Ma l’identità esiste?

Alessandro Sestu rilancia e propone di giocare a tutto campo, mettendo in discussione il concetto di identità:

“Dr Bolognesi

Il nucleo del discorso non è quello da lei riportato. Il nucleo del mio discorso è che, per me, il concetto di identità non esiste e, dove esiste, rappresenta un limite. Io guardo una persona che afferma la propria identità e ci vedo un limite. Guardo una bandiera (qualunque bandiera, quella italiana, quella francese, quella sarda, quella israeliana) è ci vedo un limite.
Questo non significa rinnegare o disprezzare se stessi: significa prendere coscienza di se come parte del tutto, invece che come parte di un gruppo. Non ho nessun disprezzo per le mie origini, per la mia storia, per la mia ascendenza: semplicemente non trovo motivo di orgoglio affermarla, nello stesso modo in cui non trovo motivo di orgoglio affermate che ho i capelli neri, gli occhi verdi ecc…
Inoltre questo non significa neanche essere avulsi dalla realtà in cui si vive: conosco i problemi della sardegna, gli errori che sono stati commessi, le possibili soluzioni alternative (su cui è bene discutere).

Quando inizio una discussione, lo faccio perché sento di dovermi chiarire le idee in merito. Sono sempre disposto a ritornare sulle mie posizioni e cambiare idea, qualora l’interlocutore mi illumini su aspetti non considerati.
La discussione con lei (e i commentatori) non è piacevole. Questo suo continuo voler inscatolare la mia personalità (“lei parla come i vecchi”, “lei pensa che essere sardi sia uguale ad essere antiquati”, “lei è la dimostrazione del complesso di inferiorità”, “lei è un esempio dei danni…”, “lei è uno di quelli del…”, “quelli come ale sestu non riusciranno mai a concepire un’economia sarda…” eccetera), oltre ad essere un po’ seccante, limita lo scambio dialettico e lo impoverisce.

Se ha voglia di continuare la discussione, parta dal presupposto che lei non mi conosce, e magari riusciremo a tirar fuori qualcosa di costruttivo.”

Non sono uno psicologo e nemmeno un’antropologo, ma da linguista qualcosa da dire sull’identità ce l’avrei.

Che gli piaccia o no, Alessandro Sestu fa parte almeno di un gruppo: la comunità linguistica italiana,  e quasi certamente fa parte del sottogruppo che usa l’italiano regionale di Sardegna.

Non so se Sestu si senta idealmente altrettanto vicino alla comunità linguistica Guaranì, ma per quanto lo volesse, non credo proprio che potrebbe farne parte: il Guaranì si parla in Paraguay.

Quindi la sua affermazione contraddittoria (” Il nucleo del mio discorso è che, per me, il concetto di identità non esiste e, dove esiste, rappresenta un limite. “) è errata nella prima parte, ma perfettamente corretta nella seconda: la sua identità linguistica guaranì viene impedita dal fatto che lei il guaranì non lo conosce.

Come vede la sua libertà di scegliersi la comunità linguistica di appartenenza esiste soltanto nella sua fantasia.

Se poi decidesse di non far parte di nessuna comunità linguistica e di farsi una lingua tutta sua, le faccio tanti auguri!

Ce l’ha presente il “Finnegans Wake” di Joyce? E chini catzu nci cumprentit cosa?

Lei appartiene alla comunità linguistica italiana e ha cominciato ad apprendere l’italiano già prima della nascita e nel giro di tre/quattro anni ha “deciso” di aderire completamente alle convenzioni grammaticali degli adulti e di abbandonare il suo approccio relativamente personale alla grammatica–quello che le faceva produrre ipercorrettismi come “Io vuolo la palla”–e di diventare un membro effettivo della comunità linguistica che lo circondava. Durante l’adolescenza avrà anche lei condotto diversi esperimenti linguistici–ma sempre all’interno del gruppo dei pari–per differenziarsi dagli adulti, ma–almeno a giudicare da come scrive–ormai se li è lasciati alle spalle.

Se lei appartiene alla comunità linguistica italiana di Sardegna, allora produrrà consonanti di lunghezza indifferenziata in parole in cui l’italiano standard distingue tra consonanti semplici e doppie: fata e fatta per lei si pronunceranno allo stesso modo, se lei fa parte della comunità linguistica italiana di Sardegna. E poi produrrà la metafonesi–cioè l’innalzamento dell vocale medio-basse a medio-alte, quando sono seguite da una vocale alta: pOlO e poli. E i suoi contorni intonativi saranno nettamente differenti da quelli dei parlanti dell’italiano standard.

Inoltre a livello sintattico, lei produrrà il cosiddetto accusativo preposizionale (“Ho visto a Giovanni”), oltre a  tutta una serie di altri fenomeni che possono arrivare al numero di 27 almeno.

Naturalmente, se lei è un Sardo medio, lei sarà convinto di parlare un italiano perfetto, mentre la scuola non è per niente d’accordo con lei e lei, allora, fa parte di quel gran numero di ragazzi che non hanno completato gli studi.

Ma lei non è un Sardo medio–lei studia Medicina–e molto probabilmente lei fa parte di quella ristretta comunità linguistica che parla l’italiano standard.

La sua identità linguistica, allora, nel nucleo, sarà quella.

In questo caso, lei non ha il diritto di parlare a nome dei Sardi, ma solo di se stesso, che poi è esattamente quello che rivendica.

E a questo punto bisogna chiedersi quanto sia interessante il punto di vista di un membro della comunità linguistica italiana standard.

Poi c’è tutto il discorso estremamente complesso sulla complessità dell’identità linguistica–anzi: delle identità linguistiche!–sul quale sto scrivendo un libro.

La sintesi brevissima: la nostra identità linguistica è come una cipolla, costituita da strati differenti e–in parte–distinti.

Possiamo scegliere–ma fino a un certo punto–l’ordine di “intimità” di questi strati, ma non la loro composizione: per me lo strato più intimo è il sardo di Iglesias, ma mi chiedo se me lo sono scelto. È lo strato in cui si esprimono le mie emozioni primarie.

Questo è quello che io in quant’anni di riflessioni e di studio ho capito dell’identità: l’identità esiste ed è un limite.

E allora?

7 Comments to “Ma l’identità esiste?”

  1. non posso parlare di economia perché non me ne intendo per niente. “il concetto di identità per me non esiste” è un affermazione proprio assurda. ho un cugino autistico. lui non ha identitá perché non capisce chi è e parla di se stesso in terza persona… ma comunque conosce il suo nome e sa quanti anni ha. e già qui mi sento di dire e giudicare che non abbia identitá in maniera brutta.

    ne ho parlato molto ultimamente su questa cosa. credo che comunque il fatto che io sia mezza tedesca e mezza sarda mi abbia portato a cercare la mia identità. il fatto che io sia bilingue (tedesco e italiano regionale di sardegna), mi abbia portato a studiare l’italiano e il sardo per capire meglio chi sono.

    allora cosa significa? che ho una crisi di identita? se cel’ho, l’identità comunque esiste. o sono pazza? i figli di emigrati sardi e italiani e turchi e arabi si aggregano perché non hanno identità? se non ho una crisi di identità perché per me le mie radici sono importanti, cos’è allora? se l’essere tedesco in me non esiste e se l’essere sardo in me non esiste e se comunque l’interesse per l’italia c’è perché ho il passaporto italiano… chi cavolo sono… e la mia vita piena di linguistica italiana e sarda non esiste… io non esisto?

    dimmelo tu, ale sestu…

  2. ps.a volte poi devo rileggere le cose per vedere se ho capito bene. Ho dimenticato la seconda parte dell’affermazione. “L’identità è limitata”. Ancora più assurdo.le mie diverse identità mi hanno portato oltre a ogni limite perché mi hanno permesso di vedere il mondo con tanti occhi e di riconoscere che gli altri hanno un identità concetti di vita molto diversi dei miei. È una cosa bellissima essere chi sei profondamente. Altrimenti dovremo dichiarare Hegel uno scemo. E scusa, prima di dichiarare uno scemo a lui, con tutto il rispetto…

    • Cara Alexandra
      cerco di risponderti seguendo il filo da te tracciato

      Riguardo la vicenda di tuo cugino non mi permetto assolutamente di azzardare spiegazioni, solamente, invece che di identità, io parlerei di “percezione di se e del mondo” diversa dalla nostra.
      Anche io sono bilingue (italiano e sardo) e lo considero un vantaggio culturale e comunicativo. Quello di cui non ho bisogno però, è capire se sono italiano o sardo. Qui entra la questione dell’identità.

      Quando parlo di identità mi riferisco al concetto sociologico, che la descrive come la percezione di se, rispetto all’altro ( gruppi sociali: nazione, classe sociale, livello culturale, etnia, genere, professione, e così via). Quello che io indico come limite è proprio la percezione di se rispetto ad un altro. Se invece si percepisce se stessi come parte dell’altro (invece che rispetto all’altro), sparisce il concetto stesso di identità.
      Io non percepisco me stesso in relazione a diversi gruppi sociali. Mi percepisco in quanto essere pensante (il caro vecchio “cogito ergo sum”) che è parte del tutto; maturato e cresciuto con idee che hanno formato una personalità, non un’identità.
      Mi hanno descritto come uno che disprezza se stesso e la propria storia. Non hanno capito niente. La mia storia è stata fondamentale proprio per maturare queste idee. Faccio due esempi veloci.

      * Mio nonno materno era un pastore. La sua vita è stata un esempio di virtù, legata al sacrificio personale, in favore dei propri figli. La sua vita ruotava intorno alla terra del Gennargentu: per lui la terra era sacra, e con essa il lavoro che ne dipendeva. Sono due cose sacre anche per me. Quando sento notizie che descrivono situazioni che calpestano questi valori, provo automaticamente empatia per la parte lesa (per esempio gli espropri nella Val di Susa, o il tentativo di esproprio per il parco del Gennargentu).
      * Mio nonno paterno ha vissuto una vita molto romanzesca: ha fatto la guerra al fronte ed in Africa, ha fatto anche l’agente segreto (per un paio d’anni), ma soprattutto ha scelto di fare il partigiano e di combattere il fascismo. Il fascismo nasce dall’idea di gruppo, inteso come popolo, contrapposto ad un altro popolo.

      Quindi: voglio dire che esistono idee universali rispetto alle quali il concetto di identità è superato.
      Questo intendo quando dico che l’identità, per me, non esiste, e dove esiste, la vedo come un limite.

  3. forse Ale Sestu parla così perché di identità magari ne è pieno oppure crede di essere pieno come quei “sardi” che ancora oggi dicono “a Luras parlano in sardo, a Tempio in gallurese, ad Alghero in catalano-algherese…”. A mio avviso è una bellissima frase “imbòliga turistas” che fa credere loro che la Sardegna è un arcobaleno di identità da visitare e da vivere. L’identità Pro Loco insomma!!
    quest’identità è pur sempre un’identità seppur composta da ignocchetti al sugo, porceddu vivo sfilzato, formaggio di pastore verace, vino calpestato e … trenino verde.
    Insomma, ognuno sventoli la bandiera più idonea e prossima al proprio concetto d’identità perché ognuno ha il diritto di prendersi la propria identità ma non mi si venga a dire che l’identità non esiste.
    I sardi sono passati da avere una identità caratterizzata da una lingua ricca di poesia, di musicalità ecc. a un’identità tipo sagra umbra però coll’agnello a due teste di Quirra, polpo blu di Porto Torres e Orata fosforescente di Portovesme.
    ognuno ha l’identità che si merita.

  4. Dr Bolognesi
    la ringrazio per il tempo lo spazio che mi sta dedicando. La ringrazio anche per la lezione di linguistica: è sempre interessante e in questo la riconosco come maestro.
    Il problema però sta nel fatto che il filo logico della discussione si sta allontanando dalla sua origine, e rischia di essere smarrito. Quel suo “E allora?” finale, mi suggerisce che probabilmente non mi sono spiegato bene.
    Quindi cerco di ritornare al concetto iniziale e da li mi spiego meglio.

    Abbiamo iniziato la discussione perché le ho contestato questa affermazione “La Sardegna è sottosviluppata perché la RAS spende per la musicucciola italiana 10 volte la cifra che spende per finanziare il sardo.” Ci sono tre concetti che non mi piacciono
    * Il sottosviluppo legato ad un investimento culturale invece che all’altro
    * Un possibile sviluppo economico legato all’investimento sulla lingua
    * Il disprezzo per la musica in quanto “italiana”.

    Il ragionamento intorno all’identità comprende il secondo e soprattutto il terzo punto. Capisco perché lei ha legato il concetto di identità personale a quello di identità linguistica. Tenga conto però che, per me (è ovvio che io non ho il diritto di parlare a nome dei sardi, ma solo di me stesso, come d’altronde anche lei), una lingua non è espressione identitaria: è espressione letteraria, poetica, ma soprattutto è un mezzo di comunicazione. Quindi quando io parlo di limite, legato all’affermazione di identità (di popolo, punto *3), intendo un limite di tipo culturale.
    E’ lo stesso limite che si produce quando si innalza un muro tra due persone: quando lei parla di “colonizzazione italiana”, sta alzando un muro; quando lei parla di “rapporto di dipendenza asimmetrico”, sta alzando un muro; quando si sventola una bandiera italiana di fronte ad una bandiera tedesca (sono due esempi qualsiasi), si innalza un muro; tra la bandiera israeliana e quella palestinese il muro lo hanno fatto di cemento armato, non metaforico.
    Io non voglio muri, per me il muro è un limite. Se in Europa non esistessero muri (così, per fare un esempio attuale), non esisterebbe lo spread e non esisterebbe il fascismo.

    Riguardo il punto * 2
    lo ho definito fuorviante perché penso che lo sviluppo culturale (da cui, sono d’accordo, dipende quello economico), non dipenda dalla lingua. Lo sviluppo economico dipende soprattutto dalla conoscenza della storia, della sociologia, dalla consapevolezza delle proprie risorse e dall’uso sapiente di queste, dalla pianificazione di un economia sostenibile. Quindi non c’è bisogno che in consiglio regionale parlino in sardo, per capire che l’industria pesante in sardegna non ha futuro, oppure che è antieconomica. In consiglio regionale il requisito fondamentale non è l’origine sarda o l’utilizzo della lingua sarda: il requisito è la competenza.
    Questo riporta al punto *1: il sottosviluppo è dovuto a scarsa visione politica, scarsa competenza e ad investimenti economici scellerati.
    Quindi per me, per arrivare ad un’economia sarda autocentrata, bisogna partire da una cultura globale (non sarda autocentrata), ed adattare il know how globale alla situazione locale.

    Per concludere il discorso sul concetto di identità, mi sposto sul post precedente, così rispondo anche ad Alexandra.

  5. “quando lei parla di “colonizzazione italiana”, sta alzando un muro; quando lei parla di “rapporto di dipendenza asimmetrico”, sta alzando un muro; ”
    Ecco basta questo a farci capire che discutere con lei è inutile. Per lei denunciare una situazione equivale a crearla. Mah!

  6. Ale, non sono d’accordo. Roberto ha scelto un approccio molto logico e scientifico per spiegare il concetto di identità… e scusa se andiamo veramente a vedere la filosofia vediamo che è un concetto complesso. Tu stai parlando della tua definizione di identità che non deve rispecchiare il mio concetto e tanto meno quello di altre persone.

    Io invece ho un concetto molto “culturale”. secondo me, della mia personalità fa parte che magari sono pigra o divertente. ma il gruppo con il quale io mi “identifico” (e vediamo che le parole hanno la stessa radice) fa parte della mia identità, non della mia personalità o del mio modo di vedere il mondo o di vedere le cose.

    Io sono tedesca, sarda e quando ci sono i mondiali nel calcio, pur troppo, a volte anche italiana🙂 questa è la mia identità superficiale… se vado infondo, mi auto-definisco berlino-putzese perché in germania mi identifico con Berlino (dove sono nata e cresciuta) e nel mio essere sardo, mi identifico molto con la zona sarrabese, visto che mia madre è di Villaputzu.

    Il mio concetto di identità coincide molto con quello che Roberto ha descritto nell’altro post… a parte il fatto che io parlo lo spagnolo senza problemi🙂 e ripeto, il concetto del “limite” allora esiste solo nella mia (o nella tua) testa. il mio “identificarsi” dipende da me… e dipende da te. io non ho limiti perché cerco sempre di più di entrare in questi mondi, così come un emigrato magari tende di entrare sempre di più nel mondo che lo circonda.

    L’esperienza che ho fatto io per esempio con tanti emigrati (e al circolo degli emigrati sardi ci lavoro volantariamente da quasi 10 anni) è che scoprono la loro identità fuori dalla Sardegna.

    L’altro giorno è arrivato il fratello di un mio amico con un suo amico da Muravera. hanno 22 anni. non sono mai usciti dalla sardegna, hanno fatto 3 mesi in svizzera. ma lì era chiaro che gli svizzeri comunque sono diversi. eravamo in una festa dove c’erano persone del veneto, toscani, siciliani, insomma da tutta l’italia… loro hanno avuto un “cultural-shock”. hanno percepito che non sono come gli (“altri”) italiani e hanno persino preferito di parlare con me che in realtà non dovrebbe avere così tante cose in comune con loro come gli altri, a parte del fatto che sono mezza sarda e che sorpresa, capisco anche le battute in sarrabese…

    ma loro si identificano con quella mia parte sarda, anzi sarrabese e ti auguro che anche tu farai un esperienza di questo genere perché come scrivi, mi sembra che non l’hai ancora fatta… senza voler essere presuntuosa nei tuoi confronti.

    buona serata… ora vado a vedere il calcio e sì… sono per l’italia… lo sarei ancora di più se ci fosse un giocatore sardo, ma pazienza… a proposito… la guardo con un amico spagnolo… lui ovviamente tifa la Spagna perché s’identifica con la Spagna… stravanau!

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