi di montagna con l’uccisione o l’asservimento di “almeno 100.000 Sardi” dai parte dei Romani (La resistenza degli Iliesi: un evento storico che l’archeologia non smentisce). È chiaro che ribellarsi ai Romani “nuoceva gravemente alla salute” e non solo in Sardegna. È anche chiaro che i morti e gli schiavi deportati nei latifondi dei senatori romani avevano una certa difficoltà a continuare a ribellarsi. Non vedo allora come si possa fare a meno di concludere che le successive ribellioni siano state condotte da Sardi discendenti da quelli che in passato erano sopravvissuti–per ovvia prudenza–e magari anche loro si erano poi rifugiati su quelle montagne, lasciate vuote dai morti e dagli schiavi dei Romani. In poche parole, vista anche l’assenza di confini linguistici e culturali tra le varie regioni della Sardegna–malgrado tutti i luoghi comuni che anche Ugas ripropone–le differenze tra montagna e pianura si spiegano semplicemente tirando in ballo Braudel–il grande Braudel!–e lasciando in pace le mezze calzette e i loro voli pindarici. E lasciando in pace le mitologie più o meno razziste sulla continuità della lingua e della razza barbaricine.

January 27, 2012

Risposta alla risposta di Giovanni Ugas.

Il modo di discutere di Giovanni Ugas mi piace.

È pacato, è civile, parla delle cose e non delle persone–orribile vizio dei Sardi!–e quando parla delle cose, non le mischia a un mucchio di dettagli fumosi e fuorvianti.

Leggetevi la sua replica alle repliche als uo intervento nel blog di ZF Pintore: La resistenza degli Iliesi: qualche risposta ai commenti

Dalla lettera di questo suo articolo mi viene da pensare che Ugas non abbia letto il mio post E torra con la resistenza!

Non c’è niente di male, per carità, perché mai avrebbe dovuto leggerlo!

Ma ai miei lettori voglio far notare che, nella sua replica, Ugas non menziona più le due cose che formano il nucleo del mio commento critico: come conciliare la “costante resistenziale” con il genocidio dei Sardi riportato dalle fonti classiche–le fonti su cui l’intervento di Ugas si basa–ed è sparita pure la questione della lingua attuale dei Sardi: cioè la questione della latinizzazione totale dell’isola, che, nell’articolo precedente, Ugas attribuisce ad un’adozione tardiva da parte dei “resistenti” della lingua dei loro oppressori/antagonisti.

Ugas dice: ” Ribadisco il concetto che a mio avviso, stando ai dati della letteratura antica (intendendo anche tutto Diodoro Siculo!) e a quelli archeologici a disposizione, una parte della Sardegna, vale a dire l’area montana delle Barbagie abitata dagli Iliesi fin dal Neolitico e diventata terra di rifugio di altre genti iliesi provenienti dalle terre occupate dai Cartaginesi dopo il 510 a.C. , non solo era resistente, ma libera e indipendente sino al II secolo dopo Cristo.
Più tardi, a partire dal III secolo d. C. la condizione di indipendenza dell’area iliese-barbaricina non appare più in modo chiaro poiché mancano fonti dirette. Infatti, se da un lato nessuno storico afferma esplicitamente che tutta la Sardegna a partire dal III secolo d.C. era passata nelle mani di Roma, dall’altro non vi è neppure chi sostenga che la parte interna dell’isola era libera e indipendente. In effetti, esistono ragioni per pensare sia che lo status di indipendenza delle aree interne fosse perdurato almeno sino al VII secolo dopo Cristo, sia per negarlo. Sto parlando di indipendenza e non di resistenza ai Romani; questa è implicita in una situazione di indipendenza e di contesa tra popoli. Un’altra cosa è la questione della resistenza culturale e politica (e talora guerrigliera) e della costante resistenziale dopo la perdita della indipendenza, benché profondamente legata e di fatto derivante dalla precedente e che non riguarda solo, come giustamente alcuni hanno osservato, l’area barbaricina ma l’intera isola, benché le Barbagie e l’Ogliastra interna abbiano dimostrato una particolare forza e coesione resistenziale, latente o esplicitamente espressa, derivata da innegabili avvenimenti storici e da una propria identità culturale. ”

Si noti come, correttamente, Ugas faccia notare come la mancanza di notizie sulle ribellioni dei Sardi dopo il II secolo D.C. si possa interpretare liberamente in un modo o nell’altro.

Rimane però da constatare che se la ribellione dei Sardi nel periodo precedente costituiva cosa degna di essere riportata dagli annalisti, la PAX ROMANA costituiva la normalità e non costituiva quindi una notizia.

No news, good news! Questo è un principio valido in tutte le epoche e quindi, anche se la mancanza di evidenza non costituisce un’evidenza, in generale, la mancanza di notizie sulle ribellioni dei Sardi, a partire da un certo periodo, mi sembra che costituisca un evidenza, magari deboluccia, ma comunque sufficiente a far pendere la bilancia verso un’interpretazione romana di ciò che costituisce “una buona notizia”: la PAX ROMANA era arrivata dappertutto.

Evidenza debole, ho detto: occorre più carne al fuoco.

E anche questa c’è!

L’evidenza indipendente che sostiene l’ipotesi della romanizzazione totale della Sardegna viene dall’evidenza smaccata della totale romanizzazione linguistica dell’isola: Barbagie comprese.

Ugas dice: ” Barbagie e l’Ogliastra interna [hanno] dimostrato una particolare forza e coesione resistenziale, latente o esplicitamente espressa, derivata da innegabili avvenimenti storici e da una propria identità culturale.”

Come al solito, neanche Ugas ci dice quali sia questa “propria identità culturale” e in che modo questa differisca dall’identità culturale propria delle altre regioni storiche della Sardegna.

Ma soprattutto non parla del fatto che metà del massiccio del Gennargentu e l’intera Ogliastra si possono, senza forzature eccessive, ascrivere all’area linguistica meridionale.

Il riferimento indiretto alla lettera di Papa Gregorio a Ospitone (“In effetti, esistono ragioni per pensare sia che lo status di indipendenza delle aree interne fosse perdurato almeno sino al VII secolo dopo Cristo, sia per negarlo.”) porta comunque a concludere che Ospitone–o qualcuno del suo entourage–conoscesse già il latino, sennò che cazzo scriveva a fare il Papa?

Ora, per concludere: Ugas è senz’altro una persona civile che merita rispetto, ma questo non cambia niente al fatto che la sua replica è di fatto mutilata di risposte alle domande cruciali che io avevo posto. Anzi, su questi argomenti, Ugas adesso sorvola proprio.

Ovviamente, Ugas non è tenuto a leggere il mio blog, ma–dato che la Sardegna è piccola, molto piccola–non posso trattenermi dal pensare che Ugas non possa e non voglia affrontare quegli argomenti.

Vabbuò, affari suoi.

Deu sa parti mia dd’apu fata!

 

January 26, 2012

Ancora pensendi-nci seu!

No, oi ancora non ndi tengu gana de ddu scriri.

January 24, 2012

Tanti po non mi ndi scadesci ca seu innoi

Una pariga de kilometrus foras de Amsterdam.

January 24, 2012

Alinei, la grammatica e la costante resistenziale.

Alinei sostiene–non ho tempo di cercare il riferimento–che la grammatica di una lingua cambia soltanto in situazioni eccezionali.

Se dalla grammatica escludiamo la fonologia e ci limitiamo a prendere in considerazione soltanto la morfosintassi, possiamo anche essere d’accordo con Alinei.

La fonologia va esclusa da questa considerazione perché, a differenza della morfosintassi, non è un fenomeno esclusivamente mentale.

La fonologia organizza la fonetica e questa è basata sull’acustica e sulla fisiologia dell’apparato articolatorio.

Un mondo mentale molto diverso da quello della morfosintassi, la quale si limita a determinare la posizione e la costituzione delle parole nella frase.

La fonologia è in contatto con il mondo esterno alla grammaticva, mentre la morfosintassi è completamente racchiusa in quel mondo.

Questo rende la fonologia molto più suscettibile di mutamenti che non il resto della grammatica.

Se prendiamo in esami la morfosintassi del sardo allora vediamo che a contare le differenze tra le varietà della limba  si fa molto in fretta: nelle varietà centrosettentrionale troviamo la particella interrogativa “a” (“a nde cheres?”), assente nei dialetti meridionali; troviamo in un gruppo di dialetti campidanesi-campidanesi la forma progressiva con il verbo “megai” (“megu de nai”) assente in tutte le altre varietà, anche meridionali: e troviamo una differenza minima in costruzioni del tipo b”sa machina est chentza de sciacuai/chentza sciacuada: ion nentrambi i casi però si una una forma non finita del verbo.

Tutti gli altri aspetti della grammatica sono idenhtici: compresa la morfologia, che mostra differenze lessicali (morfemi diversi nelle diverse varietà, ma senza un confine netto tra nord e sud, anzi, vi sono grandi differenze nella composizione fonematica dei morfemi verbali tra dialetti meridionali!).

La sintassi è per il resto completamente omogenea e la ritroviamo pari pari nell’Italiano di Sardegna: accusativo preposizionale (“Ho visto a Paolo”): infinito con soggetto (“Non voglio a sbattere la porta”); l’uso progressivo del gerundio (“Ho visto i bambini giocando”); l’anticipazione dell’argomento focalizzato nelle domande e nelle frasi enfatiche (“Capito mi hai?”), l’intero paradigma verbale in termini di tempo, modo e aspetto (molto divergente dall’italiano); il futuro e il condizionale analitici e tanti altri tratti che non ho il tempo di indicare.

Ora se Alinei ha ragione rispetto alla conservazione della grammatica, come si spiega l’omogeneità della grammatica del sardo, tutto il sardo, rispetto alla “costante resistenziale” e i Sardi divisi tra “resistenti” e “malleabili”?

Il sardo-latino di Alinei aveva già tutte queste caratteristiche, assenti dal latino-latino?

E com’è che i sardi “malleabili”, allora, non hanno adottato più caratteristiche dal latino-latino e si sono tenuti quelle del sardo-latino, proprio come i loro colleghi “resistenti”?

Tra l’altro, il paradigma verbale del sardo–tutto il sardo–è praticamente identico a quello dell’inglese, incluso il futuro e il condizionale analitico. Saranno stati i legionari di Siliqua a portarceli?

January 23, 2012

Questi pezzi di merda italiani riescono a trasformare perfino Gramsci in una merda italiana come loro!

Sceti su fueddu “locale” impreant po nai ca Gramsci fiat sardu: Gramsci e l’identità italiana

Is Italianus funt arrogus de merda!