Come ci vedeva Lilliu

Mi chiedo quanti di quelli che oggi idolatrano Lilliu, come fondatore, e la sua “costante resistenziale” come mito fondatore della Sardegna Sarda, alternativi alla Sardegna atzeraccata del presente, abbiano poi letto davvero quello che Lilliu ha scritto.

Queste parole, copiate e incollate da uno dei suoi ultimi lavori, lasciamo poco spazio ai dubbi:

“La Sardegna non ha mai avuto una storia politica nazionale;
e, cioè, non è stata mai una “nazione”. Frammento d’un
vecchio esteso continente alla deriva, isola nell’isola, chiusa,
per uno stretto giro radente le sue coste frastagliate, dal mare
e per un largo cerchio dalle più vaste e potenti terre delle
Penisole iberica e italiana e dall’Africa continentale, l’antica
zolla, che i Greci assomigliarono a un piede umano, ebbe segnato
in parte dalla natura stessa il suo destino che la sua
gente – ed altre genti su di essa sopravvenute d’ogni parte –
perfezionarono con spietata coerenza. Effetto di quella sorte
fu la condanna della ventosa terra arcaica, posta fra mare e
cielo, a una pittoresca immobilità; quasi a far da mostra, o da
sedimento, ad un mondo ancestrale e chiuso, durante lo
svolgersi di mondi e di umanità più recenti e in moto; a diventare
l’immagine didattica della preistoria nella storia.
La storia della Sardegna giunse, così, a stento, e nel suo
culmine, a storia del “cantone”; ma, in generale, si fermò alla
storia del “villaggio” e, dentro il villaggio, a quella del clan, e,
dentro il clan, a quella del gruppo familiare. Fu, in ogni caso,
storia senza aperture, frazionata e sospettosa, fuori dalla percezione
esatta e dal gusto di vasti commerci materiali e spirituali;
lontana, appunto, dal senso unitario, attrattivo ed espansivo,
che ha la storia d’una terra e di una gente maturata a
concetto e pratica di “nazione”. Emilio Lussu che, fra gli uomini
politici sardi contemporanei, è certo quello più fortemente
caratterizzato alla sarda ed ha insieme il sapore del mondo, ha
colto e descritto, in un articolo recente, questa drammatica situazione
storica della sua Isola, che dura ancor oggi.
Questo dramma è, in sostanza, il complesso d’inferiorità
storica che esiste da millenni, covato nel segreto e nel rancore
dal popolo sardo e scontato, da quest’ultimo, su se stesso, per
non poterlo far pagare agli altri. È il dramma della libertà perduta
da una gente forte e culturalmente fattiva, proprio nel
momento in cui si apprestava a passare dallo stadio del villaggio
a quello di città e a costruire sulle proprie esperienze,
saggiate con quelle altrui, le fondamenta per diventare “nazione”
ed evadere dalla stretta della “isola”. Sforzo solidale spezzato
dallo straniero, più forte e organizzato, al culmine e nella
tensione più ardita alla speranza e alla brama. Questa battaglia
perduta da un popolo in movimento, schiantò la gente sarda;
e si originò il dramma della Sardegna, che è quello d’una pittoresca,
ma sconfortante, fissità e angustia: e cioè il dramma
del villaggio che non si è fatto città, a causa dello straniero.
Timidità ed orgoglio (che è in fondo ben celata invidia); rinunzia,
dispetto e odio (che è amarezza e rancore di mancata
conquista) furono le conseguenze psicologiche della sconfitta.
E la gente, fermata ad agire nello spazio delle poche miglia
del villaggio, entro i limiti che assunsero per livore il significato
di frontiera fra Stato e Stato, fedele a una legge che non
volle fosse quella codificata dallo straniero, si ridusse, contentandosi
per forza, a produrre piccole e anguste cose, come
piccolo e angusto era il tratto di terra assegnatole.
Così dal villaggio non uscì, come non esce ancora in Sardegna,
la cosa grande o l’uomo grande: non il genio politico,
non il filibustiere d’alto bordo o il santo splendido, non il pensatore
d’eccezione o l’artista di fuoco. Nacque invece, e nasce
ancora, il folklore che si configura nei più svariati aspetti,
per nulla eccezionali ancorché – taluni – suggestivi e coloriti.
Il folklore si espresse, in politica, con la protesta libertaria vana
e querula già notata da Cicerone ai suoi tempi e, nel Medioevo,
coi Giudicati che si combatterono a lungo fra di loro. Esso
riduce i conquistatori al grado dei mastrucati latrunculi dell’Arpinate,
che sono la stessa cosa degli attuali banditi d’Orgosolo;
limita i mistici al poverello francescano Ignazio da Laconi,
uscito dalla gente dei pastori; e, se si eccettui e non in
tutto la Deledda (anch’essa uscita dallo spazio comunistico e
contemplativo dei pastori), esaurisce la lirica in poche improvvisazioni
dei cantori in vernacolo, e consuma la rara poesia
delle arti figurative nel bianconero delle xilografie, che sono
meste e asciutte come il paesaggio e l’anima isolana.

(Pensieri sulla Sardegna:165-166, in http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_26_20060401174110.pdf)

Questo documento, ripubblicato da Ilisso, nel 2002, contiene la visione della Sardegna del Babbu Mannu della cultura sarda.

Lingei-si-ndi is didus!

Questo è l’autoritratto di un Sardo che nella Sardegna coloniale, che dipinge, ci ha sguazzato.

È un ritratto che non può che tranquillizzare il potere metropolitano che tanto ha apprezzato il suo lavoro, fino all’Accademia dei Lincei.

È la Sardegna come infanzia di Vittorini. È la Sardegna “paleolitica” di Cagnetta. È la Sardegna che può solo vivere sotto la tutela (militare) del colonizzatore: “I  mastrucati latrunculi dell’Arpinate, che sono la stessa cosa degli attuali banditi d’Orgosolo.”

Il presente coloniale che Lilliu accetta–sguazzandoci–e che ci propone come se fosse il prodotto inevitabile di millenni di storia sempre uguale a se stessa, viene circolarmente proiettato indietro nella storia per millenni e millenni. La Sardegna di Lilliu è immobile da sempre e il suo destino  è segnato, già dall’azoico, dalla sua geografia: “dalle più vaste e potenti terre delle Penisole iberica e italiana e dall’Africa continentale”.

Volete identificarvi nella Sardegna senza storia e senza futuro di Lilliu?

Bonu proi si fatzat!

Ma a me non mi dovete rompere i coglioni!

(continua)

9 Comments to “Come ci vedeva Lilliu”

  1. “Ma a me non mi dovete rompere i coglioni!” La ca dhu est su copyright…

  2. Il Lilliu, il Lilliu!
    Ma quando la smetteremo di parlare del Grande Bugiardo!
    Questo individuo non ha mai studiato la Storia della Sardegna! Quando (non richiesto) decise di propinarci una data per l’arrivo del primo uomo nell’isola (La civiltà dei Sardi, Eri, 1963, p. 19), ecco cosa ebbe ad inventarsi.
    Siccome era un archeologo e non uno storico (il quale ha invece l’obbligo etico e morale di sottoporre alla sua personale, originale verifica, ogni dato che gli arrivi da un risultato altrui), così offese la scienza storica, dandoci la misura della sua presuntuosa forte immaginazione: «a voler far credito a un periodo di tempo intorno al 2600 a.C., la datazione dell’arrivo dei primi abitatori della Sardegna nell’età neolitica, non sarebbe distante da quella dei primi abitatori di Malta che J.D. Evans fa venire dalla Sicilia non prima del 2500 a.C.».
    Il Grande Bugiardo ha operato un “copia e incolla” della determinazione dell’Evans, senza curarsi di fare quei necessari distinguo fra due aree distanti anni luce, anche solo in termini di evoluzione culturale.
    Quanto poi alla “costante immaginariale”, reputo fermamente che il Lilliu non vi creda affatto, almeno in quei termini che ci propinano i suoi tantissimi, proni “discepoli” (a proposito, quando fra poco il Vecchio, naturalmente defungerà, quanti fra di essi – e quanto velocemente – si affretteranno ad allontanarsi e negare la validità delle immagini create ad arte da colui che li ha tenuti, per decenni, sotto il tacco del proprio potere culturale?). Egli innamoratosi di quella kafkiana immagine, che la sua fantasia aveva partorito e sigillato nella pagina quarta del testo citato, non volle rinunciare all’idea che essa fosse solo un raccontino da romanzo d’appendice! L’effetto della sua reiterata lettura su sé stesso, causò così tanti foschi deliri d’annichilimento, che decise di costruire attorno a quel semplice nucleo letterario, una sorta di racconto, possibilmente con qualche base storica che tenesse i Sardi in catene per sempre, perché non poteva rinunciare a quella meravigliosa immagine kafkiana che li vedeva chini, incapaci e derelitti, pena il suo disonore!
    Ecco appresso tale immagine (inserita dal Lilliu anche nelle sue elucubrazioni posteriori, come ricordato da Bolognesu) a conferma di quanto appena supposto. Teniamo presente che essa è riportata addirittura nella introduzione al suo lavoro, rappresentando con il ciò, essere essa ormai presente nella profondità del suo animo di studioso: «La storia della Sardegna (e quella in specie dei suoi popoli più remoti) non giunse al di là della storia del “cantone”, quando non si fermò alla storia del “villaggio” e, dentro del villaggio, a quella del clan e, dentro del clan, a quella del gruppo familiare. Le sue genti, come non riuscirono mai ad evadere dalla stretta dell’Isola, espandendosi verso altre terre, limitarono il loro mondo e le loro conoscenze alla minuta cerchia geografica d’un penepiano e d’un altopiano di poche miglia quadrate, vedendo nel rilievo tabulare fronteggiante a minima distanza quasi un regno lontano e diverso e nel solco vallivo interposto, percorso talvolta da un misero fiumiciattolo, una sorta di frontiera fra stato e stato».
    Perbacco! È davvero bellissimo! Si vede chiaro il contorno ambientale in cui si è generato: una serata invernale, illuminata dal fuoco del caminetto, con un Tizio cinquantenne che declama, le sue immagini poetiche e tristi, a un pubblico di minori.
    Grazie, mikkelj.

  3. Apo detzisu: cando nde benis a Pisa pro s’addòviu de sa Limba Sarda, t’apo a fàghere una pregunta subra Lilliu e sa costante residentziale! Prepara·tì!😀

  4. A leggerci come ci vede (o ci vedeva?) Lilliu c’è da rimanere esterrefatti. Non dice: “I Sardi come…”, no, no, dice i Sardi e basta. Senza termini di paragone la nostra nullità storica (perché la Storia sembrerebbe cominciare con le città) si dilata a Unicità. E non siamo un’isola del Pacifico, fuori da tutte le rotte, scoperta per caso nel 1800 ancora ferma all’età della pietra, siamo in mezzo al Mediterraneo che qualche diritto in merito ai natali della civiltà lo può anche vantare. Eppure, in mezzo a tanto ben di Dio, nulla, niente, neanche uno, uno che uno, manco per sbaglio. Poeti? “Cantadores de palcu” o meglio “de tassa”! Scrittori? Ma quali? Ma dove? Ma quando? Grazia Deledda? Ha vinto il Nobel? Dai, dai, lo hanno dato anche al Carducci! Non parliamo di filosofi, artisti, uomini di scienza. Folklore, solo folklore! Se ci pensiamo appena un po’, Lilliu dovrebbe essere il nostro nume tutelare, altro che Sardus Pater, ci ha elevato un monumento imperituro: come noi, non c’è nessuno!

  5. Caro Roberto, non me la sento di sparare così a ‘balla sola’ su Lilliu. Ho detto con orgoglio, in un Post del Blog di Pintore, che è stato il mio ‘maestro’, archeologicamente parlando. Per quei tempi, un ottimo maestro.E lo dico pur sapendo tutti voi che è stato uno di coloro che, se solo avessero voluto, sulla documentaione scritta nuragica ( parlo di ‘documentazione’) non se ne parlerebbe, in certi ambienti, come purtroppo se ne parla. E lo dico ancora pur essendo ( presumo di essere) metodologicamente, per ricerca ’empirica’ ed interpretazione dell’empirico, molto distante da lui. Certo, come qualità di storico (ha ragione Mikkelj) lasciava molto a desiderare, ma vi dirò (anche perchè negli anni ’70 ho fatto qualche conferenza con lui) che, dietro una certa ostentazione di sicurezza (rafforzata da una penna molto bella) era tormentato da dubbi, dubbi e ancora dubbi. Il torto era uno solo: che li palesava poco. Spesso non entravano nella dialettica ‘scientifica’ per il timore di rovinare un bel quadro dipinto a tutto tondo. Per esempio il dubbio se i Shardan delle fonti storiche fossero i Sardi nuragici oppure non. Ma gli errori suoi sono quelli tipici degli archeologi di ogni tempo che pensano, illusi, di ricavare vera ‘storia’ dall’archeologia e, soprattutto, da essa, ritenuta come disciplina scientifica (cioè disciplina delle scienze esatte, cosa che non è). La sua ricostruzione ‘storica’ della Sardegna preistorica (quella in apparenza senza documenti scritti) è frutto della sua ‘particolare’ interpretazione (anche ideologica) dei monumenti e dei reperti archeologici che ha ‘letto’ non poche volte malissimo. Non dimentichiamoci però, dato che di questo si parla, che la sua ‘costante resistenziale’ appartiene ad un periodo ben preciso del ‘sardismo’ della ripresa, a cui andavano bene certe parole d’ordine e certi miti ( che però sempre miti non erano). In quel ‘sardismo’, oscillante tra tra lo scientifico e il letterario, c’eravamo un po’ tutti. Dobbiamo riconoscerlo. Oggi naturalmente non è più così: il ‘sardismo’ moderno (così come dovrebbe esserlo lo ‘italianismo’ moderno e non mitico alla Benigni) è quello che sa accettare i dati, tutti i dati, brutti o belli, piccoli o grandi, della sua storia. Che importa la qualità? L’importante è che siano costantemente dati ‘critici’, offerti con la ‘dialettica’ necessaria e con tutti (dico tutti) gli strumenti d’indagine. Io qua ne dico una sola: vi sembra mai una tesi da accettare come ‘verità storica’ quella di un Amsicora sardo-punico latifondista? E che c’entra poi il ‘latifondista’? Certo, con questa sciocchezza (sciocchezza di una storiografia di un certo periodo!) si suggerisce agli sprovveduti che in fondo la ‘resistenza’ (costante o non che sia stata) era fatta da un mezzo sardo, da un figlio figlio di un mezzo sardo, e non da due ‘giganti’ di Cornus con le palle, di quella Corras che allora non era certo fenicio-punica! Mi ricorda tanto sempre la stessa storiografia che diceva ai Sardi: Mariano IV d’Arborea? Indipendentista lui? Un mezzo catalano! E la figlia?: Attempata puttana e scopiazzatrice di codici di legge altrui! E Ugone III? Un tiranno affamatore dell’isola giustiziato dai sardi affamati! Un indipendentista anche lui? No, un parto letterario delle Carte d’Arborea!
    Caro Robe’ , quanto ci sarebbe da dire su di una certa storiografia isolana, anche di oggi, al soldo (materiale e spirituale) di un’Italia romana mitologica! Follemente assetata di miti, da ‘nazione’ che non c’è stata e ancora (non lo dico io) si sa che non c’è. Documenti alla mano.

    • O Gigi, ma e tui ti crees ca deo mi dda leo cun unu betzu de casi cent’annos? Deo mi dda leo cun is chi bivent de rendita parassitaria a subra de su trabballu de Lilliu! Mi dda leo cun Lilliu che simbulu de s’inertzia curturale de s’establishement sardu.

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