Archive for ‘contus in italianu’

January 20, 2011

Saranno famosi!

 

E dire che allora non aveva ancora vinto il Nobel, altrimenti chissà cosa sarebbe successo.

Lei era una studentessa tra i 22 e i 24 anni, non ricordo bene.

E non ricordo neppure cosa studiasse. Era andata ad intervistarlo e–com’è come non è–lui, il grande attore-regista, era riuscito a trombarsela, anche se avrebbe potuto quasi essere suo nonno.

Ma la cosa comica è che lei, appena tornata a casa, ha raccontato tutto al suo ragazzo.

Lui allora è andato dal grande attore-regista, incazzato nero, a dirgli che doveva vergognarsi di trombare con una che poteva quasi essere sua nipote.

Il grande attore-regista, invece di vergognarsi, l’ha raccontato a Frantz e gli ha anche detto: “Ma questa scema, perché ha raccontato tutto al suo ragazzo?”

Frantz l’ha raccontato a me, perché il grande attore-regista gli aveva detto che io so usare bene la voce e così Frantz cercava di convincermi a entrare nella sua compagnia di attori dilettanti per recitare i lavori del grande attore-regista-autore e spettegolava di lui in continuazione, proprio come una bagassa vecchia.

Franz–quando gli avevo detto che lo spettacolo del attore-regista-autore al teatro municipale era già tutto esaurito–mi ha detto: “Gli parlo io!’ e poi mi ha telefonato: “Puoi andare a sederti sul palco insieme agli altri giovani!”

Io ci sarei anche andato a sedermi sul palco–sono meno timido di quello che sembra–ma Linda: “Manco morta!”

E Linda aveva un viso che ricordava quello di Mia Farrow–ma meglio–e il resto era assolutamente meglio!

Prima dello spettacolo io e il grande attore-regista abbiamo parlato un po’, ma non sapevamo cosa dirci. Lui ha detto: “Abbiamo le stesse scarpe” e io “Si, ma le mie non sono di marca.” Poi abbiamo continuato a guardarci le scarpe.

Io e Linda ci siamo seduti su due sedie appena dentro le quinte (si dice così?) e abbiamo visto tutto di profilo.

Il grande attore-regista è stato magnifico e Franz si è dimostrato un’ottima spalla, traducendo l’altrimenti misterioso umorismo di lui, e io ho riso moltissimo, ma Linda–che non capiva una mazza di quello che faceva lui–ha detto che praticamente non ho fatto altro che piangere.

Quando la rappresentazione è finita, il grande attore-regista è scappato di corsa dal palcoscenico ed è venuto a fermarsi con il volto a dieci centimetri da quello di Linda.

Boh?!

Insomma, adesso che l’ho raccontato–anche se a quasi trent’anni di distanza–sono diventato un po’ famoso anch’io e anche un po’ cornuto.

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October 25, 2010

Rosa mutanda o mutanda rosa?

La società multi-culti comincia da un culo di donna e da un sigaro.

Oggi ho un mal di schiena che mi sta ammazzando. Quando ho finito la lezione di sardo, sono andato a sedermi sui gradini della facoltà. Molly–no, è un uomo e anche un nero e Joyce non c’entra una mazza!–è rimasto ancora un po’ a consolarmi, poi è andato al supermercato vicino a fare la spesa.

Io ho continuato a fumarmi il sigaro.

Sono arrivate due ragazze e si sono sedute sul gradino proprio sotto quello su cui ero seduto io. Una–bionda, bella–ha fatto un po’ finta di mettere la maglietta tra il suo culo e i miei occhi e così mi è arrivato subito il messaggio: qui c’è qualcosa da ammirare!

Il tanga rosa–ma non rosa mutanda (vedi “Sardegna come Alzheimer”)–spuntava con un triangolino e poi si immergeva tra le sue natiche: un bel culo, indubbiamente!

Io tra mal di schiena, la coscienza di appestare la loro aria con il mio sigaro e la coscienza che fare il guardone non mi dispiaceva affatto, ho cominciato a sentirmi a disagio.

Me ne sono andato.

Sono un vecchio con il mal di schiena e fumo il sigaro, ma lei aveva un bel culo.

Vabbé, me ne sono andato, ma vedere un bel culo di ragazza non mi è dispiaciuto affatto.

September 17, 2010

FIAT LUX

Adriano Sofri, circa un anno e mezzo fa, amareggiato dagli attacchi personali che subiva per via dei suoi interventi etici sulla stampa, ha scritto una nota su Facebook in cui diceva, più o meno: “Cosa sarei diventato se non fossi stato condannato per la vicenda di Calabresi?”

A me la sua reazione è sembrata fuori posto—la mia opinione su Sofri è molto articolata e ve la risparmio—e ho commentato: “Cosa saresti diventato se avessi avuto un padre analfabeta e avvinazzato?”, ma dopo pochi minuti ho eleminato il mio commento, perché poteva sembrare irrispettoso per la sua condizione di prigioniero e condannato in sede definitiva e io di queste situazioni non so niente: questa è una delle poche cose che la vita mi ha risparmiato.

Scrivo questo perché mi sembra arrivato il momento di spiegare in modo serio perché ho deciso di ritirarmi dalla scena della linguistica sarda e dalla lotta per i nostri diritti linguistici.

Alcuni credono che io sia amareggiato, eppure, se ci pensate bene, non può essere così, visto che ero a un passo dalla mia rivalsa sulla vita: il 13 ottobre sarei andare dovuto Cambridge a tenere un seminario sul sardo, su invito del Cambridge Endangered Languages and Cultures Group.

Per il figlio di un minatore/contadino analfabeta e avvinazzato sarebbe stata una bella rivalsa, lampu! Soprattutto se pensate che fino ai 34 anni il mio mestiere consisteva—fra l’altro—nel raccogliere gli stronzi di cane dalle aiuole di Piazza Sella, a Iglesias.

Non occorre essere stati educati in quella feroce palestra di umorismo che era l’Iglesias della mia gioventù per capire che a Cambridge ci sarei andato a sghignazzare di tanta gente. Loro comunque li avevo avvertiti: volevo intitolare il mio seminario: “Do you wanna play ball?”

Avevano gentilmente declinato l’offerta e optato per un titolo più convenzionale.

Perché mi ritiro allora?

Perché, da sempre, io l’eroe lo faccio soltanto se ci sono proprio costretto, come sulla spiaggia di Is Arenas.

Continuare a lavorare gratis per il sardo, in cambio di almeno altrettanti insulti quante sono state le dimostrazioni di affetto e di gratitudine, stava cominciando a costarmi troppo dal punto di vista personale.

Alessandro Mongili mi ha detto una volta che, secondo lui, un giorno qualcuno scriverà la mia biografia.

Chissà se mai succederà, ma io voglio anticiparvi un episodio che per ha costituito una svolta nella mia vita e che secondo me è del tutto analogo alla mia svolta di questi giorni.

Nel 1970 ero stato “promosso a giugno” alla quinta dell’ITI per periti chimici.

Un po’ per noia, un po’ perché soldi i miei non ne avevano davvero—mio padre riceveva una pensione di 48.000 lire al mese—ho insistito per andare a lavorare a Torino anche quell’estate. Con quei soldi mi sarei pagato i libri della quinta.

Mio fratello—il maggiore—mi aveva trovato un lavoro in un cantiere edile vicino a casa sua. Quando ci sono andato, assieme all’altro fratello appena più grande di me, il capocantiere e il geometra non si ricordavano di nulla. Comunque mi hanno messo in mano una piccola mazza e uno scalpello e mi hanno detto di scalpellare via una fascia di calcestruzzo alta una decina di centimetri, spessa 5 e lunga-lunga-lunga.

Dopo otto ore, le vesciche sulle mie mani erano tutte scoppiate da ore e le mani quasi non riuscivano più a reggere la mazza e lo scalpello.

Quando il mio fratello maggiore mi ha visto le mani ha detto: “Mettile in acqua e sale e ti passa”. Io le ho messe in acqua e sale e il giorno dopo non ero comunque in grado di continuare quel lavoro.

Mi hanno licenziato e mio fratello si è incazzato.

Con me!

Nel giro di un paio di giorni ho trovato un altro lavoro, adatto a uno studente di 17 anni.

Era in una “cromatura” che lavorava, come tutti, per la FIAT e dovevo semplicemente legare con dei fili di rame dei pezzi di plastica che poi sarebbero stati immersi in una soluzione elettrolitica da cui sarebbero usciti coperti da uno strato sottile di cromo o nichelio.

Ironia della sorte, ero uno dei pochi che capivano quello che stava facendo.

La storia è durata un paio di mesi.

Nel mentre ho litigato con quell’altro fratello da cui mangiavo e così son finito a cenare da solo ogni sera, tranne la domenica.

Non riuscivo a fare amici: ero troppo diverso sia dagli altri operai giovani, che dagli studenti torinesi. Oggi si direbbe che in quei mesi a Torino sono diventato depresso.

Prima di partire sono andato a Porta Palazzo e mi sono comprato un giubbotto “militare” e una borsa militare per metterci i libri di scuola.

Mi ero anche comprato un mangianastri e mio fratello—il maggiore—si è incazzato con me.

Arrivato a casa ho consegnato i miei guadagni a mia madre.

In seguito mi hanno detto che i soldi li avrebbero usati per pagare un po’ di rate della casa che stavano riscattando.

I libri li avrebbero chiesti alla scuola, al patronato.

Hanno mobilitato il vicino di casa socialdemocratico, come il preside della mia scuola.

Quell’anno non ho studiato e così non mi hanno ammesso all’esame di maturità.

E ho anche deciso che, dopo il diploma, non avrei continuato con gli studi.

Sono tornato sulla mia decisione soltanto 15 anni dopo.

August 8, 2010

Palpavamo la passeggera leggeri

Uscendo dalle tenebre di Kras, apparivamo improvvisi sulla scalinata illuminata. Ancora pieni dei sogni appena interrotti, giovani guerrieri dalla testa di Uccello (Kon-ke-katz, nella nostra lingua antica) ci arrampicavamo sul carro-di-fuoco che ci avrebbe condotto al Castello, come ogni giorno.
I cavalli che tiravano il carro-di-fuoco erano neri come la notte stessa e nessuno poteva vederli. Nella notte, intonavamo i nostri canti bellicosi e suonavamo i sacri tamburi di legno che avevamo di fronte. E così impedivamo anche che qualche blasfemo ci si sedesse su.
Pochi avevano il coraggio di avvicinarsi.
Il carro-di-fuoco partiva molto lentamente, sputando fumo nero. I cavalli barrivano nel buio.
Poi il carro-di-fuoco acquistava velocità e noi cantavamo e suonavamo i nostri tamburi parlanti.
Dopo poche ore il carro-di-fuoco si fermava a metà strada tra due villaggi: Case Nuove e Massakra.
Nessuno dei due villaggi aveva voluto che il carro-di-fuoco passasse per i suoi terreni di caccia e così questo si fermava lungo la frontiera sanguinosa che separava i territori dei due villaggi.
Mentre i cavalli invisibili venivano sostituiti da altri cavalli invisibili, altri passeggeri salivano sul carro-di-fuoco, ma solo i nostri alleati potevano sedersi accanto a noi, sui nostri tamburi sacri.
Il carro-di-fuoco ripartiva verso l’alba e attraversava lande spopolate dove si diceva che, dopo le grandi piogge del mese-di-letame, branchi enormi di strani esseri dalle corna retrattili emergessero dalle viscere della terra. Nella nostra lingua antica li chiamavamo Tzitz-tzitz-korr.
E c’era chi raccontava che in quei luoghi crescessero di funghi di carne del peso di centoventi libbre.
Le ore passavano e noi cominciavamo a diventare nervosi e impazienti. Alcuni di noi cominciavano a minacciare gli altri, imponendo che il tamburo che avevano di fronte restasse libero.
Finalmente il carro-di-fuoco arrivava a Sili-Quodha.
Noi guardavamo ansiosi i passeggeri che salivano.
Lei, Margò, arrivava immancabilmente e si sedeva su uno dei pochi tamburi che avevamo lasciati liberi.
Si parlava un po’, poi quello di noi che sedeva di fonte a lei-o anche tutti e due contemporaneamente-cominciava a toccarle le gambe. Centimetro per centimetro, le falangi del desiderio cominciavano l’esplorazione di quel mondo misterioso che si trovava sotto la sua gonna.

Margò teneva le gambe ben strette, perciò l’esplorazione era necessariamente limitata all’esterno delle cosce. Ma lì, piano piano, un centimetro alla volta, i polpastrelli potevare arrivare leggeri anche oltre le calze velate.
E dopo quel confine c’era il mondo dolce della sua pelle morbidissima.
Margò era assolutamente, come dire, brutta, ma la morbidezza della sua pelle te lo faceva dimenticare.
E nel mentre si continuava a parlare del più e del meno e lei parlava con quello che la palpeggiava o con qualcun altro e non l’abbiamo mai vista cambiare espressione.
Lei non ha mai fatto un gesto di protesta e non le abbiamo mai chiesto se le piacesse o no.
Andava così e basta in quel piccolo mondo antico.
Prima di arrivare al Castello, uno alla volta ci ritiravamo per immaginare quello che mai avremmo avuto il coraggio di fare davvero.
Eravamo giovani guerrieri dalla testa di Uccello: Kon-ke-katz, nella nostra lingua antica.