La cultura della diversità

La diversità costa.

Sergio Rizzo, nel suo articolo che ripropongo (summa di stereotipi), ha scoperto l’acqua calda.

Quello che Rizzo, nel suo furore efficientista–oddío, e chi gli crede? Qui siamo in clima di piena restaurazione di un mondo in cui i deboli (lavoratori, minoranze) non hanno alcun diritto–dimentica di dirci è che l’uniformità costa ancora di più.

Sia direttamente: l’uniformità va contro le tendenze naturali e culturali alla diversificazione e richiede continui investimenti per essere imposta;

sia indirettamente: la diversità comporta una maggiore capacità di adattamento alle condizioni, naturali, sociali ed economiche di una data situazione.

Tanto maggiore è la diversità interna a un dato sistema, tanto più grande è la sua capacità di adattamento al mutare delle condizioni.

In questa fase di grandi cambiamenti occorre pìu diversità, non meno!

Rizzo–l’ennesimo liberista travestito da liberale–“dimentica” che la sua foia centralista e uniformista nega il principio liberale della libera concorrenza.

Ma Rizzo non è un liberale.

È semplicemente uno dei tanti restauratori del bel mondo che fu.

Quel mondo in cui, prima della Rivoluzione di Ottobre, a comandare erano pochissimi e questi pochissimi non venivano intralciati dai cosiddetti “diritti” dei lavoratori e delle minoranze.

Finita, con il tracollo dei mercati finanziari, l’illusione di poter vivere tutti a credito, è venuta meno anche l’illusione delle oligarchie di poter mantenere la pace sociale per mezzo del debito pubblico–risultato del mancato pagamento delle tasse da parte dei ricchi–e della concessione di carte di credito e di mutui facili ai poveri.

“Tutti ricchi!” profetizzava la reaganomics.

In Italia il fenomeno ha preso, con Berlusconi, forme ancora più grottesche.

Oggi, gli stessi ceti che hanno sostenuto Berlusconi per 20 anni hanno capito che i deboli non si possono più prendere in giro e gli hanno dichiarato guerra.

Non ci sono più margini per trattare la pace sociale.

Tutto il potere deve tornare ai ricchi e potenti.

Prima è toccato ai lavoratori e adesso tocca alle minoranze, rappresentate politicamente dalle regioni a statuto speciale.

Rizzo usa gli sprechi della Regione Sicilia come pretesto per il suo attacco alle autonomie.

Ma la Sicilia , con i suoi milioni di elettori in grado di condizionare gli equilibri politici centrali, fa storia a sé.

Come fanno storia a sé tutti i privilegi che Roma ha concesso alla Sicilia.

La Sicilia è sempre stata coccolata non per via della sua autonomia, ma grazie all’intreccio di poteri tra Roma e Palermo.

E da questo intreccio è anche derivata la capacità della mafia di condizionare il governo centrale.

L’inchiesta di questi giorni.

L’attacco di Rizzo, quindi, è un’attacco alla diversità, in preparazione di uno stato ancora più centralista, in cui a comandare su tutto e su tutti sia una manciata di oligarchi milanesi e torinesi.

Come 100 anni fa.

E–ma guarda tu!–come fa il governo Monti.

L’attacco di Rizzo è un’episodio di quella guerra di classe che è in atto in tutto il mondo, per riportarci tutti alla Belle Epoque.

In Italia qualcuno sta cercando di reagire: Altro che Cosa Bianca: facciamo la Cosa Seria

Ma, se si esamina questo documento politico, vediamo che anche esso è viziato dagli stessi limiti che denotano tutta la cultura italiana.

Quando si parla di diritti civili, non si va oltre questa generica affermazione: “Nella Cosa Seria i diritti civili non sono più negoziabili con nessuno, né rinviabili, né assoggettabili a compromessi al ribasso o a diktat provenienti da chi fa della propria fede un elemento di divisione e non di fratellanza.”

In tutto il documento non si fa alcun riferimento all’esistenza delle minoranze etnico-linguistiche comprese nel territorio dello stato italiano.

Zero!

Come sempre.

Non ho mai trovato, nei programmi dei “progressisti” italiani, un solo riferimento ai diritti linguistici delle minoranze interne.

Mai!

La cultura della diversità, in Italia, si ferma al riconoscimento della diversità dei gay, e anche a questo ci sono arrivati con decenni di ritardo.

Per il resto il deserto: gli italiani sono anarchici, ma così fottutamente conformisti.

Se non succederà un miracolo in tempo breve, non vedo come perfino un’inter-nazionalista come me possa continuare a negare l’evidenza dell’impossibilità di coesistenza di Sardi e Italiani nella stessa entità statale.

L’articolo di Rizzo è una vera e propria dichiarazione di guerra alle minoranze della stato italiano.

Hanno già moltissimo, ma vogliono tutto.

Noi abbiamo pochissimo e vogliono portarci via anche quello.

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