Archive for April, 2018

April 27, 2018

Perché “filius” non può derivare da “fizu”, ma “fizu” deriva in modo semplicissimo da “filius”

Non avrei voluto dare altra attenzione a quel mucchio di fesserie pubblicato dalla Nuova Sardegna e addirittura dall’ANSA, visto che il loro intento è chiaramente quello di ridicolizzare chi si occupa di sardo.
Purtroppo però diversi dei miei contatti sono cascati nel tranello e adesso mi rimproverano di comportarmi da barone e di non prendere sul serio la possibilità che questo ennesimo linguista-fai-da -te possa avere ragione: Orni Corda per tutti.
Per loro–e solo per loro–voglio allora spiegare perché far derivare “FILIUS” da “FILZU” è una pillonata grande come il monte di Marganai, talmente grande che prenderla anche solo un po’ sul serio ti squalifica.
Presento allora i vari passaggi fonetici che hanno portato dal latino FILIUS al sardo sett. FIZU.
Uso l’alfabeto fonetico X-SAMPA e con questo link (http://aveneca.com/xipa.html

) potete tradurlo in IPA.

La prima cosa da osservare è che la forma FILZU proposta dal nostro intrepido linguista instancabile non è attestata né in sardo né altrove.
Semplicemente non esiste e questo dovrebbe essere già sufficiente a chiudere questa discussione surreale.
Il passaggio opposto è invece lineare e attestato in tutte le sue fasi.

centro-sett.                                > fidZu > fidzu
filius > filjus > fiLu >
mer.                                             > fil:u

Come venisse pronunciata la parola FILIUS nella fase preclassica del latino non lo so, ma si sa che la lettera I, davanti a una vocale, nel latino classico si pronunciava come la semivocale [j]: filjus quindi.
Come ho abbondantemente argomentato nella mia dissertazione (The Phonology of Campidanian Sardinian: compratevela dalla Condaghes), una sonorante (che tale è la [j]) in quella situazione non riceve una posizione sillabica e diventa “instabile”: tende a sparire, come si vede in decine di lingue in tutto il mondo.
Un modo attestato di eliminare la vocale palatale [j] è quello di farla fondere con la consonante precedente: [lj] > [L].
[L] rappresenta il suono presente nell’italiano FIGLIO.
La forma [fiL:u] è attestata, per esempio a Seui, sul Gennargentu, lontano dagli influssi magici del pisano medievale.
Il suono che ne deriva è [L:], la liquida palatale geminata e questo suono è assente nella gran parte dei dialetti meridionale, nei quali, per esempio, il prestito BOTTIGLIA si pronuncia [butil:ja].
Nei dialetti meridionali del sardo, quindi, la forma [fiL:u] è passata a [fil:u], con la liquida alveolare al posto della palatale.
Si noti che il processo inverso [coronale > palatale] diventa impossibile senza suoni palatali adiacenti.
Nei dialetti di Mesania, il suono [L] si è desonorizzato (è diventato una consonante vera e propria), conservando però il punto di articolazione palatale: [dZ], ragion per cui in LSC la parola si scrive FIGIU.
Nuovamente, si noti che il passaggio inverso ([dZ] > [L:]) è impossibile: l’ostruente [dZ] costituisce un’incipit sillabico preferito a quello costituito dalla sonorante [L].
Nei dialetti più settentrionali rispetto alla Mesania, anche [dZ] si è depalatalizzato ed è passato all’affricata alveolare [dz].
In questi dialetti, anche prestiti come GENTE e PARIGI mostrano l’affricata alveolare al posto della palatale: [dzente], [paridzi].
E ancora una volta, si tratta di un processo irreversibile: la palatalizzazione si verifica soltanto in concomitanza con la coarticolazione di una palatale. Se manca questa è semplicemente impossibile.
Fonetica articolatoria elementare.
Se poi aggiungiamo che la forma FILZU non esiste da nessuna parte, vediamo che affermare che da questo niente sia derivata la forma latina FILIUS, attraverso una serie di passaggi impossibili foneticamente, è semplicemente ridicolo.
E adesso che ve l’ho spiegato, cari i miei critici, abbiate l’umiltà di ammettere che un linguista è un linguista, mentre un cagallone rimane un cagallone.

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April 11, 2018

La dislessia di Deriu e la nuova legge sul sardo

 

In questi giorni sono apparsi degli interventi polemici sulla proposta di legge 167: ” Norme volte ad incentivare l’insegnamento della lingua sarda nelle scuole di ogni ordine e grado della Regione. Modifiche e integrazioni alla legge regionale 15 ottobre 1997, n. 26 (Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna)”.

Interventi che, per motivi noti a tutti quelli che si interessano di sardo, non meritavano alcuna attenzione.

Erano Pro domo sua, e questo lo sanno tutti.

Ma ieri, sulla Nuova Sardegna è apparso l’intervento di Roberto Deriu, consigliere regionale del PD: La lingua sarda è una: lo negano solo i reazionari.

Esss, mi son detto!

Devo aver letto male il testo della legge…

Sono tornato a leggermela e ho trovato questo:

Art. 4

Compiti della Regione

[…]

3. La Regione adotta, per la lingua sarda, una norma ortografica di riferimento e una norma linguistica di riferimento. 

C’è scritto: UNA NORMA

e poi, più avanti, ho trovato questo:

Art. 9

Norma ortografica e norma linguistica di riferimento della lingua sarda

1. La Regione promuove, attraverso una procedura trasparente e partecipata, la definizione di: a) una norma ortografica di riferimento della lingua sarda; b) una norma linguistica di riferimento della lingua sarda, nella sua forma scritta.

Anche all’articolo 9 c’è scritto UNA NORMA

Ora, come i miei lettori sanno benissimo, io sono completamente d’accordo che il sardo sia una lingua e non due e, modestia a parte, mi sembra anche di averlo abbondantemente dimostrato, n’est ce pas?

Tanti po ddu nai in sardu.

Non capisco bene, nel testo della proposta di legge, cosa voglia dire “norma linguistica”, e invito i proponenti a farsi capire meglio, ma non ho dubbi sul fatto che si parli di UNA NORMA.

Che Roberto Deriu sia dislessico?

La mia paura si rafforza leggendo il seguente passaggio: “Ma non si ferma qui: ipotizza che di lingue sarde ce ne sia più di una, facendo leva sul concetto di “variante”. Tale ipotesi si esplicita in modo particolare laddove si definisce pleonasticamente la lingua sarda “nelle sue varianti storiche e locali” (articolo 1, comma 2), ma soprattutto nella lettera (b dell’art. 2, dove le varianti vengono definite come le “macro varianti letterarie logudorese e campidanese”.”

Francamente non capisco di cosa Deriu stia parlando.

Da nessuna parte nella proposta di legge ho letto che il sardo sarebbe due lingue al posto di una.

Quanto alle varianti, all’articolo 2 si legge:

b) per “varianti storiche e locali della lingua sarda” s’intendono: le macrovarianti letterarie logudorese e campidanese e le parlate diffuse nelle singole
comunità locali;

Ora, io sono uno di quelli che hanno mostrato che, linguisticamente, il sardo non può essere diviso in logudorese e campidanese.

Ma questo non cambia niente al fatto che esistano due tradizioni letterario-ortografiche, che, pur non avendo mai ricevuto una standardizzazione effettiva, hanno a polarizzato l’ortografia di molti sardi.

Poi esiste una diffusa, quando linguisticamente infondata, percezione di una polarizzazione tra dialetti centrosettentrionali e dialetti meridionali.

Percezione basata soprattutto sulla banalizzazione delle già banali idee di Wagner da parte degli scribacchini sardignoli.

Fatto sta che la suddivisione sociale del sardo nelle due fantomatiche varietà linguistiche è per molti sardi una realtà.

Logudorese e campidanese non esistono nella lingua, ma nella società.

Detto questo, il progetto di legge non propone due differenti norme di riferimento per il sardo.

Dove possa aver letto il consigliere Deriu questa proposta di divisione del sardo in due rimane per me un mistero.

Io leggo sempre e solo la proposta di UNA NORMA.

All’articolo 2. si legge:

d) per “norma ortografica di riferimento” s’intende: l’insieme di regole generali, convenzionalmente definite, di rappresentazione ortografica dei suoni della lingua sarda;

e) per “norma linguistica di riferimento” s’intende: l’insieme di regole sintattiche, morfologiche e lessicali che definiscono lo standard della lingua sarda.

All’articolo 2-e si parla di STANDARD, UNO STANDARD, cosa per me non necessaria, vista la grande unitarietà grammaticale del sardo.

Si parla di uno standard, non di un doppio standard.

Insomma, perché Deriu senta il bisogno di scrivere: “Negare l’unitarietà della lingua sarda è un’ipotesi che bisogna con franchezza definire reazionaria. La proposta compie un passo indietro anche rispetto alla legislazione statale della 482/99 che considera il sardo come una espressione linguistica unica. Per capire di cosa parliamo, pensiamo all’italiano: in alcune regioni si dice anguria, in altre cocomero: sono due lingue diverse? No, sono geosinonimi; esattamente come sceti e petzi. E ciò non fa di “logudorese” o “campidanese” due lingue diverse.” rimane per me un enigma.

E non è neanche vero–ma questo Deriu non lo dice–che la legge voglia  affossare la LSC.

Deriu non lo dice, ma diversi di quelli che scrivono PRO DOMO ISSORO lo hanno scritto.

All’art. 9.4 si legge:

4. Nella definizione della norma linguistica di riferimento della lingua sarda, la commissione tiene conto delle norme di riferimento adottate dalla Regione a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita [LSC] dell’amministrazione regionale e degli esiti della sua sperimentazione.

Insomma, davanti a simili fraintendimenti, l’ipotesi più benevola è che Deriu e i suoi ispiratori siano tutti dislessici.