Francesco Pigliaru non ha mai imparato il sardo perché…

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“Ma visto che la competenza linguistica del sardo si può solo acquisire partecipando all’interazione linguistica, ne risulta che questa competenza – e quindi la porzione di identità che ne deriva – è riconducibile al principio (1) proposto da Mary Bucholtz e Kira Hall, confermandolo: la competenza linguistica del sardo e l’identità linguistica sarda sono effettivamente il prodotto di pratiche linguistiche e non la loro fonte.

Questa constatazione ci permette immediatamente di mettere a nudo la pretestuosità di un argomento spesso usato da quei Sardi che hanno soltanto una competenza passiva della lingua: “Io non parlo il sardo, perché a casa mia si parlava italiano.”

Queste persone considerano la loro identità linguistica – frutto della loro competenza (quasi) monolingue in italiano – come un dato psicologico immutabile, esistenziale, frutto del loro essere e non del loro agire (o, piuttosto, non agire). Se, da un lato, è vero che la loro esclusione durante l’infanzia dalle interazioni linguistiche in sardo ha comportato l’impossibilità di acquisire un’adeguata competenza in questa lingua, d’altro canto è anche vero che nella situazione sarda, in cui, nell’interazione sociale al di fuori della famiglia, tutti sono continuamente esposti a produzioni linguistiche in sardo – con l’eccezione, forse, di alcuni settori sociali urbani – soltanto l’autoesclusione da queste interazioni in sardo può spiegare la mancata acquisizione di una competenza attiva. E una conferma di questa analisi viene dallo scarto di oltre 40 punti percentuali che esiste tra i ragazzi che dichiarano di avere una competenza attiva del sardo al momento del loro ingresso nella scuola e i ragazzi alla fine delle scuole medie inferiori: all’età di 6 anni, i ragazzi che dichiarano di avere una competenza attiva del sardo sono il 22,5%, mentre all’età di 14 anni, la percentuale passa al 63,6 (Le lingue dei Sardi:38).

La giustificazione fornita dai non-parlanti del sardo per la loro non-competenza ricade quindi sotto il principio (5) proposto da Bucholz e Hall: «l’identità può essere parzialmente intenzionale, in parte abituale e meno che pienamente conscia, in parte un risultato di una negoziazione interattiva, in parte un costrutto delle percezioni e rappresentazioni altrui e in parte il risultato di processi e strutture ideologici più vasti.»

L’ideologia sottostante a questo rifiuto di partecipare alle interazioni in sardo – e quindi ad acquisire una competenza linguistica attiva – sembra essere: “Quelli nati nel mio ambiente non imparano il sardo”. Lo stigma sull’uso del sardo – interiorizzato soprattutto grazie al terrorismo psicologico praticato nel passato dalla scuola italiana – e il rifiuto attivo del suo apprendimento, in questi tempi in cui l’atteggiamento generale verso la lingua è mutato radicalmente in senso positivo, vengono razionalizzati e contrabbandati per una supposta impossibilità a imparare il sardo al di fuori della famiglia.

Insomma, queste persone sono i figli o i nipoti di quelle mamme che negli anni ’60  e ’70 si sentivano proclamare: “Mi’ che non voglio a parlarlo in sardo a mio figlio!””

(da Le identità linguistiche dei Sardi)

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