Archive for April, 2016

April 30, 2016

La tragedia/farsa della storia sarda a scuola

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Io e Anthony Muroni non siamo esattamenti amici: mancu nos connoschimus.

Ma non ho mai avuto problemi a riconoscergli i suoi meriti.

Ieri ne ha aggiunto un altro alla schiera: http://www.unionesarda.it/articolo/il_termometro/2016/04/29/pensate_che_debba_essere_introdotto_nelle_scuole_lo_studio_obblig-57-492738.html

Con questo sondaggio, l’Unione solleva la questione della scandalosa assenza della storia sarda dai programmi scolastici dell’isola.

Non voglio farla più grande di quello che è, ma anche questo sondaggio aiuta a continuare la discussione che abbiamo aperto in questi giorni, con la soppressione di fatto di sa Die de sa Sardinnia, da parte dell’assessore Bugino, con la O.

Non cadrò nel tranello di cercare di spiegare a cosa serve l’insegnamento OBBLIGATORIO della storia sarda.

Mi limito a ribaltare i termini della questione: a chi serve che i sardi ignorino la propria storia?

È esattamente la stessa questione che si pone per la lingua: a chi fa comodo che i sardi non conoscano il sardo?

Insomma: a chi fa POL POTtianamente comodo che i sardi sappiamo meno di quello che sarebbe logico sapessero?

Quale scopo viene servito da una massa di sardi senza storia e senza identità?

Rivolgo la domanda direttamente a Marco Pitzalis–sighendi s’arrexonu de ariseru–a chi fa comodo che i tifosi del Cagliari si identifichino con Carlo Felice?

Se i sardi fossero sia italiani che sardi, a quale scopo gli si impedisce di conoscere la propria storia e di usare la propria lingua in pubblico?

Chi ha paura dell’identità dei sardi?

E chissà perché?

“Tu sei povero, perché sei sardo” (https://books.google.nl/books?id=UJ-U7L_R6eMC&pg=PA73&lpg=PA73&dq=gramsci+tu+sei+povero+perch%C3%A9+sei+sardo&source=bl&ots=SYjdUQ0SeJ&sig=n9IazQrdrTN-wQua2fY6rYV0zWo&hl=nl&sa=X&ved=0ahUKEwjygNi80LXMAhUqB8AKHT_dCr8Q6AEIJzAC#v=onepage&q=gramsci%20tu%20sei%20povero%20perch%C3%A9%20sei%20sardo&f=false)

Le parole dell’operaio/soldato di Sassari suonano oggi più profetiche di quelle di Nino Gramsci, soprattutto per i giovani.

April 29, 2016

Un ruggito da Berlino

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Spassiai-si!

https://alexandrarrexinisarrexonus.wordpress.com/

April 29, 2016

Occultare il passato per offuscare il presente

renzi

Ne stavo discutendo in chat con Marco, uomo di sinistra, molto moderatamente nazionalista: a cosa serve “rivangare il passato”?

A Marco sembrava una gran cazzata, prendersela con la statua di uno morto tre secoli fa.

Ma a volte non c’è bisogno di attendere la Storia, per avere giustizia.

A volte basta la cronaca spicciola.

Nello stesso giorno in cui l’assessore Bugino (con la O, come è stata ribattezzata) mistificava il passato della Sardegna, con la sua Die de sa Sardina (pische migrante), il suo datore di lavoro mistificava il presente con il suo ormai famoso tweet.

Occultare il passato serve a creare il clima culturale più adatto alla mistificazione del presente: “Anneghiamoli in un mare di balle!”.

Un’amica di Facebook in proposito scrive: ”

Patrizia Saba Loi

Io e il premier Renzi siamo iscritti allo steso partito, o meglio è il segretario del partito a cui sono iscritta, il PD. Questo piccolo particolare però non mi impedisce di rivolgergli delle critiche quando ritengo che stia sbagliando. Il suo twitt di ieri, lanciato durante il ‪#‎matteorisponde‬, in cui affermava che in Sardegna la continuità funziona bene é stata una di quelle volte. Appena ho letto sul profilo di Francesco Pravda Nicodemo uno status in cui riportava un’altra delle frasi entusiaste del Premier, questa volta sul ‪#‎jobsact‬, e la marea di critiche che ne seguivano, mi sono aggiunta anch’io con la mia e con foto del twitt incriminato. Oggi leggo le reazioni indignate che la frase sulla continuità ha suscitato. Arrivano da tantissimi cittadini ma anche da esponenti politici di partiti che non sono il PD. E trovo sconfortante, che parlamentari e consiglieri regionali di questo partito non abbiano corretto il tiro al Presidente ricordandogli che la continuità in Sardegna non c’è e per questo non funziona per niente bene. Ingenuamente mi chiedo che cosa li abbiamo eletti a fare se non difendono la loro terra e i loro elettori dalle ingiustizie o falsificazioni, come in questo caso?”

Le ho risposto: “Cara Patrizia, il fatto è che Pigliaru non ha ancora avuto il tempo telefonare a Renzi per chiedergli cosa pensa lui (Pigliaru) di quello che ha detto Renzi. Abbi pazienza!”

Quanto a Maninchedda, è troppo occupato a “celebrare il futuro” per accorgersi del presente: http://www.sardegnaeliberta.it/oggi-si-celebra-il-passato-domani-celebriamo-il-futuro/

 

 

April 27, 2016

Dimenticare Firino, con la O

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Ne ho visto passare tanti di assessori e presidenti, in questi anni.

Tutti “gone with the wind”, ma io ci sono ancora.

Firino–con la O–sparirà dai nostri ricordi ancora prima degli altri: non c’è bisogno di spiegare perché.

Ma un merito ce l’ha: è riuscita a farci ritrovare il senso di Sa Die de sa Sardinnia.

Ci sarebbe quasi da ringraziarla.

Moscia, scontata, vuotamente rituale, ma Sa Die era lì.

Poi Firino–ma tutta la giunta della pesudosinistra e dei pseudoindipendentisti–ha deciso di togliercela.

Allora ci siamo resi conto che la vogliamo.

E adesso?

E adesso dimentichiamo Firino e il resto di questa giunta di impiegati tristi.

Ora è tutto molto semplice: Sa Die è nelle nostre mani.

Questi sardignoli avevano già deciso di staccare i tubi e i fili del rianimatore.

Sa Die–la loro–è già morta.

Ora tocca a noi.

Ora dipende da noi.

Stanno nascendo iniziative un po’ dappertutto.

Su questo, su noi stessi, dobbiamo puntare.

E lasciamo Firino in pace: dalle rape non si cava sangue.

April 26, 2016

Errare è umano, ma questa è una cotzina!

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“una opportunità – ha concluso l’assessore – perché vecchie e nuove generazioni possano identificarsi e riconoscersi nel proprio passato e superare le sfide che l’isola deve affrontare in Europa, nella sua dimensione di terra al centro del Mediterraneo, ospitale e solidale con i popoli che hanno maggiore necessità”. (http://www.sardiniapost.it/politica/sa-die-de-sa-sardinia-tema-del-2016-terra-de-migrantes/)

Mi chiedo se Claudia Firino–con la O tonda-tonda–abbia mai volato.

Forse non sa che sugli aerei gli steward, fra le altre cose, raccomandano che, in caso di necessità, la maschera dell’ossigeno PRIMA si applica a se stessi e POI ai bambini eventuali.

Glielo spiego, visto che a questo punto è chiaro che qualcuno deve spiegarglielo.

Chi non è in grado di badare a se stesso–perché gli manca l’ossigeno e/o altro–non può neanche badare agli altri in modo efficiente.

La Sardegna è terra di emigrazione.

Sono mesi che ho voglia di dirlo, ma mi sono sempre trattenuto.

Emigrare costa moltissimo in mille modi e l’insolente sentimentalismo dell’assessore (“Sardi nel mondo, che portano con sé la propria identità e la intrecciano a culture e tradizioni altre, in terre dove posano la loro valigia e spesso mettono radici.”) rende tutto ancora più amaro.

Ma chi emigra non è chi è più disperato.

Emigra, in generale, chi può pagare il prezzo molto alto che l’emigrazione comporta.

Gli altri affogano.

La Sardegna subisce il salasso di questa gente ininterrottamente dagli anni Cinquanta del secolo scorso.

Quello che oggi rimane in Sardegna è sotto gli occhi di tutti.

Chi può fugge, tranne poche eccezioni.

Sono quelli non hanno la forza o chi appartiene al ristretto giro dei figli di…

Oltre a poche altre eccezioni.

La Sardegna non è nemmeno in grado di offrire prospettive ai propri giovani.

Gli immigrati questo lo sanno bene.

Possibile che l’assessore non sappia delle proteste che regolarmente hanno luogo quando degli immigrati vengono sbarcati in Sardegna?

Possibile?

Quei poveracci non vogliono rimanere in un buco di culo del mondo che non offre niente nemmeno ai propri figli.

Se l’assessore non sapesse queste cose sarebbe già una tragedia.

Ma la tragedia immane consiste nel fatto che l’assessore queste cose non può non saperle.

A froris est!

A froris seus.

Si aggrappa alla mitica “ospitalità” dei sardi.

Ojammommía ita arrori.

Eja, solidali, i sardi.

Eja, solidali e ospitali soprattutto con i militari italiani.

Il dilemma è scegliere tra la buona fede dell’assessore e una sua lucidità nel perseguire un progetto di negazione della storia e del presente dei sardi.

Non riesco a immaginare cosa sia peggio.

 

April 25, 2016

E sbocciò l’amor tra Sedda e l’ex direttor

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“I nemici dei miei nemici sono i miei amici”

Mischineddus: oportunistas ghetaus a pari

Franciscu Sedda: Sa Die chi siat sa de una Natzione ospitale

April 25, 2016

Con Firino non c’è storia

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Ho appena letto uno dei pezzi di Joep van het Hek.

Edith mi ha regalato l’ultima raccolta dei suoi commenti satirici (satirici?) sull’NRC (il Corriere olandese).

Finalmente ho capito perché non sarò mai bravo come lui: Joep è spietato.

Non è questione di coraggio: Joep la pietà non la conosce proprio.

Io non ce la faccio.

La battuta, ferocissima e perfettamente adatta, mi gira in testa da ieri, ma io non ce la faccio.

Ne ho anche parlato con amici e famigliari.

Anche loro dicono di non usarla.

Siamo dei pappamolla.

Mentre la satira non deve fermarsi davanti a nessun potente.

Rimarrò un dilettante.

Perché a Firino la storia dei sardi da fastidio al punto da abolire l’unica festa che ricorda che perfino i sardi sono capaci di avere dignità?

Ovviamente non lo so.

Dovrei potermi introdurre nei suoi pensieri.

Ma posso provare a indovinare, a partire dal suo cognome, con quella O ridicola alla fine.

Il suo cognome in origine era ovviamente Firinu, ma qualche suo antenato ha pensato che quella U finale fosse sconveniente e l’ha trasformata in una tonda O italiana.

L’hanno fatto in tanti: indossare la O come foglia di fico per coprirsi le vergogne sarde.

La O italiana come le mutande.

Sa Die de sa Sardinnia è stata istituita proprio per ricordare a tutti che la violenza che i sardi hanno subito dai proto-italiani, fino a portarli a vergognarsi del proprio cognome sardo, non è stata soltanto violenza psicologica.

Claudia Firino, con la sua O tonda-tonda, ha abolito l’unica festa della dignità sarda, come il suo antenato ha abolito la U dal suo cognome e da quello dei suoi discendenti, con tutte le conseguenze del caso.

La storia–ma solo la storia conosciuta e condivisa–crea identità e l’identità è la colla di una nazione, ricordiamolo, tecnologia sociale impiegata per giustificare il controllo di un certo territorio da parte di una certa comunità di umani.

Distruggere l’identità sarda è lo scopo primo della borghesia sardignola: “Dedicare Sa Die a qualsiasi cosa è una buffonata, non Sa Die in sé. Che rimane una delle poche ricorrenze storiche con un senso (o sarebbe meglio dire l’unica), in Sardegna. Solo la diffusa e profonda ignoranza storica, sommata al nostro autorazzismo da colonizzati (o callonizzati, per citare, più o meno, tziu Bolognesi), può negarlo.
D’altronde, che la Rivoluzione e il suo ricordo siano ancora attuali lo dimostra proprio il fastidio e la reticenza con cui li tratta la nostra classe dominante (compresa la sua porzione accademica). Il problema è sottrarsi alla selezione innaturale imposta alla classe dirigente sarda proprio dopo la fine della Rivoluzione. La regola vuole che si debba per forza essere organici a certi meccanismi, se non proprio a una delle varie fazioni che si contendono la scena, legittimate dai padroni oltremarini. Sennò non sei nessuno e non puoi fare niente. Il conformismo ad un certo punto diventa istintivo: sai cosa fare e cosa dire per tenerti aperte certe possibilità anche senza che nessuno ti dica niente. Sai quanto costi non accettare certi meccanismi di selezione.” (Omar Onnis, ieri su FB)

Mi guardo bene dall’attribuire chissà quale lucidità (perversa) all’assessore Firino: come dice Onnis, basta l’istinto per certe cose.

L’istinto che insorge, per esempio, in una famiglia in cui si decide di italianizzare il proprio cognome. Pensateci: cosa ti da più identità del tuo nome?

E poi quella decisione traumatica che continua a influenzare, strisciante, il modo in cui i discendenti vedono se stessi: “Prima ci chiamavamo Firinu e non avevamo le mutande.”.

Se i sardi fossero nazione, pretenderebbero di controllare il proprio territorio.

Ve lo immaginate che fine farebbero, per esempio, i poligono militari italiani?

Ecco perché i sardi non devono mai diventare nazione ed ecco perché bisogna cancellare perfino il ricordo di quel giorno di dignità del 1794.

Non c’è nemmeno bisogno che qualcuno l’abbia suggerito all’assessore.

Lo spettro di Francesco Cillocco si aggira ancora nell’inconscio collettivo dei sardi, ricordandogli quale sia la punizione per chi osa ribellarsi ai padroni di oltremare.

Ribellarsi?

Anzi, meglio anticipare i loro desideri.

“Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”: esattamente quello che sono diventati i sardi.

April 24, 2016

La giornata del popolo sardignolo

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E così avvenne che, nell’indifferenza generale, l’assessore Firino abolisse anche Sa die de sa Sardinnia.

Perché di questo e non di altro si tratta.

Insomma, è il compleanno di Carletto, ma si festeggia l’onomastico di Gigino.

A Carletto si ostenta su ghinniu.

Traduco per i sardignoli: il dito medio sollevato.

Gli intenti di Firino o chi per lei: “Sardi nel mondo, che portano con sé la propria identità e la intrecciano a culture e tradizioni altre, in terre dove posano la loro valigia e spesso mettono radici. E nuovi cittadini dell’isola, popolazioni che in Sardegna hanno trovato rifugio facendone la propria casa d’adozione.
Vorrei che la ricorrenza sia quest’anno un’opportunità perché vecchie e nuove generazioni possano identificarsi e riconoscersi nel proprio passato per superare le nuove sfide che l’Isola deve affrontare in Europa, nella sua dimensione di terra ospitale e solidale con i popoli che si affacciano nel Mediterraneo”.

Parole fasulle, sentimentalismo a stracu baratu, che comunque non cambiano niente al fatto che Sa Die è stata istituita per ricordare uno dei pochi momenti di dignità della borghesia sarda.

Firino–o chi per lei–è riuscita a rubarci anche questo.

Ai sardignoli di questa giunta, in cui il più indipendentista parla in sardo solo quando va al cesso, evidentemente disturba perfino il semplice ricordo di una dignità sarda.

Chissà, qualcuno potrebbe anche essere preso dalla nostalgia e potrebbe capitare anché ai nuovi viceré di essere imbarcati a sonu de corru.

Ma niente paura!

Firino, Pigliaru, Maninchedda non sono lì per caso.

Infatti nessuno protesta per l’esproprio della giornata dei sardi.

Firino interpreta davvero le prospettive future della Sardegna.

Le prospettive già delineate da Gianfranco Ganau: <<La Sardegna è una regione scarsamente popolata: “nei prossimi 35 anni perderemo 500.000 abitanti; uno squilibrio di un 50% di popolazione lavorativa a fronte di un 50% inattiva, dove solo il 15% della terra irrigua è coltivata e dove i migranti potrebbero essere un’opportunità e una risorsa per combattere lo spopolamento”.>> (http://www.sardiniapost.it/politica/migranti-ganau-sono-una-risorsa-per-combattere-lo-spopolamento/)

Ma Ganau è un  inguaribile ottimista: non tiene conto del fatto che in Sardegna gli immigrati sono scarsi (2,6% della popolazione) e quando vi vengono fatti sbarcare a forza, scatenano regolarmente proteste (giustificatissime), perché vogliono essere trasferiti in luoghi che offrono prospettive.

Ganau ha espresso il desiderio che la Sardegna venga ripopolata da non sardi, perché altrimenti non ci sarà più nessuno a lavorare per loro, per i viceré di oggi.

Firino fa finta di credere, ma–non c’è limite al peggio–forse addirittura crede che in Sardegna esista una forte immigrazione, altrimenti non si spiega l’esibizione degli immigrati alla celebrazione de Sa Die.

Il 28 faranno parlare alcuni emigrati, ma anche una donna tedesca figlia di una sarda: perché?

Con quali criteri sono stati selezionate le persone che interverranno?

Di cosa parleranno?

In che modo le loro storie sono collegate alla cacciata del viceré, loro che sono stati cacciati dalla loro terra solo perché non sono nati nella famiglia giusta e/o non avevano la giusta tessera di partito?

Ma Firino ha ragione: commemorare una dignità perduta è inutile.

Meglio cercare di convincere altra gente a venire in Sardegna a lavorare per loro, i nuovi viceré.

April 22, 2016

Codi-amo(ci) la salute

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Come si dice: “non c’è limite al peggio.”

Prima di scrivere questo post–dopo aver ricevuto il documento in questione, sono andato a fumarmi un sigaro, accompagnato da un bicchierino di Porto LBV (po prexeri).

Roba da meditare.

“Si segnala l’iniziativa «Codi-amo», volta alla promozione e al potenziamento del pensiero computazionale degli studenti.”

Si tratta del seguente concorso: http://www.programmailfuturo.it/progetto/concorso

Non sono riuscito a ridere e ancora non rido.

È evidente che “La Dirigente Simonetta Bonu” non si rende conto di quello che succederà nelle scuole sarde quando “Codi-amo”  sarà proposto agli studenti.

Malgrado la U alla fine del suo cognome la signora Bonu non conosce neanche la parola forse più importante del sardo e propone tranquillamente agli studenti il suo “Codi-amo”.

No!

Qui c’è poco da ridere.

La borghesia coloniale sarda è arrivata a questo punto.

Io non rido per niente.

 

April 19, 2016

Il pudore di Maninchedda

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“io non parlo mai di lingua come non mostro mai la mia famiglia. Il motivo è semplice: vorrei preservare un angolo di privato dove esisto a prescindere dal ruolo pubblico).” (http://www.sardegnaeliberta.it/olbia-cagliari-carbonia-ret…/)

Quando leggi una frase pretestuosa come questa–e ce ne vuole di classe, ma in sardu si narat “faci de sola”, per concepirla!–la prima cosa che ti viene in mente è qualcosa come:

“Non tutte le lasagne vengono col buco!”

Una frase che assomiglia a qualcosa dotato di significato, ma che invece non vuol dire proprio una mazza.

Non c’è proprio più niente da fare per Maninchedda.

Ormai usa la sua intelligenza solo per scrivere  contos de foghile sul suo blog, storie fantasy sul suo indipendentismo e sullo stato che starebbe costruendo, con il suo consulente che imita Edmondo De Amicis.

A Paolo della lingua forse non gliene importa una mazza o forse il fatto che stia scomparendo gli sta solo bene.

Quale delle due opzioni sia giusta lo sa lui.

In ogni caso, quello che si capisce dalle parole buttate lì senza pensarci troppo–comprensibilmente–viene fuori che concepisce la questione linguistica come una questione privata, intima.

E questo da parte di un filologo che è anche un politico.

La lingua: fenomeno sociale principe, ridotto a faccenda privata.

Mi viene in mente l’immagine di Maninchedda che si aggira per casa sua in mutande e parla in sardo di nascosto, da solo ovviamente.

O chiuso nel bagno, sotto la doccia.

Hmmm, sotto la doccia canta a squarciagola Non potho reposare.

A proposito, questa canzonetta melensa e disgustosamente piccolo borghese, della borghesia infima degli inizi del secolo scorso, è proprio l’inno adatto al loro partito: Il Partito dei Tardi.

Brutta, melensa, falsamente sentimentale, in un sardo reso improbabile dalle miriadi di italianismi e con un waltzer come musica.

Inno perfetto per questi indipendentisti all’amatriciana.