Archive for April, 2011

April 30, 2011

Ambiguità

Paolo Maninchedda mi ha risposto sul suo blog. Mi sembra di capire che la sottoscrizione effettuata da Maninchedda dell’articolo di Lupinu riguardasse solo certi passaggi.

Io mi ritengo soddisfatto della sua risposta, almeno  fin dove Maninchedda non segue Giovanni Lupinu nel suo attacco alla LSC e nella mia implicita inclusione nel novero di quelli che Maninchedda chiama “patacconi”.

Rimangono aperte però diverse questioni che affronterò nei prossimi giorni. Oggi non posso perché è il “Giorno della Regina”, una delle feste nazional-popolari più importanti dell’Olanda e se non mi adeguassi, la mia vita privata ne soffrirebbe alquanto.

Per ora aggiungo soltanto che a molti il mio modo di scrivere non piace–oddío, io ho diversi modi di scrivere–ma anche costoro dovranno ammettere che è un modo efficace per sollevare l’attenzione e il dibattito.

Non so se l’intenzione di Maninchedda con il suo articolo sul blog fosse quella di far ripartire il dibattito sulla lingua, ma le mie repliche erano certamente mirate a questo.

E, con una certa soddisfazione, posso dire di aver raggiunto l’obiettivo.

Nei prossimi giorni si continua con un tono, almeno da parte mia, meno concitato.

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April 29, 2011

Tra frattali e frattaglie

Visti da vicino, i campi di tulipani “sono bestie schifose anche loro”.

È uno spettacolo bizzarro vedere il leader di un partito schierato per l’indipendenza della Sardegna andare al traino di un accademico nazionalista italiano.

L’On. Maninchedda si è riscoperto Prof. Paolo e ha ceduto al richiamo della foresta accademica, riconoscendovi il primato del nazionalismo italiano in campo linguistico.

Dal canto suo l’On. Giovanni Lupinu ha smesso i panni dell’agnello filologo e ha assunto quelli, più consoni al suo nome, di commissario politico dell’università italiana di Sardegna.

Parlare in termini vaghi di indipendenza fa molto chique, ma mettere in pratica l’indipendenza culturale–e farlo a partire da se stessi–è una cosa molto più prosaica, che può anche avere conseguenze gravi per la carriera, n’est pas?

E così il Prof. Paolo rinuncia alla primogenitura e si accoda al Lupinu.

E visto che nessuno dei due filologi ha raccolto il mio guanto di sfida–entrambi hanno ignorato il mio invito a mettere apertamente in discussione la correttezza del mio studio sul rapporto tra LSC e varietà tradizionali del sardo: calunniare è un conto, confrontarsi apertamente è un altro!–continuo io a mettere a nudo la campagna politica antisarda portata avanti dall’On. Lupinu e sottoscritta dal Prof. Maninchedda.

A pagina 12 del suo articolo, riesumato da Maninchedda (articolo), Giovanni Lupinu sostiene che va evitato di introdurre uno standard del sardo “in velleitaria competizione con la lingua italiana”.  Questa frase è la chiave di interpretazione di tutta l’arringa anti LSC dell’On. Lupinu: il mantenimento dello status quo.

Per Lupinu gli interventi a favore del sardo vanno limitati a incrementare “la vitalità degli usi parlati”, evitando di intervenire sullo status del sardo (attraverso l’introduzione di uno standard (scritto) e lo sviluppo dei registri alti e formali della lingua). L’On. Lupinu chiede esplicitamente di mantenere il sardo in uno stato di subalternità rispetto all’italiano.

Ora, la sua richiesta è politicamente più che lecita: Lupinu è un nazionalista italiano e infatti definisce l’italiano come lingua nazionale e ha tutto il diritto di voler mantenere il sardo in una posizione subordinata.

Ma questo non cambia niente al fatto che il nostro difensore dei forti qui stia parlando da politico e non da linguista.

Paolo Maninchedda, sottoscrivendo le tesi di quest’articolo in cui viene teorizzato–se ancora ce ne fosse bisogno–l’imperialismo linguistico granditaliano, dimostra di essere succube di quest’imperialismo.

Insomma Maninchedda, da che parte stai?

E guarda che ti conviene rispondermi, perché se anche tu e l’On. Lupinu mi ignorate, sperando di evitare il confronto tecnico, ci sono molte persone che seguono questo dibattito a distanza: finora 123 persone hanno cliccato sul mio articolo, tralasciando le centinaia che hanno cliccato sul sito e l’hanno letto senza cliccarci su. Anzi,  per la cronaca: mentre il tuo blog è–almeno per me–irraggiungibile, alla ore 9.25 di venerdì 29 aprile, il mio blog è stati visitato già da 219 persone. C’è una canzone olandese che si chiama Vluchten kan niet meer! (Fuggire non è più possibile).

Passiamo quindi al lato tecnico della discussione.

Lupinu dice nel suo articolo che la LSC non è una “varietà naturale del sardo” e che quindi, introducendola prima che si conoscessero i risultati della ricerca sociolinguistica, l’amministrazione regionale ha operato una forzatura, influenzando gli intervistati da un lato e non attenendosi alle loro richiesta dall’altro.

Lupinu ha chiaramente dei grossi problemi con la logica elementare: da un lato accusa Soru di aver influenzato gli intervistati–per quanto assurda sia questa accusa: il politico Soru aveva tutto il diritto di farlo–e dall’altro ammette che Soru non è riuscito ad influenzarli, visto che la maggior parte ha indicato di preferire “varietà naturale del sardo” come standard!

O Maninchedda, mi ca sa prus parte de sos chi mi leghent sos problemas de Lupinu non los tenent!

Per quanto riguarda la vicinanza della LSC alla “varietà naturale” di Abbasanta–che dimostra che il lavoro compiuto sulla LSC è andato esattamente nella direzione di quello che i commissari sapevano vivesse tra i sardi–mi limito a invitare ancora una volta Lupinu e anche te a dimostrare che effettivamente “la paradossale ricerca di legittimazione a posteriori – talora attuata pure invocando il sostegno di traballanti argomentazioni “scientifiche”, messe in campo all’uopo ” riguarda il mio lavoro.

Calunniare senza fare il nome del calunniato è troppo facile: provate a fare anche voi quello che hanno fatto il Baldo Blasco e la sua Ciccia Ingrassia!

Fate nomi e cognomi!

Muovete accuse verificabili!

Lupinu ha vita facile nel mondo della linguistica nazionalista e statalista italiana: i “linguisti” italiani sono, esattamente come l’On. Lupinu, dei politici stipendiati per sorreggere l’imperialismo culturale dello stato italiano.

Maninchedda invece, se non vuole rinunciare alla politica, deve anche confrontarsi con i Sardi

April 28, 2011

Coraggio o incoscienza?

Ieri volevo fotografare questo campo di tulipani lungo la strada che va alla mia scuola e questa bella figliola, per puro caso, stava facendo un servizio fotografico con due (2!) fotografi professionisti. Io stavo già andando via, ma lei è arrivata al trotto e mi si è offerta. Si, insomma, si è offerta al mio obiettivo.

Quando si dice fortuna!

Le insinuazioni del Prof. Lupinu sul mio lavoro La Limba Sarda Comuna e le varietà tradizionali del sardo mi offrono l’occasione di pubblicare nuovamente la mia recensione del pamphlet scritto da Eduardo Blasco Ferrer e da tale Ingrassia, nel quale–con coraggio o incoscienza: fate voi–i due autori mi accusano esplicitamente dei più efferati crimini metodologici. Sono particolarmente affezionato ai due linguisti instancabili, visto che per reagire ai loro insulti ho aperto questo blog. Esattamente un anno e un mese fa.

Buon divertimento!

No Blasco no Blasco, io non ci casco!

April 26, 2011

Lupinu fa politica e Maninchedda lo segue

I licheni sono il risultato della simbiosi tra un’alga e una muffa.

Il Prof. Giovanni Lupinu è incorreggibile. Continua a fare politica spacciandola per linguistica e continua pure ad accusare i politici di fare indebitamente politica linguistica.

Ma già, la logica non è il suo forte, né del resto il nostro filologo ha bisogno di porsi il problema, visto che lo pagano appunto per fare quello che fa: politica linguistica antisarda.

Quello che mi sorprende è l’appoggio confuso che l’On. Maninchedda da al collega filologo, riesumando un penoso articolo di tre anni fa e traendone conclusioni che non c’entrano proprio nulla con quello che dice Lupinu.

L’articolo, riemerso dall’oltretomba della dialettologia statalista, lo potete leggere cliccando sul link (articolo).

In quest’articolo Giovanni Lupinu sostiene una tesi apparentemente condivisibile, al punto che anche io la condivido (Chi deve insegnare il sardo ): l’alta percentuale di Sardi che dichiarano di parlare una variate locale non deve farci illudere sulla loro reale competenza attiva della lingua. E io queste cose le ho dette ben prima di Lupinu (Sardegna fra tante lingue): la situazione di bilinguismo diffuso prevede l’esistenza di forti interferenze dall’italiano sul sardo parlato dai giovani, soprattutto in una situazione in cui la trasmissione generazionale si è quasi interrotta e i giovani sardi apprendolo la loro lingua dal gruppo dei pari.

Devo anche ammettere, però, che studi indipendenti smentiscono l’esistenza di una pesante interferenza dell’italiano sul sardo (RINDLER SCHJERVE, R. (1998) “Codeswitching as an indicator for language shift? – Evidence from Sardinian-Italian bilingualism”, in JACOBSON, R. (ed.), Codeswitching Worldwide. Trends in Linguistics. Studies and Monographs 106, Mouton de Gruyter, Berlin-New York, 221-247). In questo studio, la sociolinguista austriaca Rosita RINDLER SCHJERVE smentisce le aspettative mie e di Lupinu.

Se Lupinu non è soddisfatto di queste conclusioni, avrebbe soltanto da effettuare una sua ricerca per verificare sia i propri dubbi che la ricerca di Rosita RINDLER SCHJERVE.

Se poi Lupinu si riferisce al fatto che gli intervistati dichiarano di usare il sardo in pochissime occasioni, questo ovviamente non è un argomento rilevante. L’uso pubblico del sardo è ancora largamente stigmatizzato, ma questo non necessariamente pregiudica la competenza linguistica generale dei suoi parlanti. Faccio un’esempio concreto e personale: io non parlo praticamente più l’italiano. Mi esprimo quasi esclusivamente in olandese, sardo e, talvolta, inglese, ma vorrei vedere chi potrebbe mettere in discussione la mia competenza della lingua di Maninchedda e Lupinu.

Ma quello che rode al Prof. Lupinu non è questo quesito scientifico sulla reale competenza dei parlanti del sardo, altrimenti–ripeto–avrebbe soltanto da andare a verificare come realmente stanno le cose. Nella scienza le analisi si confutano con i dati.

Al professor Lupinu preme invece dimostrare che gli informatori, intervistati per la ricerca sociolinguistica coordinata dalla Prof. Emerita Anna Oppo, non abbiano detto la verità sul numero altissimo di parlanti del sardo ancora esistenti. Gli intervistati avrebbero mentito, influenzati dalle manovre politiche di Renato Soru: ” Oltre alla scarsa tempestività del provvedimento [l’introduzione della LSC] che, palesando in modo tanto esibito la volontà del massimo organo di governo regionale di intervenire a favore della promozione della lingua sarda, interferiva non poco con una ricerca in corso (per la quale si era stanziata un’ingente somma di denaro pubblico), occorre rilevare che, laddove si era pianificata un’indagine anche per apprendere il parere dei sardi riguardo a importanti scelte di politica linguistica, tali scelte si effettuavano senza attendere di acquisire quegli elementi di conoscenza che in un primo tempo si erano giudicati propedeutici rispetto a ogni intervento. Circa questi aspetti, intimamente connessi, relativi, per un verso, al modo in cui la deliberazione 16/14 del 18 aprile 2006 (Limba Sarda Comuna. Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell’Amministrazione regionale) possa avere interferito con la ricerca in corso e, per altro verso, alla mancata attenzione rivolta ai dati della ricerca sociolinguistica commissionata ad hoc, si consideri paradigmaticamente il seguente fatto: nel momento in cui questo provvedimento veniva assunto, certificando la volontà dell’amministrazione regionale di creare «una “lingua bandiera”, uno strumento per potenziare la nostra identità collettiva», i ricercatori delle Università isolane domandavano agli intervistati se fossero favorevoli all’impiego, da parte di tale amministrazione per la pubblicazione dei propri documenti, di «una forma scritta unica del sardo». È importante sottolineare questa circostanza, anche per comprendere la paradossale ricerca di legittimazione a posteriori – talora attuata pure invocando il sostegno di traballanti argomentazioni “scientifiche”, messe in campo all’uopo –che le autorità politiche hanno condotto in rapporto ai dati dell’indagine Le lingue dei sardi, una volta che questi sono stati resi noti: quasi reclamando il merito di aver divinato, e dunque anticipato, la volontà degli intervistati.”

Si prega di notare l’assurdità del rimprovero mosso all’amministrazione regionale. Lupinu le rimprovera di aver condotto un’operazione politica a favore del sardo, influenzando forse in questo modo l’opinione del pubblico e quindi anche degli intervistati!

Ve l’immaginate un’istituto di sondaggi elettorali che accusa le parti politiche di prendere dei provvedimenti che influenzano i risultati del sondaggio?

Farei un torto al Prof. Lupinu, se lo accusassi a mia volta di ingenuità.: una tale ingenuità richiederebbe un I.Q. adeguatamente inadeguato alla sua professione.

Passiamo invece all’accusa dela ” paradossale ricerca di legittimazione a posteriori “: a cosa si riferisce Lupinu in questa arringa tendenziosa?

Tenete conto che Lupinu lancia il suo j’accuse su una rivista scientifica e parla di ” traballanti argomentazioni “scientifiche”, messe in campo all’uopo”: a chi sono rivolte le accuse? Come si può verificare se le accuse di Lupinu sono fondate?

Penso che soltanto in Italia sia possibile pubblicare su una rivista di linguistica una roba del genere. E questo la dice lunga sulla commistione tra politica e linguistica in Italia.

Io un’idea sul bersaglio di queste accuse ce l’avrei anche, visto che l’unico studio sul rapporto strutturale tra LSC e le varietà tradizionali del sardo l’ho scritto io, in collaborazione con Wilbert Heeringa, del Meertens Intituut di Amsterdam.

E allora, mi limito a sfidare nuovamente il Prof. Giovanni Lupinu a verificare con una controricerca i risultati del mio studio. So già quello che succederà: niente!

Infatti l’ho già invitato a suo tempo, (articolo dell’8 maggio) prevenendo la prevedibile perfidia tendenziosa tipica di chi sa di guadagnarsi lo stipendio con la politica e non con la scienza.

E adesso invito anche l’On. Maninchedda, sottoscrittore di questa esibizione di miseria umana e professionale, a mettere in discussione l’affidabilità della mia ricerca: del resto, essendo anche lui un filologo, dovrebbe avere a disposizione gli strumenti culturali e intellettuali per farlo.

Carissimi vi attendo!

Tutto quello che dico può essere verificato da qualsiasi persona di cultura media.

Vale lo stesso per quello che dice Giovanni Lupinu?

Ai miei amici e agli amici dell’On. Maninchedda faccio notare comunque che l’Onorevole ha sottoscritto anche la seguente affermazione di Giovanni Professor Lupinu: “una percentuale del 40,7% si è invece detta del tutto favorevole all’utilizzo di essa, al posto dell’italiano, per approfondire la conoscenza della storia e della cultura locale (dunque utilizzo del dialetto come lingua veicolare, ma solo per trattare temi che a esso appaiono più connaturati); pochi (percentuali abbondantemente sotto il 10%) si sono detti invece del tutto favorevoli a impiegare la parlata locale e non l’italiano come lingua veicolare per lo studio di alcune o di molte materie curricolari. Come si vede molto chiaramente, il favore all’impiego a scuola è subordinato al mantenimento di una rassicurante posizione di secondo piano nei confronti della lingua nazionale [l’enfasi è mia, RB], ciò che rivela, indirettamente, un’accettazione degli attuali rapporti di forza fra i codici: rispetto alle numerose opinioni positive raccolte circa la necessità di una valorizzazione e una promozione adeguate delle parlate locali, e rispetto anche alle generiche e velleitarie affermazioni per le quali tali parlate non sono povere e inutili per la vita di oggi, emerge un atteggiamento di fondo che ha ben maggiore efficacia esplicativa nei confronti dell’attuale situazione sociolinguistica della Sardegna.

Definire l’italiano  “lingua nazionale” significa prendere delle posizioni politiche chiarissime.

Giovanni Lupinu fa politica travestita da linguistica.

Paolo Maninchedda la sottoscrive.

April 22, 2011

Abbasso l’uguaglianza! (3)


Oggi su La Repubblica Stefano Rodotà accusa Berlusconi–come già fece Eugenio Scalfari– di non rispettare il “principio di uguaglianza” (rodotà): “Quest’ultimo espediente ci dice quale prezzo si stia pagando per la salvezza di una persona. Travolto in più di un caso il fondamentale principio di eguaglianza, ora si vogliono espropriare i cittadini di un essenziale strumento di controllo, della loro funzione di “legislatore negativo”.”

Come già fece Scalfari, Rodotà confonde l’ “uguaglianza”  con quella che deve invece chiamarsi “parità”: parità di diritti e di doveri, parità davanti alla legge.

Il concetto di parità implica quello di diversità: solo tra diversi ha senso parlare di parità.

Il concetto giacobino di egalité implica invece omologazione, uniformità e uniformi nazional-popolari.

VIVA LA PARITÀ!

ABBASSO L’UGUAGLIANZA!

April 22, 2011

Chi non deve insegnare il sardo

Fa bene ogni tanto rinfrescarsi la memoria. In questo caso è stata questa mamma a ricordarmi che ai propri figli bisogna dare sempre il buon esempio!

Ma quanto a scarso senso del ridicolo, anche le università italiane di Sardegna non scherzano: universidades de sardinnia

April 21, 2011

Puliga mentale

Bastat a si nde pesare a kitzi…

April 21, 2011

Chi deve insegnare il sardo

Uno degli argomenti usati a suo tempo dal Prof. Giovanni Lupinu per mettere in discussione i risultati della ricerca sociolinguistica a cui lui stesso aveva preso parte era il seguente: “Si è provato a spiegare il valore reale di questo dato, soprattutto confrontandolo con una serie di altri che documentano, ad esempio, che in Sardegna ci si rivolge ai figli in “dialetto” solo nel 16% dei casi (con l’eccezione rilevante del tabarchino): una lingua vive attraverso la trasmissione di genitore in figlio, sicché questo è un dato assai critico per la sopravvivenza del sardo.” (articolo dell’8 maggio)

Giovanni Lupinu non si spiega come mai, se una percentuale così bassa di bambini apprende il sardo in famiglia, si arrivi poi a una percentuale totale di persone che dichiarano di avere una competenza attiva del sardo pari al 68,4.

La conclusione tratta dal Professore rispetto a questa discrepanza tra i dati–“gli intervistati hanno voluto compiacere l’intervistatore, dichiarando di conoscere il sardo anche quando questo non è vero”–si potrebbe anche ribaltare: “gli intervistati hanno dichiarato di non usare il sardo con i propri figli, perché si vergognano di ammetterlo.”

Potremmo, cioè, rispondere ad un’interpretazione arbitraria con un’altra interpretazione arbitraria e contrapporre così una posizione ideologica all’altra, ma la scienza e l’ideologia si distinguono dal fatto che le affermazioni scientifiche sono verificabili, mentre le sparate ideologiche non lo sono.

Per poter interpretare questi dati in modo più corretto occorre prendere in considerazione altri dati, che rispondo alle seguenti domande.

Quanti sono i sardi giovani che hanno una competenza attiva della loro lingua locale?

A che età arrivare a formare la propria competenza?

Da chi apprendono la lingua locale?

La stessa ricerca sociolinguistica coordinata a suo tempo dalla Prof.ssa Emerita Anna Oppo contengono le risposte–in taluni casi implicite–a queste domande. (Le lingue dei sardi: chirca sotziulinguistica)

Le lingue dei bambini. Il piccolo campione di bambini e ragazzi di età compresa fra i 6 e i 14 anni che hanno risposto ad una breve intervista nel corso della presente ricerca si sono dichiarati competenti attivi in una delle lingue locali nel 42,9% dei casi, competenti passivi per il 36,4% e solo il 20,7% ha dichiarato di non avere alcuna conoscenza delle parlate locali. […]
Nel complesso si dichiarano competenti attive più le femmine che i maschi, con differenze significative per l’uno e per l’altro sesso in termini di età e classe scolastica frequentata.
Nella classe di età 6-8 anni il 43% delle bambine dichiara di conoscere e di parlare una lingua locale contro il 15% dei maschi ma a 12-14 anni il rapporto si rovescia poiché il 55% dei maschi si dichiara competente attivo contro il 50% delle femmine” (Le lingue dei sardi:37)

[…]

“Come si può vedere, già nei primi tre anni delle elementari i bambini cominciano ad apprendere il sardo da persone diverse dai loro genitori: “La frequenza scolastica sembra dare parzialmente conto di queste differenze: per i maschi passare da una classe scolastica all’altra incrementa notevolmente la conoscenza delle parlate locali – dal 22,5% delle prime tre classi elementari al 63,6% della terza media – per le bambine la scuola sembra quasi costituire un freno poiché il vantaggio iniziale sui coetanei dell’altro sesso delle prime classi
elementari viene perso nel corso degli anni scolastici dato che in terza media la conoscenza attiva delle lingue locali riguarda il 47,1% delle alunne”. (Le lingue dei Sardi: 38)

In questi dati si trova una conferma della mia ipotesi che il sardo costituisca per i maschi una sorta di “linguaggio iniziatico”, usato percontraddistinguere il gruppo dei pari (Sardegna tra tante lingue:52). Per me è stato facile arrivare a formulare questa ipotesi, visto che il gruppo dei pari è stata per me la scuola impropria in cui ho appreso il sardo.

” Piuttosto si può ipotizzare una tacita socializzazione di genere esercitata anche dalla scuola, in un periodo cruciale di formazione dell’identità, che può riguardare anche i codici linguistici oltre che le posture, la disciplina, in generale “le buone maniere” molto più richieste alle bambine che ai coetanei dell’altro sesso. E delle buone maniere probabilmente fa parte anche l’usare l’italiano piuttosto che i dialetti. Per i ragazzi la situazione è parzialmente diversa poiché alcune indicazioni provenienti da altre ricerche (Bolognesi, cit.) non solo ci dicono che ad essi viene richiesta meno disciplina ma, in fatto di codici linguistici, l’uso delle varianti locali con i compagni di scuola sembrerebbe facilmente accettato. Queste differenze adolescenziali piuttosto che infantili contribuirebbero in parte a spiegare i comportamenti linguistici delle donne adulte che abbiamo discusso in precedenza.
Il trascorrere dell’età e/o il passaggio da una classe scolastica all’altra non solo aumenta la competenza attiva nelle lingue locali di entrambi i sessi ma, almeno nel caso delle bambine si incrementa anche la competenza passiva che passa dal 25,8% delle prime classi elementari al 40% della terza media. In terza media chi si dichiara del tutto incompetente nelle lingue locali è solo il 9,1% dei maschi. Chi non conosce per nulla le lingue locali, qualunque sia la sua età anagrafica, attribuisce questa ignoranza al fatto che in famiglia non si parla dialetto (il 76,6%) e secondariamente al fatto che i propri genitori non sono sardi (il 17%) ma vi è anche qualche osservazione sul fatto che “il dialetto serve a poco”. Coloro che si dichiarano competenti attivi nelle lingue locali sostengono, comunque, in maggioranza, che la fonte del loro sapere è situata in famiglia, con ruoli particolarmente importanti attribuiti ai padri e alle nonne, in particolare da parte dai maschi. Altre figure parentali sembrano aver contribuito alla conoscenza ma in posizioni decrescenti. Anche i compagni di giochi o i compagni di scuola non sembrano assumere una grande rilevanza anche se, come si è visto nel campione degli adulti, questi assumono una certa importanza quale fonte alternativa di apprendimento se non vi è stata trasmissione familiare.” (Le lingue dei Sardi: 38-39)

Ecco risolto il mistero degli “informatori bugiardi”, e usando esclusivamente dati e interpretazioni dei dati presenti nella medesima ricerca sociolinguistica alla quale ha collaborato il Prof. Giovanni Lupinu.

A questo punto, però, bisogna anche constatare che i dubbi del Prof. Lupinu sono utili per mettere in luce un altro problema legato all’apprendimento “improprio”  del sardo dai parte dei giovani. Al contrario di quello che è successo ai pochi parlanti della mia generazione, che hanno appreso il sardo dal gruppo dei pari e non in famiglia, i giovani di oggi lo apprendono  in molti casi da altri giovani che ugualmente non lo hanno appreso in famiglia e che in effetti, come loro stessi, hanno appreso l’italiano come prima lingua.

Da una serie di osservazioni non sistematiche, ho potuto rendermi conto che spesso il sardo di questi giovani è molto “sgrammaticato” e pieni di interferenze anche lessicali dall’italiano.

È quindi fondamentale in questo momento che il sardo venga finalmente insegnato nelle scuole e per motivi che ormai non sono più solo di prestigio e di innalzamento dello status della limba, ma proprio per poter permettere ai giovani di avere una corretta competenza del sardo a tutti i livelli: sintattico, morfologico, fonologico, lessicale e pragmatico.

I giovani devono imparare a formulare e pronunciare correttamente il sardo e ad usarlo in modo socialmente adeguato a qualsiasi situazione.

I dubbi del Prof. Lupinu, quindi, si rivelano in fondo giustificati, se con questo si intende dubitare del corretto apprendimento del sardo da parte di tutti coloro che dichiarano di averne una competenza attiva.

Ecco perché è di fondamentale importanza che ad insegnare ilo sardo nelle scuole siano dei docenti di madre lingua, formatisi in corsi tenuti in sardo, in modo che essi stessi possano addestrarsi ad un uso formale e prestigioso della limba.

Non va assolutamente ripetuto l’errore compiuto nel passato di tenere dei corsi sul sardo, ma in italiano.

Quel modo di operare riflette l’eterno monolinguismo isterico degli Italiani–fatto proprio dalle università italiane di Sardegna–e che ha come conseguenza che gli studenti di lingue non imparano mai a parlare effettivamente la lingua studiata.

Gli insegnanti di sardo devono essere tutti dei parlanti nativi–o seminativi–per i quali è naturale esprimersi in sardo e in grado quindi di rendere partecipi i discenti del semplice fatto che il sardo è e deve essere sempre di più una lingua normale, in cui si può fare qualsiasi cosa.

April 20, 2011

Abbasso l’uguaglianza (2)

Anche se agli Olandesi l’uguaglianza piace tanto (“Dispotismo orientale per il controllo delle acque”) e anche se l’economia richiede prodotti interamente standardizzati (e gli Olandesi se ne intendono e sono molto estremi in questo), i tulipani continuano a crescere uno diverso dall’altro.

E non sto parlando dell’altezza…

April 19, 2011

Certe cose non invecchiano mai

Questa faccia di bronzo l’ho fotograta oggi al Museo Archeologico Nazionale.

Così mi è venuto in mente di ripubblicare un vecchio articolo sulla “naturalezza” della LSC. Tra l’altro ho scoperto frugando con Google, che quest’articolo è stato il secondo più cliccato del Sito L’altra voce. Adesso ho capito perché Giorgio Melis allora ha deciso di censurarmi.

Altravoce