La storia di FILIUS, fillu, figiu e fizu

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Vediamo se riesco a spiegare alla mia carissima amica Mariantonietta Piga, cosa deve a sua volta saper spiegare ai Nuoresi per convincerli a usare la grafia unitaria figiu, anziché quella dialettale fizu. Si, perché ormai è diventato chiaro che, per far accettare la LSC fuori dagli uffici della RAS, gli operatori hanno completamente rinunciato all’idea di avere una norma unitaria per tutto il sardo:

http://salimbasarda.net/politica-linguistica/piga-lsc-isperimentada-a-fitianu-cun-adatamentos-e-emendamentos-ma-como-lompent-tempos-tristos/

http://salimbasarda.net/politica-linguistica/orru-bene-sa-lsc-sighende-pero-sos-indicos-de-aristanis/

Per fornire alla Piga gli argomenti necessari, devo fare un viaggio nella storia della parola latina fīlius.

Per ricostruire questa storia non è necessario conoscere la storia della Sardegna–se non in minima parte–ma serve, invece, conoscere la fonologia.

Sì, miei cari lettori e cara la Piga, le parole cambiano, non perché arrivano gli stranieri cattivi a imbruttare la lingua dei nostri avi, ma perché tutti quelli che parlano–tranne i parlanti dei linguaggi gestuali–sono sottoposti a restizioni universali–cioè valide per tutte le lingue–, restrizioni di tipo fonetico-articolatorio e restrizioni ritmiche (in inglese: constraint. Cercate su Wikipedia alla voce “Optimality Theory”).

Per cominciare bisogna subito mettere in chiaro che la parola fīlius, nasce sfortunata.

È una parola “ternaria”, costituita cioè da tre sillabe (fī-li-us), mentre in tutte le lingue del mondo esiste una chiara preferenza per le parole “binarie”, costituite cioè da due sillabe, una delle quali regge l’accento principale di parola. Prendete un dizionario qualunque e lo vedete da voi. Le uniche eccezioni apparenti sono quelle lingue che ammettono molte consonanti alla fine della parola.

A questo va aggiunto il fatto che l’ultima sillaba (-us) è priva della consonante iniziale: in gergo tecnico “incipit sillabico”.

In tutte le lingue del mondo, una simile sillaba è, come si dice, malformata: si cerca in tutti i modi di evitarla.

Prendete per esempio la proverbiale pronuncia cagliaritana della frase “Che è”: Che-d-è

In questo caso si inderisce una consonante “epentetica” ([d]), per evitare che la sillaba finale sia priva di incipit: [ke-de]

Ma questa è solo una delle possibili strategie per arrivare a quella che è universalmente considerata la sillaba perfetta, quella che consiste di una consonante “vera”, come vedremo, e di una vocale, possibilmente non alta: la sillaba con la struttura CV, dove C sta per “consonante” e V per “vocale”.

È possibile, per esempio, arrivare alla struttura CV, eliminando una vocale in eccesso, come avviene regolarmente in sardo tra due parole:

es.: fogu allutu –> fo-gal-lu-tu

Torno in seguito alla questione importante della doppia L.

La U di fogu  viene eliminata.

Allora vediamo che la struttura della parola fīlius viene minacciata  da due restrizioni universali: quella che pretende che le parole consistano di due sillabe e quella che pretende che le sillabe comincino con una consonante. Nel corso delle generazioni, la parola fīlius verrà infatti ridotta a parola binaria, composta da sillabe CV, quasi sicuramente già nel latino stesso.

Perché allora la seconda I di fīlius non è stata eliminata, come la U di fogu allutu?

Probabilmente perché la pronuncia che ne sarebbe risultata (*FILUS) si sarebbe confusa con quella di fīlum (“filo”), almeno all’accusativo,  e comunque, eliminare dei suoni all’interno o all’inizio di una parola è universalmente molto più difficile.

Quella I va in qualche modo conservata, per permettere di distinguere ancora la coppia minima FILIU(M) vs. FILU(M).

La soluzione ideale per ottenere tutti e tre i risultati è quella di far fondere la liquida alveolare con la I.

Come sappiamo dalla palatalizzazione delle velari davanti a I e E, la I comporta allora la palatalizzazione della liquida che diventa [λ].

Il simbolo fonetico [λ ] rappresenta la sonorante laterale (liquida) alveopalatale, quella che in italiano si scrive GLI: es. figlio.

Infatti, vediamo che per spiegare l’esistenza delle varie parole corrispondenti nelle lingue neolatine, dobbiamo partire da una forma [fiλu] del latino parlato, precedente alla differenziazione delle lingue romanze.

L’opposizione FILIU(M) vs. FILU(M), passa, come in italiano a quella tra figlio  vs. filo.

Con la fusione della L  e della I nel nuovo suono [λ], si prendono tre piccioni con una fava: si mantiene la distinzione tra i significati della parole figlio  e filo; si elimina una sillaba malformata, in quanto priva di incipit; si ottiene una parola perfettamente binaria. La nuova forma della parola risponde molto meglio alle restizioni universali sulla struttura delle parole.

La parola latina penetrata in Sardegna con la romanizzazione deve essere stata necessariamente [fiλu(m)], eventualmente chiusa dalla M dell’accusativo, caduta però molto presto.

Questa ipotesi è necessaria per spiegare la presenza in Sardegna delle forme attuali fillu, figiufizu. Le ultime due mostrano ancora chiare le tracce della palatalizzazione che ha portato a [fiλu], mentre la prima forma è perfettamente compatibile con l’ipotesi.

Ma naturalmente, sarebbe molto debole partire da un’ipotesi che non sia stata confermata indipendentemente.

Questa evidenza esiste: nel sardo di Seui, la forma della parola è figliu, scritta secondo le convenzioni ortografiche italiane.

La liquida palatale di Seui è rimasta immune dalle innovazioni che hanno interessato sia il meridione che il centro-nord della Sardegna.

Come mai? Chissà, ma Seui è sul Gennargentu e si trova all’incirca a metà strada tra le zone che mostrano le due diverse innovazioni. Anche se è un dialetto di montagna, quello di Seui non è certamente un dialetto estremamente conservatore. Di più non si può dire: non esiste un rapporto deterministico, meccanico, tra isolamento e conservazione.

Il suono [λ]  di figliu ha subito due destini diversi nel centro-nord e nel meridione dell’isola: al sud si è “depalatalizzato” e al centro-nord si è “desonorantizzato”: parole difficili per concetti molto semplici.

A un certo punto della storia del sardo, le doppie L originarie del latino sono diventate “cacuminali” (es. pudda), mentre, nel meridione dell’isola, le L “scempie” (semplici) hanno cominciato a sparire dall’interno delle parole: pensate a tutte le possibili realizzazione della parola filu nei vari dialetti meridionali.

A quel punto è diventato possibile depalatalizzare la [λ], senza che questo creasse confusione tra significati diversi: neutralizzazioni, in gergo tecnico.

I suoni “concorrenti” erano spariti.

Depalatalizzare il suono di figliufillu è semplicissimo: basta non sollevare il dorso della lingua durante la pronuncia.

Tutto lì.

Per il resto i suoni sono identici: sonoranti laterali geminate (doppie).

Sonoranti, dicevamo.

Ora le sonoranti costituiscono un gruppo di suoni “ibrido”: comprendono sia le vocali che le liquide e le nasali.

Le liquide e le nasali, sono in effetti nient’altro che delle vocali degenerate.

Mettetevi davanti allo specchio e pronunciate una M.

Poi aprite la bocca, continuando a emettere aria dai polmoni.

Il suono che ne risulta è una vocale nasale.

La differenza tra una “consonante sonorante” e una vocale vera e propria è minima.

Ora, abbiamo visto che la sillaba preferita in tutte le lingue del mondo è quella CV: ad essere precisi, costituita da una consonante non sonorante (un ‘occlusiva: tutte le altre consonanti)  e una vocale.

In tutte le lingue del mondo si cerca di evitare la presenza delle sonoranti in un incipit sillabico.

Rimando alla mia dissertazione The phonology of Campidanian Sardinian per evitare di dilungarmi troppo.

Do un unico esempio: il trattamento dei prestiti nel sardo meridionale.

Se un prestito entra nel sardo meridionale e contiene una consonante finale, questa viene trattata in modo diverso, a seconda che si tratti di una sonorante (liquida o nasale)  o di un’ostruente (tutte le altre):

es. FIAT –> [fi-a-ta]  ;  ETFAS –> [e-te-fa-sa] ; tennis –> [ten-ni-si]

ma:

ES.: UPIM –> [u-pi] ; MANUEL –> [ma-nu-e]

Se la consonante finale costituisce un “buon” incipit per la sillaba, si inserisce la vocale paragogica e si ottiene una sillaba CV benformata.

Se invece la consonante è una sonorante, questa si elimina, per evitare di avere una sillaba con la struttura ternaria CVC, ma anche un incipit costituito da una sonorante.

Questa “allergia” per le sonoranti nell’incipit sillabico si può vedere anche nel passaggio dal latino al sardo.

Le parole del sardo derivano dall’accusativo latino.

Questo ha comportato la scomparse di tutte le M finali degli accusativi singolari, metre le S finali degli accusativi plurali si sono conservate, eventualmente seguite dalla paragogia, come nei prestiti.

La stessa cosa è successa con gli accusativi neutri delle parole tempus, pectus corpus, anche loro eventualmente seguite da una paragogia, che ci da la sillaba CV desiderata.

Allora, le sonoranti nell’incipit non le vogliamo.

Ce le teniamo soltanto quando sono geminate, perché lì entrano in gioco altre restrizioni universali di cui sono piene le biblioteche universitarie, alla sezione fonologia.

O accettate quello che dico o vi mettete anche voi a studiare.

Quindi per la doppia L di fillu, condivisa tra la “coda” della prima sillaba e l’incipit della seconda ([fil-lu] non c’è più niente da fare: ce la dobbiamo tenere. Per la doppia N di tennis vale la stessa cosa.

Diverso è il caso di figliu, se la [λ] non è una geminata.

In tal caso, se possiamo la eliminiamo.

Come?

Riducendola a una consonante vera, un’ostruente che per il resto è identica alla sonorante: una GI per scriverlo con le convenzioni italiane (figiu).

Qual’è la differenza tra GLI e GI?

Nel caso della sonorante, le corde vocali vibrano spontaneamente e l’aria fuoriesce liberamente dai due lati della lingua: ecco perché questo suono si chiama “laterale”.

Nel caso di GI, per un’attimo il cavo orale viene ostruito completamente, si deve forzare un po’ per far vibrare le corde vocali, ma la posizione della lingua è esattamente la stessa che per la sonorante.

Tutta qui la differenza.

E la forma figiu–la I è solo una convenzione ortografica italiana–mostra due sillabe CV perfette: fi-giu.

Questo a patto che la [λ] di figliu  non fosse una geminata.

Visto che non ho la possibilità di tornare a Seui per fare delle misurazioni, mi devo accontentare dell’evidenza indiretta, costituita dai dialetti confinanti di Seui.

A Laconi la pronuncia della parola è fixu. Cioè, il suono derivato dalla “desonorizzazione” è lenito. Ora, come sanno anche i bambini, le geminate (doppie)  resistono alla lenizione, ergo, il suono da cui deriva la X di fixu  non era una geminata.

Ora, passiamo al problema della Piga: come mai a Nuoro si dice fizu?

Per lo stesso motivo per cui si dice zente, Parizi, ma anche Sardinna: perché in una vasta zona del nuorese si applica una regola sincronica che depalatalizza le palatali a alveolari.

Cioè, durante la pronucia, non si solleva il dorso della lingua: tutto qui.

E la dimostrazione che si tratti di una regola sincronica–che cioè non deve essere appresa–viene proprio dal prestito dall’italiano: Parizi.

I nuoresi leggono Parigi e pronunciano Parizi.

Così, se qualcuno glielo spiegasse, continuerebbero a pronunciare fizu, ozu, foza, ecc.

Tutto quello che dovrebbero fare è applicare la regola del loro dialetto alle forme sottostanti figiu, ogiu, fogia, ecc.

Ma anziché spiegare loro queste cose, si è preferito rinunciare all’idea stessa di una norma ortografica.

O sarà forse che non sono in grado di spiegarle queste cose?

Ah, beh,  certo che queste cose prima bisogna saperle, n’est-ce-pas?

La mia grande amica Mariantonietta Piga ha preferito non saperle queste cose.

Vive in un mondo in cui–ormai è chiaro a tutti–sapere di meno è più redditizio che sapere di più.

Ecco, tra l’altro, il motivo per cui la rivista diretta dalla mia carissima amica, non ha mai parlato del mio ultimo libro.

Ignoranza professionale.

Ci sono cose che, se si sapessero, farebbero male alla Piga e ai suoi amici.

 

5 Responses to “La storia di FILIUS, fillu, figiu e fizu”

  1. Minchia, se tu avessi letto la mia Grammatica Storica della Lingua Sarda, non avresti fatto questa meschina figura nell’analisi storica di una trasformazione fonetica. Dio ci scampi dai falsi linguisti, i quali credono di essere tali solo per avere in mano un fonometro!

  2. Macelleria halal?

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