July 18, 2016

La corte costituzionale: “I sardi? Coddiamoli! Pocos, locos y mal unidos!”

freccie

–Ma che cazzo vogliono? Essere rappresentati al parlamento europeo? Ma se sono il 2,7% del corpo elettorale!

(pocos)

–E poi votano comunque per i nostri attacchini locali! Si sentono già ottimamente rappresentati!

(locos)

–E nelle nostre università in Sardegna riusciamo ancora a tener fuori la linguistica aggiornata e possiamo sempre giocarci la carta di Wagner e della divisione del sardo in dialetti. “Il sardo non è unito”!

(mal unidos)

–Poi con i nostri agenti locali siamo anche riusciti a bloccare tutta la discussione sullo standard. Pigliaru, Firino e Maninchella hanno fatto un ottimo lavoro. Murrungeranno pro forma, ma ne saranno felici, soprattutto Maninchella, che per parlare in mácomerese deve sfilarsi i jeans. Di questi tempi, meglio non fidarsi ad andare in giro in mutande. Eh, con questi terroristi bisessuali.

–Ajò, telefoniamo a Ganau e a Quintino Sedda per dargli la buona notizia e dirgli di sparare un paio di cazzate.

–Ma a quelli del sardo non gliene frega una mazza!

–Appunto!

“E’ tempo di aggiungere una lingua. Natzionale.

Non è facile ma vorrei dire doppiamente grazie alla Corte Costituzionale della Repubblica italiana.
Il primo grazie perché con la sua sentenza contraria al riconoscimento dei sardi come minoranza linguistica di prima categoria – per intenderci, allo stesso livello dei parlanti tedesco, francese e sloveno – ci ha ricordato ancora una volta quanto possiamo essere tutelati dentro lo Stato italiano: “Altro che minoranza in casa altrui, fatevi una casa vostra e fate prima”, questo ci ha ricordato la Corte Costituzionale, e non possiamo che essergliene grati.
Il secondo grazie invece glielo dobbiamo perché ci ha ricordato su quale terreno si gioca la partita per la lingua sarda, tanto più se la si vuole giocare dentro il terreno italiano.
La Corte Costituzionale infatti ha ribadito due principi: 1. la lingua sarda deve essere nel vostro Statuto; 2. la lingua sarda deve avere una forma unificata.
Il punto 1 ci aiuta a ricordare che la lingua sarda non è nello Statuto e che la tanto celebrata Autonomia sarda è nata contro la cultura nazionale sarda, è nata come maldestro tentativo di italianizzarsi e di essere, in quanto sardi, orgogliosi di questa italianizzazione. Insomma, la Corte ci ricorda che serve una pedagogia della responsabilità, della sovranità, della coscienza nazionale sarda per curarci dal morbo autonomista. E noi del Partito dei Sardi non possiamo che ringraziare per l’aiuto datoci nel ricordare ai sardi da dove veniamo e perché siamo da almeno sessant’anni “in sa bassa”.
Il punto 2 è ancor più importante perché la Corte specifica che non ha senso chiedere di essere riconosciuti come minoranza linguistica di primo livello nel momento in cui manca <<la stessa individuazione di una lingua unificata, risultando la stessa articolata in più dialetti dotati di significativa identità propria>>. Insomma, non puoi chiedermi di trattarti come il tedesco, il francese, lo sloveno se non riconosci – quantomeno a livello di norme ortografiche – una lingua standard. Non potete chiederci di considerare il sardo come il tedesco, il francese, lo sloveno (l’italiano!) se vi ammazzate fra di voi per definire una, due, tre, quattro varianti, se siete voi i primi a delegittimare ogni ipotesi di standardizzazione unitaria (anche quella istituzionalmente già riconosciuta!) per far valere il diritto al fonema di nonno o al lessema di paese.
Insomma la Corte Costituzionale ci sta dicendo che – dentro il quadro costituzionale italiano – l’unica battaglia politica che si può e si deve fare per la lingua sarda è quella della piena e completa affermazione istituzionale e sociale di uno standard unico di riferimento, o come io preferisco dire, di una “lingua nazionale”. Chiunque ami il sardo, ora più che mai dovrebbe convincersi che bisogna fare tutti un passo oltre campanilismi e localismi. Posto che noi sardi non abbiamo intenzione di rinunciare alla pratica, allo studio e all’insegnamento di ogni singola variante della nostra lingua (e delle altre lingue di Sardegna come, per intenderci, il gallurese, il sassarese, l’algherese, il carlofortino…) è tempo di aggiungere una lingua, è tempo di fare un passo avanti collettivo verso una vera lingua nazionale dei sardi.
“Se amate la vostra lingua unitevi. E unitela!”, ci dice, l’Italia.
Come rispondere? Io direi:
“Gratzias meda pro su cunsigiu. Adiosu”.
A innantis!
Franciscu Sedda”

July 15, 2016

Miseria, ignoranza, terrorismo

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Se la cultura non da la felicità, figuriamoci l’ignoranza.

Solo ieri i cittadini dello stato italiano scoprivano che la povertà è un fenomeno di massa e già oggi dovrebbero pensare solo al terrorismo.

E invece, mi tengo la paura per il terrorismo (relativamente piccola) e anche quella (molto più grande) per l’uso che del terrorismo verrà fatto da tutti i governanti e scrivo lo stesso della miseria di massa in Italia, ma soprattutto in Sardegna.

Quali sono le cause della povertà?

“L’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento (il valore minimo, 4,0%, tra le famiglie con persona di riferimento ultrasessantaquattrenne) e del suo titolo di studio (se è almeno diplomata l’incidenza è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare).”

L’articolo di Repubblica non dice come sia distribuita la povertà nelle varie regioni, ma, come si sa, la Sardegna detiene da molti anni saldamente il record della dispersione scolastica: stabilmente un quarto dei ragazzi sardi lascia la scuola senza un diploma.

L’Istat ha reso adesso ufficiale il rapporto tra poca istruzione e miseria, sempre che ce ne fosse bisogno.

Io denuncio da anni questo scandalo e da anni avverto della bomba sociale che ci sta crescendo sotto il culo, ma ottengo come unico risultato che le visite al blog calino drammaticamente.

I lettori del mio blog, evidentemente, non hanno figli con problemi scolastici.

Quei ragazzi destinati alla miseria sono i figli degli altri.

Ripeto ogni volta con maggiore stanchezza che la dispersione scolastica–e quindi la futura miseria di questi ragazzi che non potranno nemmeno emigrare–è direttamente collegata alla questione linguistica, visto il 36% dei ragazzi “delle isole” non è in grado di comprendere un testo semplice in italiano. Le fonti, citate decine di volte, cercatevele nel blog.

Ripeto ancora una volta: come cazzo potrebbero imparare qualcosa dei ragazzi che non capiscono quello che leggono?

Questa cosa non interessa praticamente nessuno: infatti non esiste alcuna ricerca–una che sia una!–sul rapporto tra situazione linguistica e dispersione scolastica.

Io ne parlo nel mio libro “Le identità linguistiche dei sardi” e in diversi articoli nel blog, mettendo insieme le poche informazioni disponibili.

Per il resto: buio totale.

Nessun linguista italiano ha voglia di compromettersi la carriera denunciando il re nudo.

Un quarto dei ragazzi sardi è condannato a un futuro di miseria, per via, tra le altre cose, della situazione linguistica in Sardegna e questo non interessa praticamente a nessuno.

Si continua a creare emarginazione e disperazione nell’indifferenza generale di chi ha di più.

Quando qualcuno fornirà un’ideologia e un’identità qualsiasi a questa massa crescente di giovani disperati, gli indifferenti di adesso si stupiranno improvvisamente di quello che avevano sempre ignorato.

Un po’ come in Francia adesso.

July 11, 2016

La farsa di Ryanair, la soggezione culturale e le piste ciclabili

pigliaru

Mica avevo detto che avrei smesso di rompere le palle ai sardignoli, eh!

Eccomi qui, allora, con due parole di commento alla cronaca eloquentissima di Vito Biolchini.

Da dove viene la totale soggezione politica di questa giunta di sardignoli agli interessi italiani?

Ovviamente, dalla loro soggezione culturale, e quindi psicologica e quindi politica.

Gente come Pigliaru è costretta dalla propria soggezione culturale a fidarsi fino al ridicolo più sconcio delle promesse degli italiani.

Ammettere che in questo caso lampante gli interessi di Renzi e dei dipendenti di Alitalia in mobilità–gli interessi italiani–cozzino contro i sacrosanti interessi dei sardi e che quindi dal governo italiano non ci si può aspettare altro che promesse truffaldine, significherebbe proclamare la propria indipendenza psicologica dall’Italia, con tutte le conseguenze del caso.

Questi diversamente coraggiosi allora, DEVONO credere alle promesse di Delrio e del resto del governo italiano, pena il venire meno della loro funzione di ascari, quella per cui sono stati nominati dai partiti italiani.

Ancora più patetiche sono le guide indiane delle giacche blu, che in questi giorni teorizzavano su Facebook una misteriosa coincidenza di interessi di tutti i sardi, garantita dal semplice e non meglio definito loro “essere sardi”.

Pigliaru e Deiana farebbero sempre e automaticamente gli interessi dei sardi, “anche quando apparentemente fanno esattamente il contrario”.

Tra l’altro mi sono sfuggite le proteste dell’assessore alle biciclette, in genere molto battagliero verbalmente.

Un amico mi ha scritto che per ora il geniale assessore non si pronuncia, in attesa della presentazione del suo piano faraonico, ispirato da Christo, di piste ciclabili sull’acqua che uniranno la Sardegna al resto del mondo.

Insomma, con Maninchella, la continuità territoriale è cosa fatta.

July 6, 2016

Testamento

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Non sono di quelli che perdono molto tempo a guardarsi indietro.

Cerco sempre di guardare avanti e, soprattutto, di guardarmi intorno.

E quello che vedo attorno a me non mi piace, ma siccome da mesi non faccio altro, questa volta vi risparmio, a voi pochissimi lettori rimasti, la mia ennesima tirata contro questi beccamorti del sardo appollaiati tra Viale Trento e Viale Trieste.

Ho ripensato a quello che ho fatto in questi decenni–mi son guardato indietro–e ho concluso che rifarei esattamente le stesse cose, compresi gli errori, perché se non corri rischi–in politica e nella vita–sei condannato a non fare mai nulla.

I rischi che ho accettato in questi anni sono stati quelli di fidarmi di persone false e cattive.

Ho perso la scommessa, ma l’alternativa sarebbe stata non fare nulla.

Quello che ho fatto–assieme ad altri–è servito a qualcosa?

È servito a poco, molto poco.

Infatti non sono il solo a sentirmi così: gli amici/compagni di questi anni si sentono anche loro così.

Eppure non mi sento deluso.

Sconfitto sì, ma non deluso, perché la nostra è una guerra e le guerre si possono vincere, ma solo se le combatti.

Siamo stati sconfitti.

Le guerre si possono anche perdere.

Il sardo è più moribondo che mai.

Dietro di noi sono venuti dei giovani di buona volontà che stanno ci provando.

Faccio il tifo per loro, ma dalla tribuna.

In orabonas!

Siccome sono giovani e i giovani sono per definizione “foolish” (tontatzus) stanno anche ripetendo parecchi degli errori commessi dalla mia generazione, soprattutto quello di non studiarsi le cose che abbiamo già detto.

Ma adesso tocca a loro e a me tocca di tirarmi da parte.

Uno, perché è chiaro che, se le cose non vanno, bisogna cambiare approccio e io non sono più in grado di vederne un’altro: invecchiare comporta anche questo.

Ripeto: rifarei tutto da capo.

Due, perché, dopo tanti anni passati a rompere i coglioni, voglio anche dedicarmi a cose che mettono allegria.

Non che non lo facessi già, ma non voglio chiudere tirandomi dietro la fama di vecchio inacidito.

E poi, con la vita–le vite–che ho fatto devo pensare anche ad arrotondare la poca pensione che mi aspetta.

Insomma, i miei progetti per il futuro consistono nel mettermi a guadagnare un po’ di soldi rendendo allegra la gente.

La bellezza non ci salverà, ma almeno permette di tenere la schiena dritta.

June 30, 2016

Quanto vale il sardo a scuola? Quanto un’immagine sulle canottiere della Dinamo

firino

Non c’è bisogno di grandi discorsi e di analisi complesse.

L’assessore al nulla–ma ogni tanto assessore ai bruscolini–Claudia Firino stanzia per l’uso del sardo a scuola come lingua veicolare la stessa identica cifra che ha regalato alla Dinamo di Sassari per esporre l’immagine dei giganti di Monti de Prama.

Guardate quanto possono spendere le scuole.

Ma i membri di questa giunta sardignola sono davvero tutti convinti che siamo tutti tonti?

 

June 26, 2016

I sardi sono quasi morti e a denunciare il loro genocidio ci pensa il Consiglio d’Europa

pigliaru

Come sappiamo tutti, lo stato italiano, nemico eterno dei sardi, discrimina la nostra lingua.

A denunciarlo, tristemente, non è un’istituzione sarda, ma il Consiglio d’Europa: http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2016/06/24/gli_ispettori_di_bruxelles_lingua_sarda_discriminata_norme_non_ri-68-509174.html

Non potrebbe farlo Pigliaru, che è stato nominato dal PD, lui italiano, per fare gli interessi degli italiani.

Non potrebbe farlo l’assessora Firino, visto che non sa nemmeno di cosa stiamo parlando: sta per essere cacciata e nessuno noterà la differenza.

Non potrebbe denunciarlo Maninchedda che è lì per cercare di confonderci, chiamando “indipendenza” l’asservimento totale agli interessi italiani.

Il sardo si sta estinguendo e, con la lingua, i sardi stessi.

Tutte cose già dette.

Politicamente e culturalmente i sardi sono già in coma, come hanno dimostrato le elezioni comunali.

Dal loro stato di incoscienza e vita vegetativa, ovviamente, i sardi non potrebbero denunciare il proprio genocidio culturale.

Ci pensa il Consiglio d’Europa al loro posto.

P.S. Sto esagerando?

Ieri c’erano 25.000 persone al Gay Pride.

Ce li vedete altrettanti sardi andare a una sfilata del Sardinian Pride? (http://www.sardiniapost.it/cronaca/cagliari-arcobaleno-venticinquemila-in-piazza-per-il-sardegna-pride/)

Cioe’, ce li vedete manifestare in migliaia per il loro diritto a essere gioiosamente sardi?

Per il diritto a parlare in sardo dove, come e quando ne hanno voglia?

Per il diritto a sentire il sardo in televisone e usarlo a scuola?

Ecco, appunto.

 

June 13, 2016

Le “finestre rotte” e il femminicidio

femminicidio

Nella discussione che si sta svolgendo sui social media in questi giorni sul tema del “femminicidio”, si possono individuare due posizioni.

Una attribuisce il “femminicidio” al clima culturale maschilista che, in modo comunque mai chiaramente definito, porterebbe certi individui a interpretare tale maschilismo nel modo più estremo.

Il “femminicidio” sarebbe un fenomeno socio-culturale, da curare, curando la cultura degli uomini.

C’è da notare che i sostenitori di questa posizione, maggioritaria nei media più importanti, non presentano i dati sul fenomeno.

O almeno io non li ho mai visti.

L’altra posizione vede nell’assassinio di un numero limitato di donne da parte di uomini un fenomeno dovuto al malessere di un numero estremamente limitato di individui e che, in quanto tale, è competenza di psichiatri, psicologi e criminologi.

Oggi, però, mi è capitato di leggere questo interessante articolo di Giuseppe Melis, che mi ha fatto ricordare della teoria delle “fimestre rotte”.

“La teoria delle “finestre rotte” fa riferimento a un esperimento di psicologia sociale, condotto nel 1969 presso l’Università di Stanford, dal prof. Philip Zimbaldo. Lo studioso dimostrò che non è la povertà ad innescare comportamenti criminali ma il senso di deterioramento, di disinteresse, di non curanza che si genera su una situazione qualsiasi, tale per cui si diffonde la percezione che i codici di convivenza, una volta rotti, inducano le persone a pensare che le regole e più in generale qualsiasi codice di regolazione sociale sia del tutto inutile, generando in questo modo un progressivo deterioramento delle stesse.

L’esempio è proprio quello di un vetro che si rompe e non viene riparato, dando luogo ad un progressivo decadimento dell’edificio, tale per cui dopo il primo vetro rotto, se ne rompe un altro, e così via tutti gli altri elementi dell’edificio. Ecco perché quando non si interviene subito per rimettere in ordine una situazione negativa, presto si innescherà un processo di decadimento senza fine. “Se una comunità presenta segni di deterioramento e questo è qualcosa che sembra non interessare a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. Se sono tollerati piccoli reati come parcheggio in luogo vietato, superamento del limite di velocità o passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi” (http://www.unitresorrentina.org/foto/24-forum/85-la-teoria-delle-finestre-rotte).”

Ora, questo determinismo meccanicista, applicato a una disciplina umana, può solo far sorridere: le variabili di cui tener conto, quando si fanno previsioni su una cosa così complessa come il comportamento degli umani, sono semplicemente troppe.

Uno psicologo indiano di cui non ricordo il nome una volta ha scritto che uno psicologo probo si reincarna come fisico, mentre uno empio si reincarna come sociologo.

Questa battuta rende bene quale sia il grado di complessità delle diverse discipline.

Comunque sia, la posizione “culturalista” rispetto al “femminicidio” sembrerebbe ispirarsi alla teoria delle “finestre rotte”: in un clima di generale disprezzo per le donne, il “femminicidio” ne sarebbe solo la conseguenza più estrema, ma logica.

Ma esiste questo clima in Italia?

Per esempio, viene tollerato che un uomo picchi una donna per strada?

Due recenti episodi, a Polignano (http://bari.ilquotidianoitaliano.com/cronaca/2016/06/news/120119-120119.html/), dove il violento ha rischiato il linciaggio, e a Sassari, dove un passante è intervenuto (Pier Franco Devias. “Durante un litigio lui le tira un pugno in faccia. Interviene un passante e rischia di prendersi una coltellata da questo elemento.”) fanno ritenere di no.

Ora, io cresciuto in Sardegna e abitante in Olanda da oltre 30 anni, non posso fare affermazioni sul grado di accettazione, in Italia, della violenza sulle donne in pubblico. Posso solo dire di aver trascorso in tutto molti mesi in Italia e di non essere mai stato testimone di un singolo episodio del genere.

Chi dei miei lettori conosce meglio l’Italia potrà giudicare da sé.

Questo per quanto riguarda la violenza in pubblico, ma che dire della violenza in privato, tra le mura di casa?

Esiste in Italia una cultura diffusa che accetta, tollera o forse addirittura incoraggio la violenza domestica?

Io non lo so.

Ma chi vive in Italia o la frequenta spesso, saprà se gli è capitato di sentire parlare favorevolmente della violenza domestica, magari per strada, o al bar, dal barbiere, mentre si fa una fila.

Perché se tale violenza è nascosta, segreta, vuol dire che esiste un clima generale di riprovazione, non di accettazione.

Insomma, la condizione necessaria per poter concludere che il “femminicidio” sia la conseguenza finale ed estrema delle “finestre rotte” è che “questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi“.

Ora, verificare se in Italia esiste un clima culturale favorevole alla violenza sulle donne non mi sembra così difficile.

La cultura è per definizione pubblica, aperta.

Se una cosa la si tiene nascosta è per sottrarsi a un eventuale stigma.

Io, ripeto, conosco l’Italia troppo poco, ma a giudicare dal numero di “femminicidi”, mediamente inferiore al numero di quelli che avvengono in Olanda, e ragionando all’interno della teoria delle “finestre rotte”, dovrei concludere che la violenza sulle donne sia rifiutata ancor più che qui, paese in cui la violenza è uno dei tabù più grandi, e non solo quella nei confronti delle donne.

June 11, 2016

E le donne? “Tutte puttane!”

“Crediamo che a questo punto sia necessario un cambio di passo per arrivare a centrare l’obiettivo.

Dobbiamo spostare la questione dagli  italiani ai rom: la loro voce non si sente.
È a ognuno di loro che lanciamo un appello: costruire una rete di rom contro i furti ai danni degli italiani.

Perché, dunque, coloro che possono dare un contributo a veicolare i più efficaci messaggi sul furto non si ritrovano in una realtà che concretamente si metta a disposizione?
Si tratta di mettere in pratica con un gesto concreto quella rivoluzione culturale di cui tanto si parla. E la rivoluzione, qui e oggi, la possono fare solo i rom per i rom, affrontando un percorso di liberazione simile a quello che ha portato gli italiani all’emancipazione.
Perché è vero: le leggi ci sono, il problema è educativo. Ma la voce degli italiani da sola non basta. Accanto a loro devono devono esserci i rom.”

L’appello di un razzista dal volto umano?

Perché al di là delle buone intenzioni, in questo messaggio si veicola l’idea inaccettabile della responsabilità collettiva dei rom, tutti i rom, nei confronti dei crimini commessi da degli individui.

L’unica cosa che distingue questo appello dalla ruspa di Salvini è che Salvini non crede che i rom si possano emancipare.

Nessun democratico, nessuna persona “de sinistra” si farebbe portatore di un messaggio simile.

Invece, basta sostituire la parola “rom” con “uomini” e la parola “italiani” con “donne” e, ancora la parola “furto” con “violenza” e il messaggio lo ritrovate, tale e quale,sul Corriere della Sera e, ripreso, sul Huffington Post.

Il merito di questo messaggio è quello di dire apertamente ciò che la campagna mediatica sul “femminicidio”, che infuria in questi giorni, si limita a suggerire: la violenza sulle donne sarebbe il frutto di una cultura diffusa tra maschi italiani, la quale giustificherebbe, se non addirittura incoraggerebbe, l’assassinio della donna.

E qui mi cascano le palle in terra.

Le palle, i genitali, cioè l’unica cosa che mi accomuna agli altri miliardi di “uomini” e che farebbero di me un potenziale assassino di donne.

Insomma: gli uomini tutti portatori di una cultura di violenza sulle donne, cioè, i rom tutti ladri, almeno potenziali, e le donne…beh, le donne … tutte puttane no?

Questo è il livello della campagna furibonda scatenata dai media renziani e ora rivendicata apertamente dalla ministra Boschi: http://www.huffingtonpost.it/2016/06/09/boschi-femminicidio-12-milioni-da-governo_n_10381406.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

Perché, con il numero di omicidi in calo costante–sì, omicidi, cioè l’uccisione di esseri umani, donne comprese–e il calo conseguente del numero di donne assassinate–tra l’altro in Italia perfino leggermente inferiore a quello di altri paesi europei, in cui però nessuno di sogna di parlare di “femminicidio”–l’uso di quest’arma di distrazione di massa si spiega soltanto con la volontà di convincerci che nell’Italia di Renzi, e del liberismo trionfante, la contraddizione principale non sia quella tra una minoranza infima di ricchi oppressori e una massa enorme di oppressi e diseredati, ma quella tra uomini e donne.

Povere donne, la stragrande maggioranza delle quali sono davvero oppresse.

E poveri uomini.

Delle violenze che subiscono gli uomini da parte di altri uomini (vengono ammazzati tre volte più uomini che donne) e anche da parte delle donne non si parla, non si deve parlare.

E questo appiattirsi sulle posizioni e sugli interessi del liberista Renzi lo chiamano femminismo.

 

June 2, 2016

Il sonno della ragione genera scemenza mostruosa: Kelledda Murgia, il “femminicidio” e i sesso degli angeli

femminicidio

Quando anche una persona intelligente, colta, impegnata e perfino simpatica come Nicolò Migheli, condivide un mucchio di scemenze mostruose come quelle pubblicate da Michela Murgia su FB, e riprese  da Sardegnasoprattutto, allora capisci che stiamo perdendo la guerra e perché.

L’italia affonda–e la Sardegna ancora di più–e qui si investono energie e si mobilita la gente per condannare un fenomeno inesistente.

Proprio come a Costantinopoli assediata, a qualcuno fa comodo che ci perdiamo in discussioni teologiche.

Potrei riproporvi i dati che ho già presentato varie volte, ma–a parte il fatto che i dati ai teologi non interessano, anzi, sono opera del demonio!–quello che mi interessa e mostrare il modo in cui Michela Murgia manipola i suoi lettori, i fedeli del “femminicidio”.

Murgia scrive: “Molto più importante mi pare capire perché di uomini come quello in Italia ce ne siano migliaia e picchino, violentino o uccidano altrettante donne ogni anno. Lo sappiamo che le cause sono culturali.”

In Italia ci sarebbero migliaia di uomini come l’assassino di Sara.

Hmmm.

Migliaia.

Quante migliaia?

Duemila sarebbero anche “migliaia”.

Duemila su sessanta milioni di abitanti dello stato italiano non sarebbe neanche così male.

Se dicessimo “due ogni sessantamila abitanti” o “uno ogni centoventimila”, già la cosa farebbe meno effetto.

Ma “migliaia” suggerisce un numero enorme…

Certo, a Cabras, migliaia sono molti.

Dico, le cifre ci sono–vedete qui sopra–ma non le presenta, meglio usale parole suggestive e tendenziose.

In teologia è doveroso mantenersi sul vago e lasciare tutto lo spazio possibile alla fantasia eccitata dei lettori.

Queste cifre non permettono nemmeno di parlare di centinaia, ma centinaia non farebbe comunque lo stesso effetto.

Queste cifre dicono che in Italia, nel 2014, si è commesso un “femminicidio” ogni 600.000 (seicentomila) abitanti, ovvero 0.16666666666 femminicidi per 100.000 abitanti.

Non sembrano molti, eh, se li si presenta così?

In Olanda, nello stesso anno, sono state uccise 33 donne e la metà dei casi in Italia verrebbero definiti come “femminicidio”: https://www.cbs.nl/nl-nl/nieuws/2015/35/ruim-helft-van-vermoorde-vrouwen-door-ex-of-partner-omgebracht

Si tenga presente che l’anno precedente il numero di donne ammazzate era di circa il doppio e che le 101 donne italiane uccise in ambito familiare/affettivo, non necessariamente sono tutte state vittime di “femminicidio”.

L’Olanda ha 17.000.000 di abitanti:  circa un quinto dell’Italia.

Il numero di femminicidi per 100.000 abitanti è di 0.1375, ma, come si vede dal grafico, il 2014 presenta un calo fortissimo, infatti da altri rapporti risulta sempre leggermente superiore a quello dell’Italia.

Ma, dicevamo, i maschi (potenzialmente) assassin di donne devono essere migliaia.

E migliaia siano.

Ma per arrivare alle migliaia bisogna gettare nello stesso mucchio cose che poco hanno a che fare le une con le altre: “uomini come quello in Italia ce ne sono migliaia e picchiano, violentano o uccidono altrettante donne ogni anno”.

Ecco come si arriva alle migliaia.

Siete mai stati mernati da una donna?

Io sì.

Ma non sono mai stato violentato da una donna e–ovviamente–mai ammazzato.

Ho menato una donna?

Ovviamente: mica mi lascio picchiare senza reagire.

Ma a volte non ho reagito alle botte che ho preso.

E una o due volte ho mollato io per primo lo schiaffo.

Dico, ma siamo diventati completamente scemi?

Solo uno scemo può mettere sullo stesso piano queste cose.

O uno in malafede.

Ma senza queste cose non si arriva alle migliaia e nemmeno alle centinaia.

Forse con gli stupri.

Poi in tutta questa manipolazione, manca completamente il fatto che anche le donne sono violente con i loro partner e che anche loro li ammazzano.

Ai credenti non farà alcun effetto, ma gli altri si cerchino i diversi articoli sulla violenza femminile che ho pubblicato nel mio blog.

Usare la funzione “search”, in basso a destra.

Qui siamo di fronte a una rimozione colossale di un fenomeno che studi internazionali mostrano essere appena leggermente inferiore a quello della violenza degli uomini sulle donne.

Non ci crederete?

Andrete in paradiso, ma solo dopo la vostra morte.

Insomma, qui si vendono puttanate a un tanto al chilo e adesso in prima fila ci si è messo il giornale della peggior borghesia italiana.

Vi risulta che il Corriere della sera stia dalla parte degli oppressi?

Perché–se qualche femminicidista è arrivato a questo punto, adesso cadrà dalla sedia–care mie teste di cazzo, io mi guardo bene dal negare che il maschilismo esista o che l’Italia sia un paese maschilista.

O callonis!

Semplicemente, non esiste un rapporto diretto tra maschilismo e discriminazione delle donne–fenomeni  più che accertati in Italia–e il vostro “femminicidio”.

L’Italia infatti è da quel punto di vista uno dei paesi al mondo più sicuri per le donne.

Delusi?

Più sicuro dell’Italia c’è non ricordo più quale emirato arabo: cercatevelo!

Viene quasi da chiedersi se l’emancipazione della donna non sia direttamente collegata al vostro “femminicidio”, visto che sia in Olanda che in Norvegia si ammazzano più donne che in Italia.

Ma nessuno parla di “femminicidio”.

Del resto non sembra illogico: più una donna è sottomessa, meno bisogno ha un malato in testa di ammazzarla.

Una donna sottomessa è già poco viva, no?

E poi la grandissima coglionata della cultura che porterebbe al femminicidio.

E qui mi tocca maramaldeggiare il mio amico–e per me caro amico–Nicolinu.

Ma è lui a citare nel suo profilo di FB questa scemenza mostruosa: ”

“Poi c’è il linguaggio, visibile persino nel modo in cui è stata data dai giornali la notizia della morte di Sara di Pietrantonio, continuamente definita “fidanzata” o “ex fidanzata”, cioè proprio la funzione relazionale a cui aveva voluto sottrarsi.”

Insomma, smettiamo di dire che “il sole sorge”, che sennó stiamo giustificando la condanna di Galileo da parte dell’inquisizione.

O Nicoli’, ndi tengu is callonis in terra!

Mi ndi parit mali de aderus.

Ma quello che proprio non capisco sono le donne.

Le donne che si prestano a questo gioco di distrazione di massa, guidato ormai dal Corriere della Sera.

Ma voi pensate davvero che quelli siano dalla vostra parte?

Dalla parte dei deboli?

O siete voi che vi innamorate regolarmente dei potenti?

May 27, 2016

Diamo a Claudia quel che è di Claudia: oggi, onore!

firino

Leggete questa notizia: http://www.agi.it/regioni/sardegna/2016/05/25/news/lingua_sarda_insegnamento_a_scuola_si_lavora_su_nuova_legge-802253/

L’assessore Firino dice due cose fondamentali in una frase: “La Regione dovra’ definire un indirizzo di riferimento per la produzione dei testi scritti in limba da destinare alle scuole, promuovendo la standardizzazione grafica della lingua”.

  1. La LSC non è lo standard del sardo, malgrado tutte le menzogne sparse dai professionisti e dai mandroni che li ascoltano;
  2. La RAS vuole arrivare alla standardizzazione del sardo scritto, lasciando intatta la situazione del parlato, come io ho proposto già nel lontano 1997 (si vedano gli atti del convegno del GLS di Quartu: http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933)

Adesso sta a noi incalzare la RAS e Claudia Firino in particolare, perché traduca in atti concreti queste dichiarazioni di intenti.

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