July 6, 2016

Testamento

1770

Non sono di quelli che perdono molto tempo a guardarsi indietro.

Cerco sempre di guardare avanti e, soprattutto, di guardarmi intorno.

E quello che vedo attorno a me non mi piace, ma siccome da mesi non faccio altro, questa volta vi risparmio, a voi pochissimi lettori rimasti, la mia ennesima tirata contro questi beccamorti del sardo appollaiati tra Viale Trento e Viale Trieste.

Ho ripensato a quello che ho fatto in questi decenni–mi son guardato indietro–e ho concluso che rifarei esattamente le stesse cose, compresi gli errori, perché se non corri rischi–in politica e nella vita–sei condannato a non fare mai nulla.

I rischi che ho accettato in questi anni sono stati quelli di fidarmi di persone false e cattive.

Ho perso la scommessa, ma l’alternativa sarebbe stata non fare nulla.

Quello che ho fatto–assieme ad altri–è servito a qualcosa?

È servito a poco, molto poco.

Infatti non sono il solo a sentirmi così: gli amici/compagni di questi anni si sentono anche loro così.

Eppure non mi sento deluso.

Sconfitto sì, ma non deluso, perché la nostra è una guerra e le guerre si possono vincere, ma solo se le combatti.

Siamo stati sconfitti.

Le guerre si possono anche perdere.

Il sardo è più moribondo che mai.

Dietro di noi sono venuti dei giovani di buona volontà che stanno ci provando.

Faccio il tifo per loro, ma dalla tribuna.

In orabonas!

Siccome sono giovani e i giovani sono per definizione “foolish” (tontatzus) stanno anche ripetendo parecchi degli errori commessi dalla mia generazione, soprattutto quello di non studiarsi le cose che abbiamo già detto.

Ma adesso tocca a loro e a me tocca di tirarmi da parte.

Uno, perché è chiaro che, se le cose non vanno, bisogna cambiare approccio e io non sono più in grado di vederne un’altro: invecchiare comporta anche questo.

Ripeto: rifarei tutto da capo.

Due, perché, dopo tanti anni passati a rompere i coglioni, voglio anche dedicarmi a cose che mettono allegria.

Non che non lo facessi già, ma non voglio chiudere tirandomi dietro la fama di vecchio inacidito.

E poi, con la vita–le vite–che ho fatto devo pensare anche ad arrotondare la poca pensione che mi aspetta.

Insomma, i miei progetti per il futuro consistono nel mettermi a guadagnare un po’ di soldi rendendo allegra la gente.

La bellezza non ci salverà, ma almeno permette di tenere la schiena dritta.

June 30, 2016

Quanto vale il sardo a scuola? Quanto un’immagine sulle canottiere della Dinamo

firino

Non c’è bisogno di grandi discorsi e di analisi complesse.

L’assessore al nulla–ma ogni tanto assessore ai bruscolini–Claudia Firino stanzia per l’uso del sardo a scuola come lingua veicolare la stessa identica cifra che ha regalato alla Dinamo di Sassari per esporre l’immagine dei giganti di Monti de Prama.

Guardate quanto possono spendere le scuole.

Ma i membri di questa giunta sardignola sono davvero tutti convinti che siamo tutti tonti?

 

June 26, 2016

I sardi sono quasi morti e a denunciare il loro genocidio ci pensa il Consiglio d’Europa

pigliaru

Come sappiamo tutti, lo stato italiano, nemico eterno dei sardi, discrimina la nostra lingua.

A denunciarlo, tristemente, non è un’istituzione sarda, ma il Consiglio d’Europa: http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2016/06/24/gli_ispettori_di_bruxelles_lingua_sarda_discriminata_norme_non_ri-68-509174.html

Non potrebbe farlo Pigliaru, che è stato nominato dal PD, lui italiano, per fare gli interessi degli italiani.

Non potrebbe farlo l’assessora Firino, visto che non sa nemmeno di cosa stiamo parlando: sta per essere cacciata e nessuno noterà la differenza.

Non potrebbe denunciarlo Maninchedda che è lì per cercare di confonderci, chiamando “indipendenza” l’asservimento totale agli interessi italiani.

Il sardo si sta estinguendo e, con la lingua, i sardi stessi.

Tutte cose già dette.

Politicamente e culturalmente i sardi sono già in coma, come hanno dimostrato le elezioni comunali.

Dal loro stato di incoscienza e vita vegetativa, ovviamente, i sardi non potrebbero denunciare il proprio genocidio culturale.

Ci pensa il Consiglio d’Europa al loro posto.

P.S. Sto esagerando?

Ieri c’erano 25.000 persone al Gay Pride.

Ce li vedete altrettanti sardi andare a una sfilata del Sardinian Pride? (http://www.sardiniapost.it/cronaca/cagliari-arcobaleno-venticinquemila-in-piazza-per-il-sardegna-pride/)

Cioe’, ce li vedete manifestare in migliaia per il loro diritto a essere gioiosamente sardi?

Per il diritto a parlare in sardo dove, come e quando ne hanno voglia?

Per il diritto a sentire il sardo in televisone e usarlo a scuola?

Ecco, appunto.

 

June 13, 2016

Le “finestre rotte” e il femminicidio

femminicidio

Nella discussione che si sta svolgendo sui social media in questi giorni sul tema del “femminicidio”, si possono individuare due posizioni.

Una attribuisce il “femminicidio” al clima culturale maschilista che, in modo comunque mai chiaramente definito, porterebbe certi individui a interpretare tale maschilismo nel modo più estremo.

Il “femminicidio” sarebbe un fenomeno socio-culturale, da curare, curando la cultura degli uomini.

C’è da notare che i sostenitori di questa posizione, maggioritaria nei media più importanti, non presentano i dati sul fenomeno.

O almeno io non li ho mai visti.

L’altra posizione vede nell’assassinio di un numero limitato di donne da parte di uomini un fenomeno dovuto al malessere di un numero estremamente limitato di individui e che, in quanto tale, è competenza di psichiatri, psicologi e criminologi.

Oggi, però, mi è capitato di leggere questo interessante articolo di Giuseppe Melis, che mi ha fatto ricordare della teoria delle “fimestre rotte”.

“La teoria delle “finestre rotte” fa riferimento a un esperimento di psicologia sociale, condotto nel 1969 presso l’Università di Stanford, dal prof. Philip Zimbaldo. Lo studioso dimostrò che non è la povertà ad innescare comportamenti criminali ma il senso di deterioramento, di disinteresse, di non curanza che si genera su una situazione qualsiasi, tale per cui si diffonde la percezione che i codici di convivenza, una volta rotti, inducano le persone a pensare che le regole e più in generale qualsiasi codice di regolazione sociale sia del tutto inutile, generando in questo modo un progressivo deterioramento delle stesse.

L’esempio è proprio quello di un vetro che si rompe e non viene riparato, dando luogo ad un progressivo decadimento dell’edificio, tale per cui dopo il primo vetro rotto, se ne rompe un altro, e così via tutti gli altri elementi dell’edificio. Ecco perché quando non si interviene subito per rimettere in ordine una situazione negativa, presto si innescherà un processo di decadimento senza fine. “Se una comunità presenta segni di deterioramento e questo è qualcosa che sembra non interessare a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. Se sono tollerati piccoli reati come parcheggio in luogo vietato, superamento del limite di velocità o passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi” (http://www.unitresorrentina.org/foto/24-forum/85-la-teoria-delle-finestre-rotte).”

Ora, questo determinismo meccanicista, applicato a una disciplina umana, può solo far sorridere: le variabili di cui tener conto, quando si fanno previsioni su una cosa così complessa come il comportamento degli umani, sono semplicemente troppe.

Uno psicologo indiano di cui non ricordo il nome una volta ha scritto che uno psicologo probo si reincarna come fisico, mentre uno empio si reincarna come sociologo.

Questa battuta rende bene quale sia il grado di complessità delle diverse discipline.

Comunque sia, la posizione “culturalista” rispetto al “femminicidio” sembrerebbe ispirarsi alla teoria delle “finestre rotte”: in un clima di generale disprezzo per le donne, il “femminicidio” ne sarebbe solo la conseguenza più estrema, ma logica.

Ma esiste questo clima in Italia?

Per esempio, viene tollerato che un uomo picchi una donna per strada?

Due recenti episodi, a Polignano (http://bari.ilquotidianoitaliano.com/cronaca/2016/06/news/120119-120119.html/), dove il violento ha rischiato il linciaggio, e a Sassari, dove un passante è intervenuto (Pier Franco Devias. “Durante un litigio lui le tira un pugno in faccia. Interviene un passante e rischia di prendersi una coltellata da questo elemento.”) fanno ritenere di no.

Ora, io cresciuto in Sardegna e abitante in Olanda da oltre 30 anni, non posso fare affermazioni sul grado di accettazione, in Italia, della violenza sulle donne in pubblico. Posso solo dire di aver trascorso in tutto molti mesi in Italia e di non essere mai stato testimone di un singolo episodio del genere.

Chi dei miei lettori conosce meglio l’Italia potrà giudicare da sé.

Questo per quanto riguarda la violenza in pubblico, ma che dire della violenza in privato, tra le mura di casa?

Esiste in Italia una cultura diffusa che accetta, tollera o forse addirittura incoraggio la violenza domestica?

Io non lo so.

Ma chi vive in Italia o la frequenta spesso, saprà se gli è capitato di sentire parlare favorevolmente della violenza domestica, magari per strada, o al bar, dal barbiere, mentre si fa una fila.

Perché se tale violenza è nascosta, segreta, vuol dire che esiste un clima generale di riprovazione, non di accettazione.

Insomma, la condizione necessaria per poter concludere che il “femminicidio” sia la conseguenza finale ed estrema delle “finestre rotte” è che “questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi“.

Ora, verificare se in Italia esiste un clima culturale favorevole alla violenza sulle donne non mi sembra così difficile.

La cultura è per definizione pubblica, aperta.

Se una cosa la si tiene nascosta è per sottrarsi a un eventuale stigma.

Io, ripeto, conosco l’Italia troppo poco, ma a giudicare dal numero di “femminicidi”, mediamente inferiore al numero di quelli che avvengono in Olanda, e ragionando all’interno della teoria delle “finestre rotte”, dovrei concludere che la violenza sulle donne sia rifiutata ancor più che qui, paese in cui la violenza è uno dei tabù più grandi, e non solo quella nei confronti delle donne.

June 11, 2016

E le donne? “Tutte puttane!”

“Crediamo che a questo punto sia necessario un cambio di passo per arrivare a centrare l’obiettivo.

Dobbiamo spostare la questione dagli  italiani ai rom: la loro voce non si sente.
È a ognuno di loro che lanciamo un appello: costruire una rete di rom contro i furti ai danni degli italiani.

Perché, dunque, coloro che possono dare un contributo a veicolare i più efficaci messaggi sul furto non si ritrovano in una realtà che concretamente si metta a disposizione?
Si tratta di mettere in pratica con un gesto concreto quella rivoluzione culturale di cui tanto si parla. E la rivoluzione, qui e oggi, la possono fare solo i rom per i rom, affrontando un percorso di liberazione simile a quello che ha portato gli italiani all’emancipazione.
Perché è vero: le leggi ci sono, il problema è educativo. Ma la voce degli italiani da sola non basta. Accanto a loro devono devono esserci i rom.”

L’appello di un razzista dal volto umano?

Perché al di là delle buone intenzioni, in questo messaggio si veicola l’idea inaccettabile della responsabilità collettiva dei rom, tutti i rom, nei confronti dei crimini commessi da degli individui.

L’unica cosa che distingue questo appello dalla ruspa di Salvini è che Salvini non crede che i rom si possano emancipare.

Nessun democratico, nessuna persona “de sinistra” si farebbe portatore di un messaggio simile.

Invece, basta sostituire la parola “rom” con “uomini” e la parola “italiani” con “donne” e, ancora la parola “furto” con “violenza” e il messaggio lo ritrovate, tale e quale,sul Corriere della Sera e, ripreso, sul Huffington Post.

Il merito di questo messaggio è quello di dire apertamente ciò che la campagna mediatica sul “femminicidio”, che infuria in questi giorni, si limita a suggerire: la violenza sulle donne sarebbe il frutto di una cultura diffusa tra maschi italiani, la quale giustificherebbe, se non addirittura incoraggerebbe, l’assassinio della donna.

E qui mi cascano le palle in terra.

Le palle, i genitali, cioè l’unica cosa che mi accomuna agli altri miliardi di “uomini” e che farebbero di me un potenziale assassino di donne.

Insomma: gli uomini tutti portatori di una cultura di violenza sulle donne, cioè, i rom tutti ladri, almeno potenziali, e le donne…beh, le donne … tutte puttane no?

Questo è il livello della campagna furibonda scatenata dai media renziani e ora rivendicata apertamente dalla ministra Boschi: http://www.huffingtonpost.it/2016/06/09/boschi-femminicidio-12-milioni-da-governo_n_10381406.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

Perché, con il numero di omicidi in calo costante–sì, omicidi, cioè l’uccisione di esseri umani, donne comprese–e il calo conseguente del numero di donne assassinate–tra l’altro in Italia perfino leggermente inferiore a quello di altri paesi europei, in cui però nessuno di sogna di parlare di “femminicidio”–l’uso di quest’arma di distrazione di massa si spiega soltanto con la volontà di convincerci che nell’Italia di Renzi, e del liberismo trionfante, la contraddizione principale non sia quella tra una minoranza infima di ricchi oppressori e una massa enorme di oppressi e diseredati, ma quella tra uomini e donne.

Povere donne, la stragrande maggioranza delle quali sono davvero oppresse.

E poveri uomini.

Delle violenze che subiscono gli uomini da parte di altri uomini (vengono ammazzati tre volte più uomini che donne) e anche da parte delle donne non si parla, non si deve parlare.

E questo appiattirsi sulle posizioni e sugli interessi del liberista Renzi lo chiamano femminismo.

 

June 2, 2016

Il sonno della ragione genera scemenza mostruosa: Kelledda Murgia, il “femminicidio” e i sesso degli angeli

femminicidio

Quando anche una persona intelligente, colta, impegnata e perfino simpatica come Nicolò Migheli, condivide un mucchio di scemenze mostruose come quelle pubblicate da Michela Murgia su FB, e riprese  da Sardegnasoprattutto, allora capisci che stiamo perdendo la guerra e perché.

L’italia affonda–e la Sardegna ancora di più–e qui si investono energie e si mobilita la gente per condannare un fenomeno inesistente.

Proprio come a Costantinopoli assediata, a qualcuno fa comodo che ci perdiamo in discussioni teologiche.

Potrei riproporvi i dati che ho già presentato varie volte, ma–a parte il fatto che i dati ai teologi non interessano, anzi, sono opera del demonio!–quello che mi interessa e mostrare il modo in cui Michela Murgia manipola i suoi lettori, i fedeli del “femminicidio”.

Murgia scrive: “Molto più importante mi pare capire perché di uomini come quello in Italia ce ne siano migliaia e picchino, violentino o uccidano altrettante donne ogni anno. Lo sappiamo che le cause sono culturali.”

In Italia ci sarebbero migliaia di uomini come l’assassino di Sara.

Hmmm.

Migliaia.

Quante migliaia?

Duemila sarebbero anche “migliaia”.

Duemila su sessanta milioni di abitanti dello stato italiano non sarebbe neanche così male.

Se dicessimo “due ogni sessantamila abitanti” o “uno ogni centoventimila”, già la cosa farebbe meno effetto.

Ma “migliaia” suggerisce un numero enorme…

Certo, a Cabras, migliaia sono molti.

Dico, le cifre ci sono–vedete qui sopra–ma non le presenta, meglio usale parole suggestive e tendenziose.

In teologia è doveroso mantenersi sul vago e lasciare tutto lo spazio possibile alla fantasia eccitata dei lettori.

Queste cifre non permettono nemmeno di parlare di centinaia, ma centinaia non farebbe comunque lo stesso effetto.

Queste cifre dicono che in Italia, nel 2014, si è commesso un “femminicidio” ogni 600.000 (seicentomila) abitanti, ovvero 0.16666666666 femminicidi per 100.000 abitanti.

Non sembrano molti, eh, se li si presenta così?

In Olanda, nello stesso anno, sono state uccise 33 donne e la metà dei casi in Italia verrebbero definiti come “femminicidio”: https://www.cbs.nl/nl-nl/nieuws/2015/35/ruim-helft-van-vermoorde-vrouwen-door-ex-of-partner-omgebracht

Si tenga presente che l’anno precedente il numero di donne ammazzate era di circa il doppio e che le 101 donne italiane uccise in ambito familiare/affettivo, non necessariamente sono tutte state vittime di “femminicidio”.

L’Olanda ha 17.000.000 di abitanti:  circa un quinto dell’Italia.

Il numero di femminicidi per 100.000 abitanti è di 0.1375, ma, come si vede dal grafico, il 2014 presenta un calo fortissimo, infatti da altri rapporti risulta sempre leggermente superiore a quello dell’Italia.

Ma, dicevamo, i maschi (potenzialmente) assassin di donne devono essere migliaia.

E migliaia siano.

Ma per arrivare alle migliaia bisogna gettare nello stesso mucchio cose che poco hanno a che fare le une con le altre: “uomini come quello in Italia ce ne sono migliaia e picchiano, violentano o uccidono altrettante donne ogni anno”.

Ecco come si arriva alle migliaia.

Siete mai stati mernati da una donna?

Io sì.

Ma non sono mai stato violentato da una donna e–ovviamente–mai ammazzato.

Ho menato una donna?

Ovviamente: mica mi lascio picchiare senza reagire.

Ma a volte non ho reagito alle botte che ho preso.

E una o due volte ho mollato io per primo lo schiaffo.

Dico, ma siamo diventati completamente scemi?

Solo uno scemo può mettere sullo stesso piano queste cose.

O uno in malafede.

Ma senza queste cose non si arriva alle migliaia e nemmeno alle centinaia.

Forse con gli stupri.

Poi in tutta questa manipolazione, manca completamente il fatto che anche le donne sono violente con i loro partner e che anche loro li ammazzano.

Ai credenti non farà alcun effetto, ma gli altri si cerchino i diversi articoli sulla violenza femminile che ho pubblicato nel mio blog.

Usare la funzione “search”, in basso a destra.

Qui siamo di fronte a una rimozione colossale di un fenomeno che studi internazionali mostrano essere appena leggermente inferiore a quello della violenza degli uomini sulle donne.

Non ci crederete?

Andrete in paradiso, ma solo dopo la vostra morte.

Insomma, qui si vendono puttanate a un tanto al chilo e adesso in prima fila ci si è messo il giornale della peggior borghesia italiana.

Vi risulta che il Corriere della sera stia dalla parte degli oppressi?

Perché–se qualche femminicidista è arrivato a questo punto, adesso cadrà dalla sedia–care mie teste di cazzo, io mi guardo bene dal negare che il maschilismo esista o che l’Italia sia un paese maschilista.

O callonis!

Semplicemente, non esiste un rapporto diretto tra maschilismo e discriminazione delle donne–fenomeni  più che accertati in Italia–e il vostro “femminicidio”.

L’Italia infatti è da quel punto di vista uno dei paesi al mondo più sicuri per le donne.

Delusi?

Più sicuro dell’Italia c’è non ricordo più quale emirato arabo: cercatevelo!

Viene quasi da chiedersi se l’emancipazione della donna non sia direttamente collegata al vostro “femminicidio”, visto che sia in Olanda che in Norvegia si ammazzano più donne che in Italia.

Ma nessuno parla di “femminicidio”.

Del resto non sembra illogico: più una donna è sottomessa, meno bisogno ha un malato in testa di ammazzarla.

Una donna sottomessa è già poco viva, no?

E poi la grandissima coglionata della cultura che porterebbe al femminicidio.

E qui mi tocca maramaldeggiare il mio amico–e per me caro amico–Nicolinu.

Ma è lui a citare nel suo profilo di FB questa scemenza mostruosa: ”

“Poi c’è il linguaggio, visibile persino nel modo in cui è stata data dai giornali la notizia della morte di Sara di Pietrantonio, continuamente definita “fidanzata” o “ex fidanzata”, cioè proprio la funzione relazionale a cui aveva voluto sottrarsi.”

Insomma, smettiamo di dire che “il sole sorge”, che sennó stiamo giustificando la condanna di Galileo da parte dell’inquisizione.

O Nicoli’, ndi tengu is callonis in terra!

Mi ndi parit mali de aderus.

Ma quello che proprio non capisco sono le donne.

Le donne che si prestano a questo gioco di distrazione di massa, guidato ormai dal Corriere della Sera.

Ma voi pensate davvero che quelli siano dalla vostra parte?

Dalla parte dei deboli?

O siete voi che vi innamorate regolarmente dei potenti?

May 27, 2016

Diamo a Claudia quel che è di Claudia: oggi, onore!

firino

Leggete questa notizia: http://www.agi.it/regioni/sardegna/2016/05/25/news/lingua_sarda_insegnamento_a_scuola_si_lavora_su_nuova_legge-802253/

L’assessore Firino dice due cose fondamentali in una frase: “La Regione dovra’ definire un indirizzo di riferimento per la produzione dei testi scritti in limba da destinare alle scuole, promuovendo la standardizzazione grafica della lingua”.

  1. La LSC non è lo standard del sardo, malgrado tutte le menzogne sparse dai professionisti e dai mandroni che li ascoltano;
  2. La RAS vuole arrivare alla standardizzazione del sardo scritto, lasciando intatta la situazione del parlato, come io ho proposto già nel lontano 1997 (si vedano gli atti del convegno del GLS di Quartu: http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933)

Adesso sta a noi incalzare la RAS e Claudia Firino in particolare, perché traduca in atti concreti queste dichiarazioni di intenti.

May 24, 2016

Se la Sardegna si spopola, la colpa è dei maschi sardi

pigliaruLeggetevi quest’intervista con l’assessore alla sanità,  Luigi Arru, concessa al giornale dei nazionalisti italiani di Sardegna (http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2016/05/24/news/l-assessore-arru-natalita-e-popolazione-a-picco-la-sardegna-riparta-dai-migranti-1.13533064?ref=hfnsolbr-1).

“Per invertire la rotta (che porta allo spopolamento) ogni donna sarda in età fertile dovrebbe mettere al mondo almeno tre figli e iniziare a farlo subito. (…) Per questo, dice l’assessore regionale alla Sanità Luigi Arru, bisogna guardarsi intorno. E cogliere tutte le opportunità. Per esempio quella offerta dagli sbarchi di migranti: la maggior parte giovanissimi in cerca di riscatto nella nostra isola. E che nella nostra isola potrebbero decidere «di mettere radici e famiglia», dice Arru. Ma per questo è necessario creare occasioni di lavoro.”

Visto che la stragrande maggioranza dei profughi economici sono giovani maschi, di solito non in grado di partorire molti figli neanche loro, ne consegue che l’assessore si affida a loro non tanto per la loro fecondità, quanto per far aumentare la fertilità delle donne sarde.

Insomma, il problema dello spopolamento della Sardegna viene implicitamente attribuito alla scarsa virilità dei maschi sardi.

Infatti, l’assessore, invece di invitare i sardi a fare più figli, mettendoli in condizione di farli–dico, con la metà dei giovani disoccupati–si affida piuttosto ai rinomati paracarri degli immigrati.

Per loro sì che bisogna creare occasioni di lavoro!

Evidentemente non dubita della disponibilità delle giovani donne sarde.

Per i giovani sardi che continuano ad emigrare o per far rientrare le centinaia di  migliaia di sardi emigrati non ci sono proposte.

Ora, io emigrato e padre di tre figli emigrati non ho niente contro gli immigrati: ovviamente, sono un immigrato anche io.

Ma mi sembra curioso che una terra di emigrazione ininterrotta affidi il proprio futuro all’immigrazione

È chiaro che quello che i nostri governanti vogliono è una Sardegna priva di sardi, abitata da loro stessi e, per il resto, da gente talmente disperata da voler immigrare in una terra da cui i sardi stessi emigrano per disperazione.

Perché altrimenti la servitù, i nostri governanti, come se la procurerebbero?

 

Va aggiunto che l’idea di Arru è già stata avanzata dal presidente del consiglio regionale, Ganau.

Inevitabile pensare che i nostri governanti si preoccupino del personale di servizio che, tra una generazione, occorrerà ai loro figli.

Ce lo vedete il figlio di Arru o di Ganau pulirsi da solo la villa ricevuta in eredità?

May 21, 2016

Il manuale dell’aria fritta

pigliaru

Quale è il problema degli indipendentisti sardi?

Elettoralmente contano come l’asso di bastoni.

E questo in una situazione in cui il 48% dei sardi preferisce non andare a votare, piuttosto che votare per la miriade di partitini e partitelli che si richiamano in un modo o nell’altro alla nazione sarda.

Quasi la metà dei sardi si rifiuta di farsi rappresentare dai partiti italiani, ma anche da quelli sardi.

Insomma, gli indipendentisti non riescono a rappresentare lo scontento generale e più che giustificato dei sardi.

Un bel problema e grosso, molto grosso.

Come ha sottolineato Omar Onnis in un intervento su Facebook, se il problema è in parte causato dal frazionamento e settarismo dell’area indipendentista, questo frazionamento è anche il semplice riflesso delle divisioni esistenti all’interno della società sarda.

Allo stesso modo si può dire che la scarsa credibilità elettorale di questi partitini sia il riflesso del fatto che i sardi non credono alla possibilità di una Sardegna indipendente.

Da questa constatazione parte il libriccino esile–in tanti modi esile– scritto da Franciscu Sedda.

“L’indipendentismo, non solo il nostro che ha esplicitamente e coraggiosamente scelto la via del governo, deve dunque misurarsi su un terreno nuovo e complesso: quello di passare dalla pura testimonianza alla concreta pratica della sovranità […]. Solo così potrà conquistare la fiducia dei tanti sardi che si dichiarano per l’indipendenza ma evidentemente non votano per gli indipendentisti.” ((Manuale d’indipendenza politica, pagg. 16-7)

Quale soluzione propone Sedda?

“In altri termini dobbiamo lavorare oggi perché ci sia domani un momento in cui chi oggi dichiara al telefono segretamente di essere per l’indipendenza dovrà alzare quello stesso telefono–e ancor di più scendere in strada!–per rendere partecipi amici, parenti, vicini, compagni di lavoro o di passioni, compaesani o connazionali, del proprio indipendentismo. Per convincere anche altri a diventare indipendentisti. Ma questo sereno coming out indipendentista–di cui abbiamo un gran bisogno–avverrà solo quando avremo colmato le distanze fra intenti e azioni, desideri e pratiche,simpatia e credibilità, sentimenti popolari e visioni politiche. Solo nel momento in cui avremo costruito ponti, rianimato cuori, ridato ossigeno alle menti l’indipendenza si trasformerà in un grande movimento e sommovimento di popolo.

Per riuscirci non c’è altro da fare, dunque, che lavorare a ricucire amorevolmente i frammenti della nostra coscienza e del nostro paese. Dimostrando a chi desidera l’indipendenza che il momento giusto è maturo. Dimostrando anche a chi non crede nell’indipendenza che ciascuno è invitato a partecipare al cammino di autodeterminazione nazionale.” (Manuale d’indipendenza politica, pagg. 17-8)

A costruire ponti, asfaltare strade e progettare piste ciclabili ci sta già pensando il datore di lavoro di Sedda: sarà questo a convincere i sardi a scegliere l’indipendenza?

Ovviamente, a questo punto stavo per riciclare il libro, gettandolo nella busta della carta–qui la raccolta della differenziata si fa seriamente–ma una curiosità mi ha trattenuto.

Per chi l’ha scritto Franciscu Sedda questo libriccino?

Ovviamente, non per chi non crede nell’indipendenza, perché loro lo prenderebbero a papinas a conca o lo inviterebbero a scrivere canzoni d’amore meno brutte e, soprattutto, rivolte alla sua fidanzata e tassativamente in privato.

Non faccio qui nuovamente l’elenco dei problemi drammatici della Sardegna: dico solo che Sedda  ne nomina uno solo–lo spopolamento imminente, che poi è il risultato finale di tutti gli altri problemi–e, naturalmente, non propone nemmeno una soluzione concreta.

Non lo dice esplicitamente, ma è altrimenti chiaro che per lui tutti i problemi della Sardegna si risolveranno con il raggiungimento dell’indipendenza: “L’indipendenza infatti non è il punto di partenza ma quello d’arrivo. E il lavoro per l’indipendenza è la trama che ci lega, che ci connetterà di nuovo, in modo nuovo. 

Una Sardegna migliore, libera, prospera, giusta, degna, è un tappeto tessuto insieme.” (Manuale d’indipendenza politica, pag. 18, l’enfasi è mia)

Questo è millenarismo di infimo livello, il livello dell’Unione dei Comunisti Italiani, meglio noti come Servire il Popolo, che nei primissimi anni Settanta promettevano che, con loro, l’Italia sarebbe diventata”un giardino fiorito”.

Potrei continuare questa deprimente operazione, descrivendo come Sedda lasci che sia il mare a definirci come nazione, faccia due citazioni in sardo e entrambe sbagliate–per dire quanta importanza abbia per lui la lingua–dica due banalità due sull’importanza della lingua, visto che se si parla di Catalogna viene un po’ in salita parlare invece della sua insularità, si dilunghi per pagine e pagine piene di melensaggini degne di un adolescente, ma non reggo.

Un solo esempio: “E la politica, una politica alta, autorevole, al servizio della propria terra e della propria gente, questo dovrebbe fare: mettere a sistema il positivo–come quando si fanno girare razionalmente le colture o si fa arrivare l’acqua ad un terreno senza sprecarne una goccia–o quantomeno lasciare che il positivo cresca da sé–come quando si pulisce attorno ad un piccolo fiore o un piccolo albero che rischia di rischia di venir soffocato dalle erbacce e dalle frasche.”

Tra l’altro, non ho trovato alcuna analisi dell’imperialismo culturale e linguistico italiano, vero responsabile dello spappolamento e mancata coagulazione di una coscienza nazionale dei sardi. E, conseguentemente, nessun progetto di conquista dell’egemonia culturale: la sola che potrebbe far aderire la maggioranza dei sardi all’idea dell’indipendenza.

Questo libriccino è un comizio prolisso su carta stampata, rivolto a un pubblico di spettatori già adoranti. Ha richiesto tutta la mia forza di volontà per farmi arrivare alle conclusioni.

E le conclusioni sono di una banalità disarmante.

“A noi sta convincerci e decidere che veramente vogliamo andare verso la nostra indipendenza.” (Manuale d’indipendenza politica, pag.98)

Fa tenerezza: sette piani di tenerezza.

May 14, 2016

L’isola dei depressi

Bolognesu: in sardu

Perché è quasi impossibile trovare vino sardo ad Amsterdam?

O i pomodori secchi?

O il pecorino, le olive, il mirto.

IL MIRTO!

Perché la Sardegna non esporta i suoi prodotti agroalimentari?

Per lo stesso motivo per cui quasi nessuno sa dov’è la Sardegna:

-E sai dov’è la Corsica?

–Certo!

–La Sardegna è appena sotto la Corsica ed è…tre volte più grande!

–Ah, e quando sei tornato dalla Sicilia?

Il motivo è lo stesso che porta il mondo a ignorare il nuraghe di Santu Antine, mentre tutti conoscono Stonehenge.

Il motivo è che i Sardi non si fanno conoscere, si nascondono.

I Sardi non sono capaci di amarsi.

Basta guardare l’autolesionismo delle lotte degli operai del Sulcis.

Adriano Sofri ha scritto che quelle lotte gli ricordavano le lotte dei carcerati che salivano sui tetti.

Ieri ho sentito di un ragazzo, laureato e disoccupato, che si è suicidato.

Qual’è il rapporto tra…

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