Non di sola limba: quale economia per la Sardegna?

interventu de Andria Maccis

La svolta interessante alla quale stiamo assistendo in questo periodo pre-elettorale è quella interrogatoria, quasi come se in Sardegna il vangelo di Douglas Adams avesse attechito così a fondo da convincerci definitivamente che ottenere delle risposte abbia in assoluto meno importanza che porre le domande giuste.

E quindi in questo blog e in gran parte della rete, le solite e generiche domande rivolte ai candidati già noti o ai papabili, vengono scansate a gomitate da quelle specifiche, tipo : quale cultura per la Sardegna?

Ed è proprio su questa falsariga che trova spazio anche l’altra domanda fondamentale : quale economia per la Sardegna?

Siamo in tanti ormai a porcela, costretti sicuramente dalla crisi che ci riavvicina nostro malgrado alle questioni economiche e stupiti di scoprirci avvitati nell’osservare altri stati (indipendenti o che vanno verso l’indipendenza) mentre ci chiediamo se siano ricchi perché indipendenti, indipendenti perché ricchi o addirittura se sia tutto oro quel luccichio che ci sembra di vedere.

I politici, spesso più sull’economia che sulla cultura, riescono con grossa facilità e altrettanto trasporto a proiettarci verso il lungo periodo e ci aiutano a immaginare lungimiranti risanamenti da pianificare a partire da ora, rilanci settoriali fattibili ora ma mancati in passato per via dell’incompetenza delle precedenti classi dirigenti, piccoli ma incisivi (a tendere) interventi da realizzare ora a costo zero e colpevolmente sottovalutati in precedenza, taumaturgiche riscossioni dirette dei tributi.

Ma Keynes (“In the long run we are all dead”) che purtroppo, come le preoccupazioni riprende brio sempre nei momenti neri, ci impedisce di sognare con loro e ci tiene tristemente svegli.

La fotografia scattata annualmente alla Sardegna dalla Banca d’Italia con macchina e rullino gentilmente forniti dall’ISTAT ¹ ci informa puntualmente su una serie di numeri che ci riguardano, ma che non conosciamo, conosciamo male o che abitualmente stravolgiamo al momento dell’interpretazione.

E la fotografia di certo non è delle migliori : un’economia al collasso (fatte salve poche eccezioni), traumatizzata dalla crisi e portata allo sfinimento da una domanda debolissima, che ormai ha la disoccupazione come prodotto di punta.

Tutto sommato son cose che sappiamo, che vediamo, che viviamo.

Su cosa possiamo interrogarci allora?

Sul settore bancario? Sì proprio quello visto da tanti come parassita dei comparti produttivi e che invece è stato negli ultimi anni parte fondamentale del finanziamento all’economia (al netto della raccolta) ² ma che ormai grazie a un portafoglio crediti pesantemente deteriorato da oltre il 10% di sofferenze (2,8 miliardi di €) ³ alimenta il circolo vizioso avendo praticamente chiuso i rubinetti della liquidità.

O sulla solita tiritera di chi vorrebbe combattere la crisi riducendo gli sprechi nella spesa pubblica, considerata addirittura la principale causa dei problemi? Certo, sapendo che fino alla crisi il totale dei lavori pubblici aggiudicati stava scendendo regolarmente anno dopo anno ¹ e che dopo la crisi è tornato (fortunatamente) a impennarsi andando a sostenere il comparto edile fortemente in crisi e a rischio di essere spazzato via, le cose sembrano un tantino diverse.

Magari potremmo interrogarci sul turismo, il nostro amato turismo, panacea dei nostri mali e capace (prima o poi) di far scorrere latte e miele dai monti alle valli, che immaginiamo prevalentemente ricettore di facoltosi stranieri e che però finisce in ginocchio non appena il ceto medio italiano cambia meta alle proprie vacanze o taglia il budget dedicato alle ferie. ¹

Perché sì, si potrebbe anche pensare di “smeraldizzare” tutte le nostre coste, o anche di sostituire totalmente i turisti continentali con gli stranieri, ma è difficile farlo da svegli, consci di offrire servizi che vengono pagati con una moneta visibilmente sopravvalutata rispetto ai fondamentali della nostra economia e che poco a poco e inesorabilmente contribuisce a buttarci fuori dal mercato.

Forse potremmo interrogarci sulla bilancia commerciale dei pagamenti, ma magari scopriremmo che potrebbero essere più incisivi nel breve periodo interventi di potenziamento della presenza sarda sul mercato italiano ² (non inganni import/export petrolifero della Saras) rispetto alla promozione di nuovi canali sui mercati esteri, vista la potente interconnessione del cosiddetto “Mezzogiorno” con tutta l’Italia, ma forse pensare di dare un po’ di respiro alla nostra economia tramite un target tutto italiano potrebbe essere svilente per i sogni d’indipendenza, di sovranismo o di autonomia.

Addirittura, esagerando, forse potremmo anche spingerci a sognare dei candidati che si interroghino su come interloquire con lo Stato Italiano, non tanto relativamente a eventuali richieste, ma allo scopo di operare quel minimo di pressione politica interna che sulla base di tristi riscontri empirici spinga affinché anche a Roma si rifletta sugli effetti di precise dinamiche macroeconomiche, la cui governabilità da questa parte del mare ci è totalmente preclusa, ma che non di meno ci stanno mettendo in ginocchio.

1. Banca d’Italia – Economie Regionali – L’economia della Sardegna – Rapporto 2013

http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/2013/analisi_s-r/1321_sardegna/1321_sardegna.pdf

2. Sviluppo, rischio e conti con l’esterno delle regioni italiane – De Bonis, Rotondi, Savona

http://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/brown_bag/Sviluppo_Rischio_e_conti_con_lxesterno_delle_Regioni_Italiane.pdf

3. ABI Sardegna: economia regione debole, produttività e credito ne risentono

http://www.abi.it/DOC_Info/Comunicati-stampa/ABI_Sardegna_27_6_2013.pdf

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