Archive for July, 2013

July 30, 2013

Cosa intendo per rivoluzione linguistica

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Mentre gli asini della specie Equus asinus sono curiosi, quelli della specie Homo sapiens non lo sono e si accontentano dei luoghi comuni.

–Bolognesu ha parlato di rivoluzione! Ci aspettano i lager per gli italofoni, i campi di rieducazione e le “guardie linguistiche sarde”!

Esagerato? Mannò: Sono stato sfrattato da sardo perché non puro. Il nuovo nazismo liguista di Sardegna.

E questa volta lascio in pace Giulio Agnelli, che forse, a sa becesa, qualcosa ha cominciato a capirla.

E visto che da domani devo cominciare a occuparmi dei miei affari personali–io non mi candiderò mai più alle regionali e non avrò mai un vitalizio–difficilmente avrò tempo di chiarire agli asini bipedi cosa intendo dire con “rivoluzione”.

Da ragazzo sono stato “rivoluzionario” e ho sognato di ghigliottine e plotoni di esecuzione.

Del resto vivevo in uno stato che fucilava senza processo i dimostranti e piazzava bombe nelle banche, nelle piazze e nei treni e assassinava centinaia di innocenti.

Niente di cui vergognarmi, se non di essere stato adolescente.

Oggi sono un “signore attempato”: cioè sono un uomo anziano–signore non lo sarò mai–e anziano non vuol dire vecchio–come l’ipocrisia imperante nel cesso Italia vorrebbe–ma “Persona di età intermedia tra la maturità e la vecchiaia”. (http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/A/anziano.shtml)

Non morirò pompiere, come non sono nato incendiario–ero il beniamino delle maestre e del parroco–ma lo sono diventato in quel Bel Paese “forte con i deboli e debole con i forti”, forse per aver creduto troppo nel Vangelo.

Poi, come tutti quelli della mia generazione, sono stato confrontato con la violenza gratuita dei “compagni che sbagliavano”.

Non si trattava più di cazzotti o corpus de conca ai fascisti che ti aggredivano, o di sognare l’insurrezione armata e noi come i partigiani, ma c’erano quelli che ammazzavano un poliziotto a tradimento e a sangue freddo solo perché portava una divisa.

E a casa di mia mamma di gente in divisa–tutti compari o paesani–ne circolava parecchia.

Brava gente.

E poi, detto fra noi, io ero svelto con i pugni almeno quanto con la lingua e di avversari ne ho stesi diversi.

So come ci si sente a vincere con la violenza fisica.

Non ci si sente molto bene.

Almeno io no.

Non sarò mai un pacifista, ma la violenza è una brutta bestia, molto difficile da gestire.

E poi col passare degli anni ti rendi conto che non c’è stata una singola rivoluzione che non sia finita a puttane.

Quando si incomincia a sparare, finisce per comandare chi spara meglio degli altri.

Allora, e la “Rivoluzione linguistica”?

Appunto, esattamente come la “Rivoluzione copernicana”.

Sapere di più.

Sapere di più di se stessi.

Della propria terra.

Del proprio vicino di casa.

Dei propri genitori e dei propri nonni.

Sapere di più.

Sapere di avere una storia che non ti molla soltanto perché tu sei un coglione e non sai di averla.

Sapere di essere quello che sei.

Sapere.

Per questo bisogna costringere i Sardi a conoscere il sardo, come sono stati costretti a conoscere la matematica, la geografia e tutto il resto che la scuola dell’obbligo ti impone.

Coercizione?

EJAAAAAAA!

Coercizione come lo è la scuola dell’obbligo.

La scuola dell’obbligo è violenza?

Appunto, dipende.

Circa un terzo dei Sardi dichiara di non avere una competenza attiva della/e nostra/e lingua/e nazionale/i.

Per la maggior parte si tratta di giovani.

Bene, che studino!

Bisogna metterli in grado di imparare–e qui, caro Maninchedda, i tuoi discorsi sul bilinguismo fanno semplicemente ridere: come pensi di introdurre il sardo nella scuola?–ma, esattamente come succede per le altre materie, bisogna premiare chi sa e non gli ignoranti, come oggi avviene.

Oggi siamo al livello di Pol Pot:  oggi, in Sardegna, sapere di meno vale di più che sapere di più.

Guardatevi i dati sul livello di istruzione–cioè del modo in cui avviene la selezione nella scuola italiana di Sardegna–dei sardofoni bilingui e dei monolingui in italiano: chirca sotziulinguistica

Oggi in Sardegna viene premiato chi non conosce la lingua, la cultura e la storia della sua terra.

Ecco da dove viene la classe dirigente di merda da cui dobbiamo liberarci: dall’ignoranza.

Studiare, imparare, sapere.

Le rivoluzioni senza sangue sono possibili, ma non quelle senza sudore e lacrime.

Piangano pure le Marie Callas del culturame sardo.

Piangano i mutilati e gli invalidi della guerra linguistica combattuta contro sos pobiros de sas biddas.

Ma poi sudino, studino e imparino.

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July 30, 2013

Il crepuscolo delle idee

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Allora, visto che l’articolo polemico dell’altro giorno ha raggiunto il suo obiettivo, cercherò di limitare la polemica al minimo nel resto della discussione.

Del resto, anche se sarebbe superfluo dirlo, questa è una discussione tra amici e in queste discussioni ci si stratalla e ci si manda affanculo, ma sempre cordialmente, visto che l’obiettivo è e rimane quello di trovare un accordo.

Vediamo allora di correggere un po’ il tiro rispetto all’altra volta.

Io avevo detto che “[…]  finora Franciscu sarebbe l’unico politico di area indipendentista-sovranista-democratica a fare una qualsiasi proposta per la lingua.”

Era una semplificazione e giustamente Massimeddu mi ha fatto notare che una proposta di ProgReS esisteva già: http://progeturepublica.net/comunicati/politicas-linguisticas-in-progres-istitutu-pro-su-plurilinguismu/#.UfT_Vt8fbAI

Questa proposta, già molto articolata, assomiglia molto alla mia proposta dell’Istitutu de sa Limba e Curtura Sardas, ma va oltre, estendendola alle altre lingue della Sardegna–MAGNIFICO!– e entrando nei dettagli del suo funzionamento.

Gesuinu Muledda, dal canto suo, fa notare che fare poco non è la stessa cosa che fare niente: bidrigu, tando Gesui’, ma babbu no!

E infine Paolo Maninchedda mi manda il link con il video del suo intervento ad Abbasanta: http://www.youtube.com/watch?v=WKF92VdmL7U.

Non capisco il senso di questo autogol di Paolo: a cosa serve farmi sapere che ha parlato genericamente di bilinguismo dal minuto 22:40 a quello 23:25 del suo intervento?

Torniamo perciò alla formulazione della mia critica, così come l’avevo posta in La limba e le elezioni, ovvero: perché non riesco a innamorarmi di Maninchedda:

Nessuno quindi–nessuno di quelli che in Sardegna hanno qualcosa da perdere–ha mai messo il sardo in cima alla sua agenda.”

La critica che io ho sempre mosso a tutti, e in particolare agli amici di ProgReS, è proprio quella di non cogliere–o di non voler cogliere–il rapporto chiaro e diretto che esiste tra la questione linguistica e il rinnovamento della classe dirigente della Sardegna.

Non si tratta di sviluppare gli strumenti per la tutela del sardo e delle altre lingue della Sardegna, in un visione corservativa, “irlandese” e alla fin fine “soriana” della lingua (Soru vedeva la lingua, così come anche l’ambiente, come una risorsa da conservare–sotto vuoto–per i posteri e non come un qualcosa in cui vivere e di cui vivere oggi).

Si tratta invece di riconoscere che la questione sarda è dovuta principalmente al fatto di avere una classe dirigente alienata culturalmente dalla realtà dell’isola.

L’indipendenza politica passa necessariamente attraverso l’indipendenza psicologica, la quale necessariamente passa per l’indipendenza culturale, che a sua volta deriva largamente dall’indipendenza linguistica.

Non vogliamo proteggere, tutelare, conservare la limba, ma aggredire alla base il sistema Sardegna, per riformarlo radicalmente.

Riformarlo come?

Ecco dove gli slogan affascinanti di Maninchedda perdono tutta la loro credibilità: Paolo non ci dice come vuole selezionarla questa nuova classe dirigente.

Mentre la risposta è lì davanti agli occhi di tutti.

Vogliamo una classe dirigente culturalmente, e non solo anagraficamente, sarda, che pensi in sardo (sassarese, gallurese, algherese, tabarchino).

Paolo dice di aver letto quello che scrivo.

Male!

Perché allora vuol dire che Paolo sceglie di nascondere il fatto che il terreno della limba è proprio quello dello scontro più duro, quello in cui la resistenza dell’ancien regime è e sarà la più feroce.

Non è assolutamente un caso che il cantante petrollirico Gianluca Floris abbia paragonato i propositori della discriminazione positiva per i sardofoni, al comune di Cagliari, al male assoluto: http://costruiresumacerie.org/

L’introduzione del bilinguismo perfetto–e quindi non del generico bilinguismo all’acqua di rose di Maninchedda–porterebbe alla sistematica discriminazione positiva dei sardofoni: insomma. la rivoluzione.

Floris sa di essere sostenuto dalla sua claque di madamas impellicciate e monolingui in italiano.

Evidentemente lo sa anche Maninchedda e … Deus si ndi campit de is madamas casteddajas!

Ma a proposito di Floris: il suo blog è fermo al 9 luglio …

Che ne la stia gorgheggiando in logu allenu o è in crisi mistica?

Ma torniamo alla questione della lingua: Paolo, devi scegliere, ma anche Massimeddu e anche Gesuinu.

O Massimeddu, la vostra (eventuale) candidata usa il sardo come “vena ispiratrice sotterranea”–o una cosa de aici–cosa che non vuol dire un cazzo, naturalmente, ma fa molto literair chique.

È disposta a schierarsi e a dichiarare che l’unica letteratura nazionale sarda è quella in sardo (sassarese, gallurese, algherese, tabarchino)?

È disposta a uscire dalla sua ambiguità di scrittrice regionale per turisti italiani un po’ gonzi, di quelli che credono che negli anni Settanta in Sardegna non ci fossero ospedali?

E Gesuinu, mi che l’asino di Buridano è morto, proprio quando stava imparando a fare a meno di mangiare!

E non ti naro áteru.

La questione linguistica è la questione sarda!

È qui che bisogna scegliere da che parte si sta: c’è da tagliare nella propria carne, in quella dei propri figli che abbiamo cresciuto monolingui in italiano, in quella dei nostri colleghi all’Università o–la speranza è l’ultima a morire–futuri colleghi, in quella delle nostre mogli, troppo signore per usare quella lingua grezza di biddunculus!

C’è da mettere in discussione l’egemonia culturale in Sardegna e “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale (Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3)”

Cari amici, la rivoluzione non è roba da mammolette bene educate.

Se la evocate, assumetevi anche le vostre responsabilità.

July 29, 2013

Aggressività

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“Roberto, come al solito sei più aggressivo che esigente.”

Caro Paolo, sono appena rientrato da questa bellezza.

Ma hai ragione, almeno se non confondi l’aggressività con la rabbia, come fanno gli Olandesi.

Per ora la mia più grande preoccupazione è eliminare la maggior parte delle 3200 fotografie che ho scaricato dalla macchina e che mi stanno intasando il computer.

Ma è vero, io sono aggressivo per vocazione e per scelta.

Per vocazione, perché sennò col cazzo che l’On.  Prof. Paolo Maninchedda risponderebbe al figlio di un minatore analfabeta, il quale figlio fino ai 40 anni faceva l’operaio.

Per scelta, perché i Sardi sono sempre sulla difensiva sulla questione della lingua e io mi sono altamente rotto i coglioni di questo atteggiamento.

Domani leggerò tutto con calma e farò qualche telefonata, così potrò rispondere a tutti in modo sensato.

A cras.

July 28, 2013

Le orfanelle della lingua

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Giorni fa circolava su FB la notizia che Franciscu Sedda aveva lanciato la proposta di istituire  un Assessorato alla Lingua.

Non so se Franciscu abbia ripreso la mia provocazione di alcune settimane fa (http://www.sanatzione.eu/2013/06/un-assessorato-o-un-istituto-per-la-lingua-e-la-cultura-sarda/), ma in fondo non importa.

Importa invece che finora Franciscu sarebbe l’unico politico di area indipendentista-sovranista-democratica a fare una qualsiasi proposta per la lingua.

E anche questa proposta non sembra meditata a fondo.

La lingua non va gestita dalla politica, ma da un’istituto indipendente, che funziona in piena autonomia, sul modello magari dell´Institut d’Estudis Catalans: Un elettore in cerca di candidato Preferenza alle donne e Istitutu de sa limba , A cosa serve un Istitutu de sa limba e de sa curtura sardas

Per il resto, silenzio e anche la proposta di Franciscu non costituisce ancora un programma.

Soprattutto il potenziale candidato alla presidenza tace: “E sulla lingua sarda, al di là delle generiche aperture al bilinguismo, quale sarà la posizione? Quale il progetto? ” Il nuovo Partito dei Sardi, le altre formazioni sovraniste e quelle domande che Maninchedda non può eludere

Alcune malelingue dicono che Paolo non può permettersi di schierarsi a favore della limba, perché ha un debito di riconoscenza con il Clan dei Sassaresi, notoriamente dediti a riti satanici e sardofobi.

Altre malelingue (cioè, io) dicono che Maninchedda, malgrado il suo bilinguismo, fa semplicemente parte di quell’élite monolingue in italiano che avrebbe tutto da perdere, se in Sardegna si instaurasse un regime di bilinguismo perfetto: La limba e le elezioni, ovvero: perché non riesco a innamorarmi di Maninchedda .

Amigos stimados, a su ki paret, semus orfanos.

Non tenemus nen babbos, nen mammas in sa politica.

A Franciscu ancora non bi ddu bido fende-mi a babbu.

Arisero fia arrexonende cun Edith de custa cosa e issa m’at nadu ki forsis fiat ora de dd’acabbare de faxer su Don Quijote, de atzetare ki is cosas sunt comente sunt.

Ma deo prus a prestu m’intendo unu Sancho Panza: gigantes de cumbater non nde bido e is Dulcineas sunt totu burricatzas.

Custas eletziones puru ant a andare comente e semper e totu su trabballu fatu dae noso macos-de-sa-limba at a abarrare a foras de is palatzios de su podere monolingue in italianu.

In custu sa Sardinnia non est diferente dae s’Italia, sa politica est atesu meda dae sa gente.

Deo apo a sighire a trabballare fintzas a cando nde tengio gana e fintzas a cando mi spassio.

Illusiones non  nde tengio.

July 25, 2013

La limba e le elezioni, ovvero: perché non riesco a innamorarmi di Maninchedda

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Ho letto l’intervista a Maninchedda sulla Nuova.

Non credo ci sia un solo attivista della limba, per quanto assatanato, che creda che si possano vincere le elezioni mettendo la questione linguistica in cima alla lista dei problemi della Sardegna.

E questo non perché non sarebbe giusto imperniare un programma politico sovranista sulla limba–sarebbe in effetti giustissimo: il rinnovamento radicale della classe dirigente, selezionandola sulla base della loro competenza del sardo e conoscenza della storia e cultura della Sardegna e l’affrontare la questione della dispersione scolastica e connessa disoccupazione giovanile, passano necessariamente da lì–ma perché tutta la classe dirigente sarda cospira per impedire che la questione linguistica diventi il perno della questione sarda.

Da dove credete che vengano i gorgheggi isterici di Gianluca Callas? (Sono stato sfrattato da sardo perché non puro. Il nuovo nazismo liguista di Sardegna.)

Callas si limita a dire a voce alta quello che i suoi pari sussurrano nei salotti e nei corridoi: “E deu mi nci depu fai bogai de mesu? Ge stirant!”

Non esiste forse un meccanismo più potente della (scarsa) competenza linguistica per rendere insicura una persona.

Ce lo vedete Gianluca Callas gorgheggiare con la stessa tracotanza in sardo?

Non ci vedo né lui, né la quasi totalità di coloro che oggi in Sardegna si dividono la torta del potere.

Se la Sardegna fosse la Catalogna, questa gente non conterebbe più una minca.

Maninchedda questo lo sa forse meglio di me e su molente, nel suo caso, sta per la testardaggine, non certo per la scarsa intelligenza.

Nessuno quindi–nessuno di quelli che in Sardegna hanno qualcosa da perdere–ha mai messo il sardo in cima alla sua agenda.

Lo statu quo linguistico è il tacito accordo trasversale che unisce tutta la castixedda.

I media, quindi, non lo fanno neanche loro e  il tema limba non diventa mai un tema caldo e, automaticamente, non può diventare uno dei temi che possono farti vincere o perdere le elezioni.

Ovviamente, tranne il sottoscritto rompicoglioni, sono per primi i linguisti a tacere sul rapporto tra situazione linguistica e dispersione scolastica, con annessa disoccupazione giovanile.

Maninchedda, ma anche Franciscu Sedda, hanno preso parte in questi anni a questa congiura del silenzio e forse anche per questo oggi si trovano in difficoltà a introdurre la questione linguistica nella loro agenda.

Maninchedda ha scritto sul suo blog: “Parliamo con chi produce valore in Sardegna, con chi vuole cambiarla in profondità, con chi è saturo dell’abuso delle posizioni politiche, con chi è afflitto dalla ragnatela burocratica.” (La paura degli altri (interessante e simpatica) e la nostra speranza)

No, Paolo, forse questa volta non è il caso di parlare, ma di ascoltare.

Cambiare in profondità la Sardegna significa affrontare la questione linguistica e, visto che non sei stupido, il fatto che non lo fai, il fatto che non risolvi la tua ambiguità, significa probabilmente che non hai il coraggio di affrontare il problema, di recidere i legami con quell’ambiente istericamente monolingue, da cui tu stesso provieni, e che non vuole rinunciare ai propri privilegi.

Idem per Franciscu.

Se è vero che non si vincono le elezioni ponendosi soltanto degli obiettivi strategici, è anche vero che la vita delle persone non coincide con i cicli della politica e che per essere credibili, come politici, bisogna anche dimostrare di saper guardare oltre i cinque anni del mandato elettorale.

Paolo, tu dici: “Tutti questi che si stanno stracciando le vesti hanno questo giustificato timore. Ovviamente sanno che se andremo noi a governare in meno di un mese le architetture del potere che oggi ammorbano e impoveriscono la Sardegna verrebbero spazzate via.”

Se credi a quello che dici, allora sai anche che questo sarebbe possibile soltanto con l’ introduzione del bilinguismo perfetto, allo stesso modo della Catalogna o del Sud Tirolo.

Ma ancora tu e Franciscu non avete speso una sola parola su questo tema.

Come faccio a prendervi sul serio?

È vero che siete molto intelligenti, ma neanche io sono uno stupido e a me ci sono voluti molti anni per capire queste cose.

Voi pensate di riuscirci in pochi mesi?

Ah, a proposito di arroganza: Anca seu barrosu e presumíu

July 24, 2013

Est comente a samunare sa conca a Maninchedda

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M’ant contadu ki oe est essida un’intervista a Paulu Maninchedda in sa Nuova e ki issu at faeddadu de totu, foras de sa limba e de sa storia.

Ambiguu est e ambiguu abarrat.

July 21, 2013

Due identità sarde o dialogo tra sordi? (dedicato ai fascisti sedicenti di sinistra)

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Uno degli interventi più interessanti all’ultima Conferenza sulla Limba di Macomer, nel lontano 2008, è stato quello di Gabriele Iannaccaro.

Fra le altre cose Iannaccaro ha detto che lo scontro in atto sulla lingua è in effetti lo scontro tra due diverse concezioni dell’identità sarda.

Secondo la fazione che, semplificando, si può definire come contraria alla limba—o almeno a un uso ufficiale della limba e al superamento della situazione attuale di diglossia—è il territorio della Sardegna a definire l’identità dei suoi abitanti e la limba, ma sí, si può usare per raccontare barzellette e per parlare con i nonni, ma per il resto va evitata, perché per comunicare seriamente è meglio usare l’italiano.

L’altra fazione—la nostra insomma—vuole che il sardo diventi—o torni ad essere—una lingua normale in cui si può fare qualunque cosa, perché l’identità sarda coincide con la cultura sarda—qualunque cosa “cultura sarda” significhi—e questa si esprime al meglio attraverso la limba.

Fermo restando che anche la nostra posizione, così definita, si può criticare o comunque porre in discussione—Qual’è il rapporto tra lingua e cultura? E tra lingua e identità? Chi ha qualcosa di definitivo da dire su queste cose?—la differenza tra le due concezioni dell’identità consiste nel fatto che la prima è una concezione statica: “Sei sardo se sei nato in Sardegna e molto più da dire o da fare non c’è!”; mentre l’altra è una posizione dinamica: “Sei sardo se ti comporti da sardo: soprattutto se parli il sardo!”

Lasciando stare il fatto scontato che la nostra posizione è superiore—per noi, è chiaro!—altrimenti ne avremmo un’altra, la nostra è delle due anche la posizione più intollerante, almeno in linea di principio.

Mi spiego: noi di fatto con la nostra posizione affermiamo che chi non parla sardo non è sardo o, almeno, lo è meno di noi!

E qui non si tratta di mettersi a cercare argomenti per dimostrare che effettivamente gli altri non sono molto sardi. Il punto non è quello.

Il punto è che la nostra posizione fa paura. E giustamente.

Mi spiego: anche tralasciando il fatto che tutti i sardi sono traumatizzati dall’italianizzazione linguistica della Sardegna (e del resto dello stato) e che molti automaticamente associano perciò l’ufficializzazione del sardo al fascismo linguistico storicamente impiegato dagli italiani (che però questi molti evitano sistematicamente di denunciare), rimane il fatto che la nostra concezione dell’identità sarda comporta una gerarchia di valori.

Per il fatto di parlare il sardo noi saremmo—anzi lo siamo!—dei sardi migliori di quelli che non lo parlano.

E non importa che questo non lo abbiamo detto—e forse neppure pensato—esplicitamente: questa è la logica consequenza della nostra posizione sull’identità.

Ecco perché la nostra posizione fa paura.

E allora dobbiamo chiederci se quello che vogliamo è far paura a chi non è d’accordo con la nostra posizione.

No, non sto parlando di quello che più o meno politicamente opportuno. Non sto dicendo, insomma, che bisogna tatticamente tranquillizzare i nostri avversari politici perché ammorbidiscano la loro opposizione.

Mi sto chiedendo a voce alta se voglio che la mia posizione sulla limba contenga un nucleo di intolleranza intrinseca.

La mia risposta è ovviamente: no!

Non vorrei vedere una Sardegna che sia l’immagine rovesciata della Sardegna attuale con dei Sardi di serie A (domani i sardoparlanti, oggi gli italofoni) e di serie B (domani gli italofoni, oggi i sardoparlanti), perché non credo che in una Sardegna del genere si vivrebbe meglio che nella Sardegna attuale.

Quello che in questi anni non abbiamo messo sufficientemente in chiaro è che noi vogliamo soltanto vivere gioiosamente la nostra sardità, che tutto quello che vogliamo è essere sardi quanto, dove e come lo vogliamo, che la nostra è una ricerca interamente positiva di quello che è meglio per noi e per il nostro prossimo: essere liberamente quello che siamo!

Essere culturalmente autonomi è esattamente il contrario della negazione dell’autonomia altrui.

Con questo, però, non voglio negare che in molti casi la paura vera dei nostri avversari sia quella di perdere la propria posizione di rendita come mediatori tra il centro dell’impero italiano e la sua periferia estrema: noi.

E anche se la maggior parte dei Sardi è a favore dell’uso ufficiale del sardo e della sua introduzione nella scuola, la maggior parte della sua classe dirigente—e gli intellettuali in particolare—sono invece contrari.

Se ci pensate, non è per niente un caso che proprio i Sardi con un’istruzione superiore siano maggiormente impauriti dall’idea di una Sardegna culturalmente autonoma.

Guardate la cartina seguente, presa da Google Earth, e che rappresenta l’Italia “secondo l’Atlante De Agostini”.

Secondo questa cartina, la Sardegna, senza l’Italia, sarebbe un’isola sperduta in mezzo al Mediterraneo, lontana da tutto e da tutti: perfino l’Albania è meno remota.

Senza questa rappresentazione della Sardegna nel mondo, non si capisce la paura di molti Sardi di identificarsi con la cultura e la lingua della propria terra.

La cartina seguente rappresenta la Sardegna come la percepiscono i ceti istruiti dell’isola, quando la immaginano culturalmente autonoma dall’Italia: una terra naufragata in mezzo al mare, di cui sanno quel poco o nulla che la scuola italiana ha loro insegnato. Il loro, in fondo, è solo un “horror vacui”.

E maggiore è stata la loro esposizione alla scuola italiana, più forte è questa immagine.

Quello di cui non si rendono conto costoro è il fatto che questa percezione della Sardegna è il frutto di una prospettiva molto particolare: quella in base alla quale Roma sarebbe il centro del mondo. “ Roma caput mundi”, no?

E questa, naturalmente, è la prospettiva di chi si è acculturato nel sistema scolastico italiano.

La cultura italiana è autocentrata—e, detto fra noi, estremamente provinciale—e misura il mondo in base alle proprie norme. Ecco perché la Sardegna risulta periferica in questa cartina. Non esiste altro motivo, ma naturalmente la scuola che i ceti istruiti della Sardegna hanno frequentato non svela, ne saprebbe svelare, il perché.

La cartina seguente, invece, ci mostra da un lato che la Terra è tonda—e che quindi qualunque punto può esserne il centro—e che la Sardegna-ombelico-del-mondo si trova esattamente al centro del Mediterraneo occidentale, circondata per ¾ da paesi dell’Unione Europea con cui esiste “libertà di circolazione delle merci e delle persone”.

Barcellona e Marsiglia sono più vicine alla Sardegna che non Milano o, rispettivamente, Genova, ma i ceti istruiti della Sardegna non se ne rendono conto.

Secoli di rapporti politici, culturali ed economici con la penisola iberica e anche con la Francia sono scomparsi nel nulla, inghiottiti dalla scuola italiana.

La prospettiva di Roma, imposta dalla scuola, ha cancellato la realtà geografica e anche quella storica.

Ma noi cosa abbiamo fatto per spiegare a questa gente che l’autonomia culturale della Sardegna significa non isolamento, ma esattamente il suo contrario?

Poco.

Non abbiamo mai spiegato abbastanza che non si tratta di recidere alcun legame, ma di darci la libertà di averne altri. Di arricchirci e non di impoverirci.

Tornando all’analisi di Iannaccaro, possiamo dire che le due fazioni che si contrappongono sulla questione della limba rappresentano in fondo due modi diversi di concepire il nostro territorio.

La prima vede la Sardegna come periferia dell´Italia, pittoresca ed esotica, cioè folkoristica e quindi intrinsicamente arretrata ed inferiore, con i sardi in perenne rincorsa delle norme linguistiche e comportamentali forgiate oltre il Tirreno: si vedano diversi forum “linguistici” del Gruppo “Fillu de chini ses” su Facebook..

La seconda vede la Sardegna semplicemente come centro del mondo per i Sardi: centro di un mondo molto più vasto, è chiaro!

La prima è la visione pre-informatica (pre-Google Earth!), centralista, statalista, vetero-progressista, cioè regressista, che concepisce la conquista della propria autonomia come negazione dell´autonomia altrui: si vedano i vari interventi anti-limba apparsi in questi ultimi anni. Erano tutti centrati sulla paura, reale o immaginaria, di volontà prevaricatorie da parte dei sostenitori della limba.

L´altra posizione è la nostra e abbiamo ancora molto lavoro da fare per chiarirla.

Fermo restando che non convinceremo mai la gente in malafede, dobbiamo fare ancora molto per far capire ai ceti istruiti della Sardegna che noi semplicemente rappresentiamo la libertà di scegliere la propria identità, anche per coloro che il sardo non lo vogliono parlare.

 

July 19, 2013

La quistione della lingua in Gramsci

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“Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale (Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3)”

Ecco contro cosa stanno combattendo i monolinguistici isterici sardignoli.

Altro che nazismo!

I fascisti sono loro!

July 18, 2013

A scuola di indipendenza linguistica

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Sono a Banyoles da 10 giorni e già mi ritrovo a cercare di sostituire il mio spagnolo scalcagnato-ma-non-troppo con un catalano scalcagnato-senza-compromessi.

Non si può dire che i Catalani siano dei simpaticoni.

Proprio non fanno niente per piacere al turista.

Oddìo, fanno quello che devono fare: tu paghi e loro di danno da mangiare.

Ma attenzione: paghi poco per mangiare benissimo!

Non so se avete presente la Catalogna gastronomica.

El Bulli ha fatto scuola a tutti i livelli e oggi puoi mangiare benissimo con 14/15 euro–tutto compreso–e puoi spaziare dalle ricette più tradizionali a quelle più innovative.

È vero che anche da Ci pensa Cannas, in via Sardegna, puoi/potevi mangiare per quel prezzo e benissimo, ma il vino era imbevibile e poi guai ad avventurarti oltre gli spaghetti con le arselle e il fritto misto.

Insuperabili—verissimo—ma interamente prevedibili.

Avantieri siamo andati al ristorante qui sulla strada.

Eravamo in 7 e ho assaggiato i piatti di tutti: tre portate per 14 euro, vino—ottimo e abbondante—e caffè compresi.

La cosa che mi è piaciuta di meno è stato il filetto di nasello, su un letto di patate gligliate e con salsa di pesca, che avevo ordinato io.

Agli altri è piaciuto molto, ma io sono troppo ruspante per certe raffinatezze.

Tutto il resto era eccezionalmente buono.

Non hanno certo bisogno di sorriderti o di assecondarti linguisticamente per vederti tornare.

Ma se provi a rispondere in català, forse ti sorridono pure.

I turisti tornano e non  per quel malinteso senso dell´ospitalità che porta i Sardi a usare sempre l’italiano in presenza di stranieri.

Bella questa storia dell’ospitalità linguistica dei Sardi, che poi—mediamente—ti fottono sulla qualità e sul prezzo.

Qui a Banyoles vedi dappertutto le bandiere degli indipendentisti, quella che ricorda la bandiera di Cuba.

Gli adulti parlano ai bambini in catalano e i bambini parlano tutti catalano.

Che strano vero?

Da noi bastano i gorgheggi di un castrato—culturalmente castrato, come ha ammesso lui stesso—a scombussolare i primi timidissimi piani di emancipazione linguistica della capitale.

–Io il sardo non lo so! Nazisti! Mi discriminate!

O calloni tontu!

Poita non ti dd´imparas su sardu?

E ita ses cancarau?

Non ho seguito gli sviluppi del caso “discriminazione positiva”  per i sardoparlanti a Cagliari.

Ma siamo di nuovo al quel maledetto concetto di “ospitalità linguistica” per il quale, un sardo deve rinunciare ai propri diritti per garantire i privilegi dei mandroni cagati che si rifiutano di imparare.

Abbiamo molto da imparare dai Catalani.

July 14, 2013

Sa buteguera catalana

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Cando una buteguera sarda at a torrare sceda in sardu a unu turista ki dda faeddat in italianu, tando sa Sardinnia at esser rica ke sa Catalunnia.