January 14, 2018

Su carrabusu, ovvero, l’incapacità di immaginare un futuro

Lo scarabeo–arrumbiamerda, in iglesiente–spinge la sua palla di sterco all’indietro.

Eccolo qui il simbolo egizio-nuragico che fin dall’inizio non mi ha convinto.

Al di là di tutte le critiche già fatte da altri, quel simbolo non mi convinceva.

Non sapevo esattamente perché, ma non mi convinceva.

Mi son preso il tempo.

Ci ho scherzato su.

Volevo crederci, ma non ci riuscivo.

S’arrumbiamerda torrat agoa.

E infatti è un simbolo che ci rimanda al passato, un grande passato, ma un passato millenario.

Non potrebbe esserci simbolo più adeguato per esprimere la nostra paura del presente e del futuro.

Tornare ai nuraghi, tornare indietro di millenni.

Già mi ripugnava tornare alla Sardegna dei giudicati, come proponeva quel gigolo a stracu baratu.

Tornare alla Sardegna dei nuraghi, tornare agli Egizi.

Ita tristura.

E, quie cheret cumprender, cumprendat.

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January 9, 2018

Una lingua unitaria che non ha bisogno di standardizzazioni

  1. Introduzione

Il sardo avrebbe già da decenni una sua forma ufficiale e condivisa, se sulla sua strada non avesse trovato due miti secolari, nati prima che la linguistica avesse origine e propagati da uno studioso aderente a una fase ancora rudimentale della linguistica, studioso che, nelle università italiane di Sardegna, e quindi dal grande pubblico, viene considerato l’unica autorità in merito alla lingua sarda: Max Leopold Wagner.

Il primo mito vuole che il sardo sia diviso in due varietà: il campidanese e il logudorese; il secondo proclama il sardo meridionale come spurio, non rappresentativo, a causa del contatto con il toscano medievale.

Il sardo è una lingua naturale e, in quanto tale, possiede la sua normale dose di varianti locali. La variazione esistente è comunque limitata fondamentalmente alla pronuncia differente di parole per il resto identiche (variazione fonologica/fonetica), a un totale di parole differenti del 17,5% dell’insieme del lessico (variazione lessicale), verificate nei due dialetti più distanti fra di loro (Orune e San Giovanni Suergiu) e a una notevole variazione nella composizione fonematica dei morfemi verbali. La grammatica nel suo insieme (morfo-sintassi) presenta invece una grande omogeneità (si veda Bolognesi, 2013).

Contemporaneamente, la grande variabilità fonologica/fonetica non impedisce la mutua intelligibilità dei vari dialetti sardi: chiunque abbia una buona competenza di uno dei dialetti locali è in grado di conversare in sardo con un parlante di qualunque altro dialetto.

Data questa situazione di omogeneità, quello che occorre per arrivare a una forma unitaria del sardo scritto è soltanto una norma ortografica che risulti accettabile alla maggioranza dei sardi, considerare la variazione lessicale come quella ricchezza di sinonimi che in effetti è e identificare un paradigma verbale (il set di morfemi) che si presenti come il più condivisibile.

Questa proposta generale, presentata per la prima volta in Bolognesi (1999), trova oggi un sostegno diffuso. A questo va aggiunto che, data l’esistenza della LSC (Limba Sarda Comuna) e data la sua larga accettazione da parte dei parlanti delle varietà centro-settentrionali, una proposta di ortografia unitaria del sardo può essere sviluppata apportando gli opportuni emendamenti alla LSC, in modo da permettere un passaggio agevole dalla pronuncia dei dialetti locali alla grafia normalizzata e viceversa.

Premesso tutto questo, ciò che rimane da superare sono gli ostacoli politici che finora hanno impedito di trovare il consenso della maggioranza dei sardi a una proposta di ortografia unitaria.

E questi ostacoli—ripeto, politici—sono tradotti da chi, apertamente o velatamente, si contrappone all’ortografia unitaria nei due miti citati qui sopra: a) sarebbe impossibile unificare il sardo; b) il sardo meridionale non sarebbe rappresentativo, in quanto influenzato dal contatto con le lingue dominanti.

Svelando i miti come pregiudizi ascientifici, si apre la strada per un approccio razionale all’unificazione dell’ortografia del sardo

 

 

  1. Il mito della divisione del sardo in due varietà

Almeno a partire dal 1567, le denominazioni di Cabu de susu e Cabu de josso hanno distinto vagamente il meridione dal settentrione dell’isola e cioè le regioni amministrate dai due capoluoghi dell’isola: Cagliari e Sassari, (si veda Hieronimus Olives, proemio a “Commentaria et glosa in Cartam de logu”, citato in Storia naturale di Sardegna (Francesco Cetti, 2000, Ilisso, Nuoro).

La pretesa polarizzazione linguistica dell’isola è il risultato dell’estensione, effettuata da non linguisti, della polarizzazione amministrativa esistente da secoli ad altri settori della realtà sarda.

Il naturalista Francesco Cetti, sbarcato in Sardegna nel 1765, con lo scopo di studiare la fauna dell’isola, afferma: «Si divide pure questo continente in parte meridionale, e in parte settentrionale con altri nomi, chiamando la parte meridionale Capo di sotto, e la settentrionale Capo di sopra.». (Cetti 2000:63-64)

Cetti ha il problema “pratico” (amministrativo?) di dividere la Sardegna in due parti uguali, basandosi, per esempio, sull’orografia.

A questo punto, Cetti decide anche di suddividere la lingua della Sardegna  in due varietà che, ora necessariamente, devono corrispondere alla suddivisione dell’isola in due capi: «Nella lingua propriamente sarda il fondo principale è italiano; vi si mischia il latino nelle desinenze, e nelle voci; vi è pure una forte dose di castigliano, un sentor di greco, un miscolin di franzese, altrettanto di tedesco, e finalmente voci non riferibili ad altro linguaggio, che io sappia.  […] Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua sarda; ciò sono il campidanese, e ‘l dialetto del Capo di sopra. Le principali differenze sono, che il campidanese ha in plurale l’articolo tanto maschile quanto femminile is e ‘l Capo di sopra dice in vece sos e sas; inoltre il campidanese termina in ai tutti i verbi che il Capo di sopra finisce in are, non senza altre differenze di parole, e di pronuntzia». (Cetti 2000:69-70)

Cetti non era un linguista, né sarebbe potuto esserlo in quel tempo. Dopo aver tracciato una divisione geografica della Sardegna, che lui stesso ammette essere arbitraria, fornisce due caratteristiche in base alle quali l’isola si può – visto che, per lui, si deve – dividere anche linguisticamente in due. Tutto qui.

Marinella Lőrinczi, sulla base di questo brevissimo passaggio di Cetti – naturalista, ribadiamo, non linguista – che lei oltretutto non cita letteralmente, ritiene di poter trarre la seguente conclusione: «La percezione tradizionale dei dialetti sardi viene registrata nel Settecento dal naturalista Francesco Cetti nell’introduzione ai Quadrupedi di Sardegna». (1774, ora in Cetti 2000:70)

Quello che Lőrinczi tralascia di riportare è il fatto che, ai tempi di Cetti, gli abitanti stessi della zona centrale non sapevano esattamente a quale capo appartenessero: «[…] onde in luogo medesimo si trova chi si ascrive al Capo di Sopra, e chi a quel di Sotto». Possiamo quindi, sulla base di quello che il Cetti medesimo riporta, escludere che la divisione netta della Sardegna in due capi sia qualcosa che i Sardi stessi effettuavano “tradizionalmente” almeno là dove tale distinzione poteva essere rilevante. Inoltre, non si comprende né perché le due ‘isoglosse’ menzionate dal Cetti debbano essere considerate “principali”, né da chi.

Un’altra autorità storica che viene invocata, per poter suddividere il sardo in due varietà nettamente distinte, è il canonico Giovanni Spano, autore di Ortografia sarda nazionale, ossia grammatica della lingua logudorese paragonata all’italiana (1840). Giovanni Spano, di Ploaghe, nella sua grammatica fa coincidere il sardo con la varietà locale di cui era parlante, e distingue questa dalla “varietà meridionale”.

Nella prefazione al dizionario dello Spano, scritta dal suo editore, si trova l’esplicita suddivisione del sardo in due varietà nettamente separate: «Tra le otto famiglie di dialetti che originarono la lingua italiana, havvene due che alla nostra isola si appartengono, la Sarda e la Sicula, parlata la prima nelle parti meridionali e centrali, la seconda nelle parti settentrionali. […] Pisani e Genovesi come intaccarono il nazionale governo, ci guastaron pure la unità di lingua.» Mentre gli Spagnoli: «[…] molto la bruttarono nelle parti meridionali da formare quasi un distinto dialetto». Insomma, sassarese e gallurese (le due varietà non linguisticamente sarde parlate nel settentrione dell’isola) vengono definiti come dialetti siciliani, mentre più avanti si ritrova il tema delle pretese influenze del pisanoe genovese medievali sul sardo meridionale, riprese poi dal Wagner e dai suoi adepti. Notevole è anche il disinvolto collegamento tra le vicende politiche della Sardegna e la lingua: «Pisani e Genovesi come intaccarono il nazionale governo, ci guastaron pure la unità di lingua». Siamo chiaramente in pieno clima culturale risorgimentale, nel quale vige l’equazione “una lingua = una nazione = uno stato”.

Venendo meno l’unità dello stato, deve venir meno anche l’unità linguistica. Ancora più avanti si trova l’esplicita divisione del sardo in due gruppi, effettuata non in base alle caratteristiche strutturali dei vari dialetti, ma in base alla geografia: «Il dialetto sardo quindi rimase distinto in due gruppi, il meridionale parlato in Cagliari, Iglesias, Tortolì, Oristano, in quanti insomma vivono da

Spartivento al Belvì; il centrale parlato in Logudoro da Gennargentu fino a Limbara». (Spano 1851-52)

Nel solco di questa tradizione si è inserito Max Leopold Wagner, il quale aveva in proposito delle idee già ben formate nel momento stesso in cui pose piede in Sardegna per la prima volta.

Wagner, al termine del suo primo viaggio in Sardegna, durato alcuni mesi, tra il 1904 e il 1905, si era convinto di aver rilevato una stretta connessione tra lingua, cultura e, addirittura, razza, e che queste si riflettessero in una divisione generale della Sardegna: «È difficile trovare in Europa altre regioni in cui meglio si sono conservate le tradizioni e gli usi di una volta, e dove gli abitanti – uomini liberi e belli – ricompensano di tutti i disagi. Il sardo dei monti è un tipo del tutto diverso dal suo fratello della pianura. Mentre questo è di statura piccola, colorito pallido, carattere servile e tradisce chiaramente l’impronta spagnola, il sardo delle montagne è alto, il sangue gli si gonfia e ribolle nelle vene. È attaccato alla sua vita libera e indomita a contatto

con la natura selvaggia. Egli disprezza il sardo del meridione, il Maureddu, come nel Nuorese vengono chiamati gli abitanti della pianura. È fuori di dubbio che in queste montagne l’antica razza sarda si sia conservata molto più pura che nella pianura, continuamente sommersa dai nuovi invasori. Anche la lingua è la più bella e la più pura; è un dialetto armonioso e virile, con bei resti latini antichi e una sintassi arcaica, quello che sopravvive in questi monti con sfumature varianti da un villaggio all’altro.». (Wagner 1921/1996)

Questi pregiudizi, mai verificati, ma riprodotti acriticamente, si ritrovano nella motivazione della scelta delle forme settentrionali effettuata con la LSU: « Sa norma istandard unificada deliberada dae sa cumissione cheret mediare intro de sas variedades tzentru-orientales, prus cunservativas e sas meridionales de s’ìsula, prus innovativas, e est rapresentativa de sas variedades prus a curtzu a sas orìzines istòricu-evolutivas de sa limba sarda, prus pagu esposta a interferèntzias esternas, meda documentadas in testos literàrios, e in foras de sa Sardinna prus insinnadas e rapresentadas in sas sedes universitàrias e in su mundu sientìficu. »

A questo punto, non rimane che vedere i lavori di Contini (1987) e Bolognesi (2013) e scoprire che il mito della suddivisione del sardo in due macrovarietà non ha alcun fondamento scientifico: è semplicemente un mito.

 

  1. La pretesa toscanizzazione del sardo meridionale

L’altro mito ripetuto da quasi tutti quelli che si sono occupati di sardo, riguarda la pretesa toscanizzazione del sardo meridionale, che sarebbe avvenuta nel Medioevo, a partire dalla caduta del Regno di Cagliari nelle mani della repubblica di Pisa, nel 1258. Si tenga presente che il dominio pisano su Cagliari è durato soltanto 80 anni e che, quindi, la toscanizzazione del sardo meridionale avrebbe qualcosa di miracoloso, alla luce di quello che oggi sappiamo, per esempio, sulla cronologia dell’italianizzazione linguistica della Sardegna.

Cito la sociolinguista francese Emmanuelle Andre (1997:37) per esemplificare il modo in cui il luogo comune sull’influenza sulla fonologia del sardo da parte delle lingue dominanti viene riprodotto in lavori che si limitano a consultare le fonti standard sulla storia linguistica del sardo: «In effetti, le dominazioni di Pisa e di Genova provocano la pluralizzazione delle varietà del sardo. Si distinguono essenzialmente il “logudorese-nuorese” al centro dell’isola e il campidanese al sud. Quest’ultimo ha subito un’evoluzione fonetica, morfologica e lessicale, che tende a differenziare le une varietà dalle altre seguendo l’influenza linguistica alla quale è stata sottoposta. Così, il sud è stato condizionato fortemente da Pisa».

Le affermazioni di Andre si basano su Blasco Ferrer (1984), il quale a sua volta si rifà a Wagner (1932). Per quanto riguarda lo studioso tedesco, egli aveva concepito questa visione della variazione linguistica nell’area sarda ben prima di avere l’opportunità di studiare a fondo il problema, come si è visto qui sopra. Ma Wagner stesso non ha neppure il merito di essere il creatore del mito: si limita a riprenderla da un altro autore: il canonico Giovanni Spano, già citato.

Blasco Ferrer (1984) presenta una manciata di fenomeni che egli stesso attribuisce al contatto tra il pisano medievale e il sardo meridionale. Faccio copia-e-incolla dal mio libro Sardegna fra tante lingue (Condaghes, 2005)

I fenomeni fonetici indicati da Blasco Ferrer (1984) sono i seguenti:

  1. a) sonorizzazione delle sorde intervocaliche (pag. 71);
  2. b) mancata labializzazione dei nessi KW e GW (pag. 135);
  3. c) palatalizzazione delle occlusive velari davanti alle vocali E e I (pag. 135);
  4. d) in camp. la sibilante /s/ in posizione postconsonantica diventa affricata come in toscano, it. mer. e romanesco antico /fórtse/ <forse> (pag. 135);
  5. e) il dittongo AU monottonga a /o/ come in toscano (pag. 136).

Sonorizzazione delle sorde intervocaliche

Analizzo, per motivi di spazio, soltanto il primo fenomeno, che è anche l’esempio più eclatante della rudimentalità delle analisi tradizionali sul sardo.

La scelta di questo fenomeno per esemplificare l’influsso alloglotto sulla fonologia del sardo ci lascia perplessi, visto che esso non è affatto presente nel toscano (sardo: muδu, pagu, saβa ~ fiorentino: muϴo, poho, saɸa ~ italiano: muto, poco, sapa), mentre è attestato già nella Carta Volgare del Giudice Torchitorio (1070-1080), primo documento in sardo, antecedente alla dominazione pisana di circa due secoli.

Il fenomeno che Blasco Ferrer etichetta come “sonorizzazione” consiste, in effetti, nei dialetti sardi in cui è presente, oltre che nella sonorizzazione, anche nella spirantizzazione delle plosive sorde: il fenomeno si definisce tradizionalmente come lenizione. Come è noto, la spirantizzazione presente nel toscano moderno (Gorgia toscana) non prevede la sonorizzazione delle consonanti sorde (es. muϴo, poho, saɸa). Inoltre, neanche la spirantizzazione del sardo può in alcun modo essere attribuita al contatto con il toscano. L’attestazione della rappresentazione grafica della Gorgia toscana (sec. XVI, si veda Izzo 1972:8) è di molto posteriore all’attestazione della “sonorizzazione” nel sardo e alla fine della dominazione pisana in Sardegna. A questo si aggiunga che nel pisano la Gorgia Toscana implica soltanto la spirantizzazione della /k/ a /h/, o la sua caduta (cfr. Izzo 1972:99), mentre nel sardo il fenomeno coinvolge tutte le occlusive sorde (plosive e spiranti). Quest’ultimo punto è cruciale anche perché indica che la Gorgia Toscana, a partire da Firenze, si è diffusa in modo diverso nei territori delle altre città toscane assoggettate nel corso dei secoli, raggiungendo parzialmente le zone più distanti, fra cui Pisa, e posteriormente al dominio pisano in Sardegna.

Come sostenuto da Giannelli & Savoia (1979-80): «È verosimile che questo processo di adeguamento alla pronuncia della Toscana centrale si collochi nel quadro della “pax fiorentina” imposta alla regione dopo il 1559». A questo va poi aggiunto il fatto che lo stesso Blasco Ferrer (1984:24), per motivi completamente oscuri, classifica lo stesso fenomeno fra quelli arcaici, per attribuirlo poi al pisano, alla pagina seguente, appoggiandosi a Wagner (1941). E si tenga anche presente che il fenomeno è diffuso in tutte le varietà del sardo, tranne che in un ristretto gruppo di dialetti centrali.

Per una confutazione delle altre attribuzioni di Blasco al pisano, rimando a Bolognesi & Heeringa (2005). In questo studio si possono trovare anche le misurazioni delle distanze tra l’italiano e decine di dialetti sardi. Da queste misurazioni risulta che i dialetti più distanti dall’italiano sono, contrariamente a quanto vuole il mito, i dialetti meridionali.

 

 

  1. Conclusioni

 

Da quando l’analisi scientifica di un gran numero di dialetti, effettuata in Contini (1987), Bolognesi & Heeringa (2005) e Bolognesi (2013) ha liberato il campo dai due miti che intralciavano l’unificazione ortografica del sardo, è diventato chiaro che gli unici ostacoli a questa unificazione sono di natura politico-ideologica.

Il sardo non è diviso in due macrovarietà inconciliabili tra loro e i dialetti meridionali sono, se possibile, ancora più “sardi” degli altri.

Gli oppositori dell’unificazione e i sostenitori della superiorità dei dialetti settentrionali non hanno più foglie di fico pseudoscientifiche per nascondere le loro vergogne politiche.

Entrambe le posizioni si sono sempre fatte scudo del lavoro di Wagner, effettuato con strumenti rudimentali all’interno di un quadro teorico rudimentale.

Il sardo è una lingua fondamentalmente unitaria, suddivisa in varietà locali che sono tutte altrettanto “pure” e rappresentative.

Non esiste alcuna giustificazione scientifica dell’uso di un doppio standard, né di preferire le forme centrosettentrionali a quelle meridionali.

Per arrivare a creare un consenso generale attorno a un’ortografia standard, basta, a questo punto, adottare un criterio neutrale e costante per scegliere delle forme che, con le regole naturali di pronuncia che le accompagnano, permettano a tutti i sardi di sentirsi a loro agio con il sardo scritto.

December 5, 2017

La toscanizzazione del sardo meridionale: una bufala d’altri tempi

Le bufale, come sapeva bene Joseph Göbbels, quando vengono ripetute un numero sufficiente di volte, diventano verità condivise, almeno fino a quando qualcuno non le affronta con metodo scientifico.

Una di queste “verità”, ripetuta da quasi tutti quelli che si sono occupati di sardo, riguarda la pretesa toscanizzazione del sardo meridionale, che sarebbe avvenuta nel Medioevo, a partire dalla caduta del Regno di Cagliari nelle mani della repubblica di Pisa, nel 1258.

Cito la sociolinguista francese Emmanuelle Andre (1997:37) per esemplificare il modo in cui il luogo comune sull’influenza sulla fonologia del sardo da parte delle lingue dominanti viene riprodotto in lavori che si limitano a consultare le fonti standard sulla storia linguistica del sardo: «In effetti, le dominazioni di Pisa e di Genova provocano la pluralizzazione delle varietà del sardo. Si distinguono essenzialmente il “logudorese-nuorese” al centro dell’isola e il campidanese al sud. Quest’ultimo ha subito un’evoluzione fonetica, morfologica e lessicale, che tende a differenziare le une varietà dalle altre seguendo l’influenza linguistica alla quale è stata sottoposta. Così, il sud è stato condizionato fortemente da Pisa».

Le affermazioni di Andre si basano su Blasco Ferrer (1984), il quale a sua volta si rifà a Wagner (1932). Per quanto riguarda lo studioso tedesco bisogna dire che egli aveva concepito questa visione della variazione linguistica nell’area sarda ben prima di avere l’opportunità di studiare a fondo il problema.

Per Max Leopold Wagner, che scriveva nel 1908, dopo una prima e breve visita della Sardegna, il concetto di “purezza della lingua” era strettamente connesso a quello di “purezza della razza”: «Il Sardo dei monti è un tipo del tutto diverso dal suo fratello della pianura. Mentre questo è di statura piccola, colorito pallido, carattere servile e tradisce chiaramente l’impronta spagnola, il Sardo delle montagne è alto, il sangue gli si gonfia e ribolle nelle vene. È attaccato alla sua vita libera e indomita a contatto con la natura selvaggia. Egli disprezza il Sardo del Meridione, il “Maureddu”, come nel Nuorese vengono chiamati gli abitanti della pianura. È fuori di dubbio che in queste montagne l’antica razza sarda si sia conservata molto più pura che nella pianura, continuamente sommersa dai nuovi invasori. Anche la lingua è la più bella e la più pura; è un dialetto armonioso e virile, con bei resti latini antichi ed una sintassi arcaica, quello che sopravvive in questi monti con sfumature varianti da un villaggio all’altro».

Ma Wagner stesso non ha neppure il merito di essere l’autore della bufala: si limita a riprenderla da un altro autore: il canonico Giovanni Spano, autore del Vocabolario Sardo-Italiano (1851-52) e unica sua fonte sul sardo:  “Pisani e Genovesi come intaccarono il nazionale governo, ci guastaron pure la unità di lingua. [Gli Spagnoli, invece, …] “ molto la bruttarono nelle parti meridionali da formare quasi un distinto dialetto”.  (https://books.google.nl/books?id=KA49AAAAYAAJ&dq=canonico+spanu&printsec=frontcover&source=bl&ots=_cQd_p0DPr&sig=Qur4KUdkbqjkKO-kRksmS-MDpxQ&hl=nl&ei=qGDdSvmdLMrz-Qbmmfky&sa=X&oi=book_result&ct=result#v=onepage&q&f=false).

Il canonico è stato un pioniere degli studi sardi, oltre che un parlante del sardo settentrionale, che lui stesso elegge a “Ortografia sarda nazionale, ossia grammatica della lingua loguderese paragonata all’italiana (1840)” (https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Spano), e non aveva a disposizione nemmeno uno degli strumenti della linguistica—allora in fasce—come si capisce dal passaggio seguente, presente nella presentazione del vocabolario effettuata dal suo editore: “ Tra le otto famiglie di dialetti che originarono la lingua italiana, havvene due che alla nostra isola si appartengono, la Sarda e la Sicula, parlata la prima nelle parti meridionali e centrali, la seconda nelle parti settentrionali.”

La lingua sarda che da origine a quella italiana e il sassarese-gallurese definiti siculi non hanno bisogno di commenti.

Siamo in pieno Risorgimento, cosiddetto, e tutti devono essere sempre stati Italiani, no?

E neppure lo stesso Spanu è stato originale nel proporre la suddivisione del sardo in due varietà:
“La percezione tradizionale dei dialetti sardi viene registrata nel Settecento dal naturalista Francesco Cetti nell’introduzione ai Quadrupedi di Sardegna [1774, ora in Cetti 2000: 70]. Il Cetti linguista è stato segnalato per la prima volta in Lőrinczi [1993]. Per Cetti il complesso linguistico sardo si divide nel dialetto del Capo di Sopra (detto anche Capo di Sassari) e in quello del Capo di Sotto (o del Capo di Cagliari), cioè il campidanese in senso lato. Egli fornisce anche le principali ‘isoglosse’ in base alle quali si operano (tradizionalmente?) tali distinzioni: l’articolo determinativo plurale is del campidanese è indifferente ai generi, mentre i dialetti del Capo di sopra oppongono sos~sas; in secondo luogo, alla desinenza -ai dell’infinito campidanese corrisponde -are nel Capo di sopra; a queste differenze se ne potrebbero aggiungere altre “di parole, e di pronunzia” [per altre annotazioni fatte dal Cetti ‘linguista’ v. Lőrinczi 1993, ma soprattutto il Cetti stesso, recentemente ripubblicato]”.  (http://people.unica.it/mlorinczi/files/2007/04/5-sappada2000-2001.pdf)

Il naturalista Francesco Cetti, sbarcato in Sardegna nel 1765, con lo scopo di studiare la fauna dell’isola, definisce la situazione nel modo seguente: «Si divide pure questo continente in parte meridionale, e in parte settentrionale con altri nomi, chiamando la parte meridionale Capo di sotto, e la settentrionale Capo di sopra. […]

Come si può vedere, Cetti ha il problema “pratico” (amministrativo?) di dividere la Sardegna in due parti uguali, basandosi, per esempio, sull’orografia, visto che essa lo era amministrativamente dai tempi del precedente dominio spagnolo. Ben conscio del fatto che una tale suddivisione era arbitraria, decide comunque di effettuarla. […] A questo punto, e in modo ancora più sommario, Cetti decide anche di suddividere la lingua nazionale della Sardegna in due varietà che, a questo punto necessariamente, devono corrispondere alla suddivisione dell’isola in due capi: «Nella lingua propriamente sarda il fondo principale è italiano; vi si mischia il latino nelle desinenze, e nelle voci; vi è pure una forte dose di castigliano, un sentor di greco, un miscolin di franzese, altrettanto di tedesco, e finalmente voci non riferibili ad altro linguaggio, che io sappia. Voci prettamente latine sono Deus, tempus, est,  homine, ecc.; latine sono le desinenze in at, et, it, us, nella coniugazione dei verbi; dicono meritat, devet, consistit, dimandamus. Parole castigliane sono preguntare, callare, querrer ecc.; e castigliane sono le deninenze in os, peccados, santos, ecc. Le terminazioni in esdolores, peccadores, ecc. rimane libero ad ognuno avere per latine, o per castigliane. Il sapor di greco lo pretendono alcuni sentire negli articoli su, sos, is; e dicendo berbegue per pecora, non pare questo un poco del brebis franzese? E dicendo si sezer per sedersi, non ha questo l’odore del sich sezen tedesco? Como per adessopetta per carne, e altri vocaboli non so che sieno analogi per altre lingue. Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua sarda; ciò sono il campidanese, e ‘l dialetto del Capo di sopra. Le principali differenze sono, che il campidanese ha in plurale l’articolo tanto maschile quanto femminile is e ‘l Capo di sopra dice in vece sos sas; inoltre il campidanese termina in ai tutti i verbi che il Capo di sopra finisce in are, non senza altre differenze di parole, e di pronuntzia.» (Cetti, 2000:69-70)

Il livello delle fonti è questo—fonti all’oscuro di qualsiasi rudimento di linguistica—e il gioco delle citazioni delle “autorità”, senza verificarne le affermazioni, ci ha portato all’attuale pagina di Wikipedia: “In seguito alla scomparsa del giudicato di Cagliari e di quello Gallura nella seconda metà del XIII secolo, negli ex-territori giudicali caduti sotto il dominio dei della Gherardesca e della Repubblica di Pisa si ebbe un considerevole processo di toscanizzazione della lingua locale che, secondo il linguista Eduardo Blasco Ferrer, causò una prima frammentazione del sardo, prima di allora fortemente omogeneo.”

Insomma ci arisiamo: Wikipedia che cita Blasco che cita Wagner che cita Spanu e nessuno che verifichi. (https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_sarda)

Passiamo allora a verificare le affermazioni contenute nelle fonti tradizionali e riprese dai loro acritici seguaci.

Faccio copia-e-incolla dal mio libro Sardegna fra tante lingue (Condaghes, 2005).

Un’analisi dei fenomeni fonetici del sardo meridionale, attribuiti da Blasco Ferrer (1984) al contatto con il pisano, permette di verificare ulteriormente fino a che punto i luoghi comuni hanno influenzato la ricerca linguistica sul sardo. I fenomeni fonetici indicati da Blasco Ferrer (1984) sono i seguenti:

a) sonorizzazione delle sorde intervocaliche (pag. 71);

b) mancata labializzazione dei nessi KW e GW (pag. 135);

c) palatalizzazione delle occlusive velari davanti alle vocali E e I (pag. 135);

d) in camp. la sibilante /s/ in posizione postconsonantica diventa affricata come in toscano, it. mer. e romanesco antico /fórtse/ <forse> (pag. 135)

e) il dittongo AU monottonga a /o/ come in toscano (pag. 136).

Sonorizzazione delle sorde intervocaliche

La scelta di questo fenomeno per esemplificare l’influsso alloglotto sulla fonologia del sardo ci lascia perplessi, visto che esso non è affatto presente nel toscano (sardo: muδu, pagu, saβa ~ fiorentino: muϴo, poho, saɸa ~ italiano: muto, poco, sapa), mentre è attestato già nella Carta Volgare del Giudice Torchitorio (1070-1080), primo documento in sardo, antecedente alla dominazione pisana di circa due secoli.

Il fenomeno che Blasco Ferrer etichetta come “sonorizzazione” consiste, in effetti, nei dialetti sardi in cui è presente, oltre che nella sonorizzazione, anche nella spirantizzazione delle plosive sorde: il fenomeno si definisce tradizionalmente come lenizione. Come è noto, la spirantizzazione presente nel toscano moderno (Gorgia toscana) non prevede la sonorizzazione delle consonanti sorde (es. muϴo, poho, saɸa). Inoltre, neanche la spirantizzazione del sardo può in alcun modo essere attribuita al contatto con il toscano. L’attestazione della rappresentazione grafica della Gorgia toscana (sec. XVI, si veda Izzo 1972:8) è di molto posteriore all’attestazione della “sonorizzazione” nel sardo e alla fine della dominazione pisana in Sardegna1. A questo si aggiunga che nel pisano la Gorgia Toscana implica soltanto la spirantizzazione della /k/ a /h/, o la sua caduta (cfr. Izzo 1972:99), mentre nel sardo il fenomeno coinvolge tutte le occlusive sorde (plosive e spiranti). Quest’ultimo punto è cruciale anche perché indica che la Gorgia Toscana, a partire da Firenze, si è diffusa in modo diverso nei territori delle altre città toscane assoggettate nel corso dei secoli, raggiungendo parzialmente le zone più distanti, fra cui Pisa, e posteriormente al dominio pisano in Sardegna.

Come sostenuto da Giannelli & Savoia (1979-80): «È verosimile che questo processo di adeguamento alla pronuncia della Toscana centrale si collochi nel quadro della “pax fiorentina” imposta alla regione dopo il 1559». A questo va poi aggiunto il fatto che lo stesso Blasco Ferrer (1984:24), per motivi completamente oscuri, classifica lo stesso fenomeno fra quelli arcaici, per attribuirlo poi al pisano, alla pagina seguente, appoggiandosi a Wagner (1941).

Mancata labializzazione del nesso KW

La formulazione usata da Blasco Ferrer per descrivere il fenomeno è in effetti ambigua: «il nesso KW non si muta nella tipica bilabiale sarda» (es. AQUA > abba >ab(b)a ‘acqua’: centrosettentrionale). Questo mutamento non è “tipico” del sardo, ma dei dialetti centrosettentrionali, e in forma leggermente diversa è attestato anche nel rumeno (es. AQUA > apa). Inoltre, il mutamento è prodotto spesso dai bambini durante l’acquisizione dell’italiano (Mauro Scorretti, comunicazione personale). Questo fenomeno è solo uno dei tanti tratti ritenuti dai linguisti “tipici del sardo” che però non sono condivisi da tutti i suoi dialetti (cioè è presente solo in alcuni dialetti del sardo, ma non in altre lingue neolatine).

Quello che Blasco Ferrer forse evita di dire è esplicitamente affermato invece da Paulis (1996:36): «Alla luce di questi dati [riportati qui sotto], Wagner poté concludere che un tempo anche tutto il meridione aveva gli esiti labializzanti del Logudoro (qu > b(b) e sim.) e che la pronuncia akwa, ecc. insorse dapprima a Cagliari per imitazione di quella italiana durante la dominazione pisana. Dalla capitale l’innovazione si diffuse poi in tutta l’area meridionale, senza toccare tuttavia i termini del lessico contadino privi di corrispondenza in italiano, che conservano ancora oggi la vecchia articolazione».

La teoria del Wagner, ripresa da Paulis (1996), presenta una serie di problemi che la rendono implausibile. Innanzitutto, i due studiosi non presentano alcuna prova diretta del presunto passaggio del nesso KW a b(b) nel sardo meridionale. L’inversione del mutamento attestato nei dialetti centrosettentrionali viene semplicemente stipulata, ma non è documentata: «I documenti medievali provenienti dal meridione danno aqua, egua, esquilla, αχουα il più antico documento cagliaritano, la Carta in caratteri greci della fine del secolo XI» (cfr. Virdis 1988:901).

L’implausibilità dell’ipotesi di Wagner e Paulis deriva innanzi tutto dal fatto che questi studiosi non hanno tenuto conto della cronologia della presenza pisana a Cagliari.

Come abbiamo già visto il primo insediamento pisano a Cagliari risale al 1216-17, mentre l’effettiva conquista avviene nel 1258. Quest’implausibilità cronologica aumenta se si aggiunge che esistono motivi per supporre che il mutamento del nesso KW a b(b) sia nei dialetti centrosettentrionali un fenomeno tardivo, non ancora completamente assestato all’epoca della dominazione pisana del giudicato di Cagliari. Un documento proveniente dal settentrionale Giudicato di Torres (Libellum JudicumTurritanorum (cap. 2): scritto fra il 1255 e il 1287) riporta accanto al termine abba ‘acqua’, anche il termine aguaderi ‘bevitore d’acqua’ (cfr. Atzori & Sanna 1995:85).

Per ulteriori argomenti di carattere più tecnico, rimando a Sardegna fra tante lingue.

 

Palatalizzazione delle occlusive velari davanti alle vocali E e I

Problemi in gran parte identici a quelli appena visti presenta anche la questione della palatalizzazione delle velari nei dialetti meridionali.

Il mantenimento delle occlusive velari davanti alle vocali frontali E e I costituisce la caratteristica “arcaica” saliente dei dialetti centrosettentrionali. Questa conservazione è unica in tutta l’area romanza ed è affiancata solo da un pari trattamento subìto da questi segmenti nei prestiti latini entrati nelle lingue germaniche, nel basco, nel berbero ma anche, in modo parziale, nel dalmatico veglioto.

Rispetto alle varietà meridionali del sardo, Blasco Ferrer aderisce, anche in questo caso, alla tesi di Wagner (1941:111). Virdis (1978:46) in proposito scrive: «Diverse sono state le ipotesi riguardanti la palatalizzazione campidanese; ricordiamo che il Wagner (HLS 111) ascrive questo fenomeno all’influsso esercitato dai pisani sul Campidanese nel corso del loro dominio durante il medioevo, mentre l’antico campi danese avrebbe mantenuto anch’esso, come il Logudorese, gli originali suoni velari, e a suffragare questa ipotesi egli porta l’esempio di alcune parole che, non avendo corrispettivo toscano, hanno  antenuto la velare: CITIUS > kítsi, CYTONEA > kid.òng’a. In realtà la εεquestione è meno semplice di quanto possa apparire».

Nuovamente vediamo che il meccanismo proposto per spiegare il mutamento fonologico è quello del prestito lessicale: le parole sarde contenenti le velari sarebbero state sostituite una per una dalle parole corrispondenti contenenti nello stesso contesto le palatali.

Quest’ipotesi è compatibile con la limitata presenza e influenza dei Pisani a Cagliari, la quale esclude un influsso più profondo sulla grammatica del sardo. Come affermato già da Virdis (1978:47): «Le obiezioni del Wagner il quale afferma, come già visto che alcune parole (kítsi, kid.òng’a) che non trovano corrispondente nel toscano, manterrebbero il suono velare, possono essere respinte sia perché vi sono tante altre parole che tale corrispondenza non hanno e che pure mostrano l’avvenuta palatalizzazione (basti pensare a c’ilív.ru, civ.ràz’u, addirittura a c’εa di probabile origine preromana = log.-nuor. kεa, kεja)».

L’ipotesi che la palatalizzazione possa essersi propagata nel sardo meridionale attraverso i prestiti lessicali dal pisano va quindi respinta. Il fenomeno è molto più diffuso di quanto quest’ipotesi preveda. Per una verifica basta consultare il dizionario sardo compilato da Mario Puddu (2000).

La palatalizzazione è quindi dovuta ad un mutamento grammaticale che ha lasciato poche eccezioni, una delle quali (ghettai ‘gettare’) presenta la velare addirittura proprio dove l’italiano presenta la palatale. Contemporaneamente va osservato che, se il fenomeno fosse comunque dovuto al contatto linguistico, cioè alla “contaminazione” della fonologia del sardo da parte di quella pisana, si prevederebbe un bilinguismo diffuso e prolungato che semplicemente non c’è stato: il dominio pisano è durato soltanto 80 anni.

Il fenomeno va quindi attribuito ad un’evoluzione interna al sistema fonologico del sardo meridionale.

Come osservato da Virdis la palatalizzazione nel sardo meridionale presenta aspetti diversi nelle diverse varietà diacroniche e diatopiche. In Ogliastra e nella Barbagia meridionale, per esempio, zone meno esposte ad eventuali contatti linguistici, la palatalizzazione è estesa anche a contesti che ne sono immuni nelle varietà del campi danese parlate a Cagliari e nelle zone limitrofe (cfr. Virdis 1978, Contini 1987, Blasco Ferrer 1988). Si può dunque essere d’accordo con Virdis (1978:47), il quale sostanzialmente accetta la tesi proposta da Guarnerio (1906), sulla base della grafia delle Carte Volgari Cagliaritane (1070-80), di considerare la palatalizzazione delle velari, in posizione intervocalica, già presente nel sardo meridionale un secolo e mezzo prima della presenza pisana a Cagliari.

L’evidenza a favore di questa tesi si può trovare in documenti oggi resi facilmente accessibili dalla loro pubblicazione in Atzori & Sanna (1995a). La distinzione grafica fra la plosiva velare (/k/) e la corrispondente affricata palatale (/t∫/) davanti alle vocali frontali del sardo meridionale è attestata, in termini in gran parte corrispondenti a quelli della pronuncia attuale, già nel periodo che va dal 1089 al 1130: (cfr. TolaCodex, I, pp. 180-1, p 201: Atzori & Sanna 1995a: 63-66).

 

Gli ultimi due fenomeni non meritano neppure di essere presi in considerazione: si tratta di fenomeni comunissimi in tante altre lingue e motivati da elementari meccanismi fonetici che, evidentemente, i proponitori del contatto linguistico come spiegazione evidentemente ignorano.

Altrettanto evidente è che Wagner—giustificatamente—e Blasco Ferrer ignoravano completamente i moderni studi sul contatto linguistico.

Perché avvenga contatto fra due lingue, occorre un bilinguismo diffuso.

Le lingue entrano in contatto nella mente dei parlanti e non attraverso le vicende militari degli stati.

 

 

November 30, 2017

Le parole magiche di Michela Murgia

Forse è il caso di sollevare il livello della rissa sulla parola “Matria”, proposta dalla scrittrice italiana Michela Murgia, al livello di una discussione intellettuale.

Premetto che a me la parola “Matria” piace: la usavo quando Murgia era appena nata.

E aggiungo pure che detesto la parola “Patria”.

Questo per motivi anche strettamente personali: pensate al mio cognome e alla mia identità sarda.

Detto questo, dico immediatamente che la sua proposta è una gran fesseria, per due ordini di motivi: uno strettamente empirico e uno che deriva dalla verifica della teoria, proposta negli anni Trenta, dell’influenza che la lingua avrebbe sulla percezione della realtà. Teoria che Murgia, certamente senza averne idea, ripropone.

Il primo motivo è evidente a chiunque sappia che la parola Matria non l’ha inventata lei, Murgia.

La parola esiste chissà da quanti decenni e non ha prodotto un bel niente.

Nel secondo articolo sull’Espresso, che ho linkato qui sopra, Murgia ammette di non essere l’ideatrice del termine, mentre nel primo non fa cenno alla questione.

Ora, i casi sono due: Murgia era cosciente del fatto di non aver inventato nulla o non lo era.

Nel secondo caso, Murgia sarebbe da scusare: è una spacciatrice di parole e chiederle se crede al “potere della parola” sarebbe come chiedere al Papa se crede in Dio.

Nel secondo caso, avrebbe riesumato il cadavere di un nobile tentativo di ridefinizione del concetto, grosso modo, di “Nazione”, tentativo, come sappiamo bene noi che c’eravamo, fallito.

In questo caso, sarà forse interessante, per qualcuno, capire perché abbia effettuato questa riesumazione e, forse, perfino sapere perché ha taciuto che si trattasse di una riesumazione, ma per me non lo è: di quello che passa in testa a Michela Murgia non me ne importa nulla.

Murgia, comunque, non è nuova ai tentativi di trasformare la realtà attraverso la manipolazione delle parole e dei suoi lettori.

Poco tempo fa ha proposto di modificare la definizione della parola “femminicidio” in modo da farle significare tante altre cose che femminicidio non sono: “E’ femminicidio la quantità di rinunce lavorative legate alla gravidanza e alla nascita dei figli, un sacrificio mono genere tollerato dalle normative, favorito dall’assenza di un welfare specifico e percepito in generale irrilevante da una società dove la maggior parte delle persone resta convinta che la maternità sia il primo e il più nobile dei compiti femminili.”

Una manipolazione tra le tante dell’articolo, che hanno lo scopo di giustificare un allarme sociale immotivato, visto il bassissimo tasso di femminicidi.

Murgia vuole cambiare la realtà, cambiando il significato della parole.

Insomma, Murgia sta riproponendo, in una forma ancora più infantile la “Ipotesi Sapir-Whorf”, la più sfortunata teoria linguistica mai apparsa.

Nel link con wikipedia ne trovate una presentazione anche troppo benevola, ma non infieriamo.

Cosa dice questa teoria?

Dice che la lingua, ma ancora più precisamente la grammatica, influenza in modo decisivo la nostra percezione della realtà: “L’accurata analisi condotta da Whorf sulle differenze tra l’inglese e la lingua hopi, in un esempio ormai diventato famoso, alzò gli standard per l’analisi della relazione tra lingua, pensiero e realtà, basandosi su un’analisi accurata della struttura grammaticale piuttosto che su un resoconto più impressionistico delle differenze tra, ad esempio, i morfemi in una lingua. Per esempio, lo «Standard Average European» (SAE – Europeo Standard Medio, cioè le lingue occidentali in genere) tende ad analizzare la realtà come oggetti nello spazio: il presente e il futuro vengono considerati «luoghi», e il tempo è un sentiero che li collega. Una frase come «tre giorni» è grammaticalmente equivalente a «tre mele» o a «tre chilometri». Altre lingue, tra le quali molte lingue dei nativi americani, sono invece orientate al processo. Per parlanti monoglotti di tali lingue, le metafore concrete/spaziali della grammatica SAE possono avere ben poco senso. Lo stesso Whorf sosteneva che il suo lavoro sull’ipotesi di Sapir Whorf fu ispirato dall’intuizione che un parlante Hopi troverebbe la fisica relativistica fondamentalmente più semplice da capire rispetto a un parlante europeo.

Lampu!

E naturalmente questo l’ha detto Whorf.

Non abbiamo idea di cosa ne pensino gli Hopi di oggi o di allora della teoria della relatività.

Insomma–erano gli anni Trenta–ancora una volta un Europeo ci dice cosa passa per la mente di un membro di un’altra cultura: vi ricorda qualcosa?

Ma vediamo di verificare questa ipotesi con degli esempi linguistici più vicini a casa nostra.

Prendiamo in esame il caso della neutralizzazione di genere–piacerebbe ai propugnatori del Gender Neutral!–nel gallurese.

“La femmina” al plurale diventa “Li femmini”.

Questo fenomeno è condiviso da moltissime altre lingue, tra cui il tedesco e l’olandese.

Secondo l’ipotesi Sapir-Whorf, i Galluresi, grazie a questa neutralizzazione, dovrebbero percepire un gruppo di donne come soggetti maschili.

In seconda ipotesi, la neutralizzazione di genere avrebbe luogo perché i galluresi percepiscono un gruppo di donne come maschi.

La domanda la giro ai miei amici galluresi.

Ma a rendere le cose ancora più complicate ci si mette il sardo di Luras, nel quale, per via del contatto con il gallurese si effettua la neutralizzazione di genere, ma–per fare dispetto ai parlanti del gallurese?–tutti i plurali sono al femminile: “sas omines”.

I propugnatori del Gender Neutral proporranno il lurisinco come lingua universale?

Mi dispiace deludervi, ma lo fa anche il tedesco.

Allora, gli uomini di Luras sarebbero femminili in gruppo?

Meno male che ho traslocato, ma non ho dato il mio nuovo indirizzo a nessuno!

Dico, a Luras hanno il candelotto facile, eh!

La lingua influenza la realtà?

Traete da voi le vostre conclusioni.

La realtà influenza la lingua?

A livello del lessico senz’altro–quando ha origine un nuovo concetto, si inventa o si cambia una parola–ma a livello di grammatica, questi esempi mostrano che non è così.

Cosa, nella realtà dei Galluresi, potrebbe aver indotto a usare il plurale maschile anche per le donne?
E poi, “dulcis in fundo”, la parola olandese per “governo” (regering)  è di genere femminile.

Corrisponde, insomma alla “matria” riesumata da Michela Murgia.

L’Olanda non ha mai conosciuto un governo a guida femminile.

Questo dice tutto quello che c’era da dire.

Insomma, tontesas a stracu baratu.

September 30, 2017

L’isola dei suicidi

La notizia è già stata dimenticata.

Sparita nel giro di un giorno.

La Sardegna ha il record dei suicidi, ma questo non interessa a nessuno.

Nessuno dei giornali sardi o italiani–che io sappia–ha ripreso il comunicato dell’Ansa.

Sui social media, la notizia è apparsa e sparita nel giro di un giorno.

Rimossa immediatamente.

Si starnazza di “emergenza femminicidio” per–a quanto mi risulta–l’unico caso di quest’anno: http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2017/09/28/domusnovas_uccisa_dal_marito_l_uomo_fermato_dai_carabinieri-68-649520.html

Un caso su una popolazione di 1.600.000 abitanti, oltre al tentativo, in maggio, conclusosi con il suicidio del violento: di cosa stiamo parlando?.

Mentre 20,4 casi di suicidio ogni 100.000 abitanti–un incidenza cento volte superiore al bassissimo tasso di femminicidi in Italia–non costituirebbe un’emergenza.

Misteri delle menti colonizzate e coglionizzate.

Da dove proviene questo record?

Non sembra essere causato dalle disastrose condizioni economiche della Sardegna, condivise dall’Italia meridionale: ” Una situazione anomala se consideriamo che in generale i tassi di suicidio nel Sud sono mediamente più bassi che nel resto d’Italia (4-5 casi per 100mila abitanti), dunque circa due volte e mezzo inferiori a quelle della Sardegna”.”

Se questo record sardo creasse allarme sociale, si farebbero delle ricerche, per sapere che tipo di persone si suicidano.

Che io sappia, queste ricerche non sono state effettuane né si pensa di effettuarle.

Gli psichiatri osservano questo fenomeno sociale–date le dimensioni–da un punto di vista psichiatrico: “Su questi temi ma anche sulla società postmoderna, sul reclutamento jihadista, sulle nuove dipendenze comportamentali, sulle nuove forme di psicopatologia, sul crescente aumento dei disturbi dell’umore, sulle problematiche di salute mentale legate all’uso di sostanze, e sulle nuove dipendenze da device elettronici si parla da oggi al 23 settembre a Cagliari nel Congresso nazionale (“Postmodernità. Psichiatria 2.0″) organizzato dai Giovani Psichiatri, di cui è presidente Giovanni Martinotti, della Società Italiana di Psichiatria. Presente anche il presidente della World Psychiatric Association, Dinesh Bhugra.”

Del resto l’allarme nella società sarda è esso stesso inesistente, come si è potuto constatare in questi giorni.

I Sardi–i Sardignoli–si allarmano a comando, telecomandati come sono dai grandi media italiani.

E i Sardi–i Sardignoli–si allarmano per un fenomeno cento volte più ristretto, che oltretutto, nell’isola sembra quasi inesistente.

E allora proviamo a fare delle ipotesi, che andrebbero verificate con la raccolta di dati.

Il record tristissimo della Sardegna–accompagnato dal fatto che “La regione è infatti tra quelle maggiormente gravate da più elevati tassi di prevalenza di depressione – ha spiegato Carpiniello – circa il 13% della popolazione viene colpita nel corso della vita da uno o più episodi di depressione, maggiore rispetto ad una media nazionale del 9-10%.”–ha a che fare con ‘altro record sardo, quello della dispersione scolastica?

Riflettendoci un attimo: cosa comporta l’abbandono della scuola prima di aver conseguito il diploma, per quel 25% circa di ragazzi sardi?

La drastica riduzione di prospettive per il futuro.

E non occorre essere dei geni della psichiatria per capire quanto sia deprimente non avere un futuro davanti a se.

Quanti sono i giovani sardi disoccupati?

Questo articolo ci fornisce un’idea.

La percentuale reale non si discosterà di molto dal 56% qui riportato.

È strano pensare che la disoccupazione porti alla depressione e, in casi estremi, al suicidio?

Occorrerebbero delle ricerche che non si limitino a cercare cause psichiatriche, individuali, per la strage–questa sí–dei Sardi: ricordiamoci che si strilla di “strage delle donne” con un tasso di femminicidi cento volte inferiore.

Ma la disoccupazione non può spiegare tutta l’eccezionalità del tasso di suicidi tra i Sardi.

Come si è visto, il Meridione d’Italia presenta tassi tassi circa due volte e mezzo inferiori.

Per trovare cifre simile a quelle sarde, bisogna andare in Sud Tirolo: “Sono dati pari solo a quelli della Provincia di Bolzano (20 casi per gli uomini e 5,5 per le donne).”

E il Sud Tirolo è ricco.

Rimangono, come possibili spiegazioni, una predisposizione genetica alla depressione–e questa la lasciamo ai razzisti–o una predisposizione culturale.

I Sardi non si amano, e questo è un dato di fatto.

Ai Sardi, sia la scuola italiana, sia la società, dominata dalla borghesia sardignola, insegna l’autodisprezzo, il self-hate.

Cose già dette tante volte e ignorate, come si cerca di ignorare il triste record dei suicidi.

Ripeto, occorrerebbero delle ricerche, ma è evidente che nessuno le vuole, così come nessuno vuole scoprire le cause della dispersione scolastica.

September 13, 2017

“I femminicidi non sono abbastanza? Cambiamo il significato della parola!”

“Il termine femminicidio non si esaurisce nel definire la morte fisica, anche perché in Itali le vite perse per questa ragione riguardano un numero di donne che oscilla approssimativamente tra 100 e 130 all’anno, che sul piano strettamente umano sono tutte di troppo, ma rappresentano un fenomeno limitato dal punto di vista statistico, almeno rispetto ad altre classificazioni di perdita.

Per fare un esempio: il fatto che gli incidenti stradali in Italia uccidano ogni anno oltre 3000 persone e ne feriscano circa 250.000 fa si che l’insicurezza stradale venga percepita come un problema collettivo e si mettano in atto specifiche azioni preventive e sanzionatorie per ridurne la portata. Invece il numero relativamente ridotto delle morti dirette per femminicidio – oltre a essere frutto di un calcolo approssimativo dovuto all’assenza di uno specifico osservatorio del fenomeno – genera un allarme sociale che può sembrare ingannevolmente acuto in prossimità di fatti di cronaca particolarmente efferati, ma che nella quotidianità è invece quasi inesistente. Il numero di morte per femminicidio è infatti 40 volte più basso persino della soglia necessaria per definire una qualunque malattia rara.”

Dopo queste considerazioni, Michela Murgia propone semplicemente di cambiare il significato della parola “femminicidio”.

Insomma, visto che in Italia non si ammazzano abbastanza donne da giustificare l’allarme sociale da lei invocato , la soluzione consisterebbe nello stravolgere il significato del termine “femminicidio”, in modo da includere qualsiasi forma di oppressione delle donne.

Ora, se non ci possono essere dubbi sul fatto che le donne siano ancora largamente oppresse, non ci possono essere nemmeno dubbi–non li ha nemmeno lei, Murgia–sul fatto che il femminicidio sia un fenomeno marginale, meno marginale del fenomeno opposto, cioé delle donne che ammazzano i loro compagni, ma marginale.

A cosa servirebbe la truffa semantica proposta dalla nota scrittrice italiana?

Io non sono mai entrato nella sua testa e mi limito a dire che un simile imbroglio servirebbe soltanto a creare ancora piú confusione di quanto non facciano i falsi allarmi sulla falsa “emergenza femminicidi”.

Ricordiamo: “Il numero di morte per femminicidio è infatti 40 volte più basso persino della soglia necessaria per definire una qualunque malattia rara.”

A chi serve confondere l’oppressione delle donne (reale e diffusa) con un fenomeno sporadico (120 casi su sessanta milioni di abitanti)?

Non credo che serva alle donne.

Serve sicuramente ai due giornali che piú diffondono l’allarme sul femminicidio: Corriere della Sera e La Repubblica.

Forse serve a Michela Murgia ma questo solo lei puó saperlo,.

July 31, 2017

Della letteratura sarda e della letteratura, eja, quella

Come la pillona di un vecchio—anzi, anziano, che oggi mi sento politicamente corretto—la discussione sulla letteratura sarda si inturgidisce per un attimo e poi se ne muore.

Ogni anno la stessa storia: un cagallone usa i soldi dei sardi per decidere cosa sia letteratura e cosa no.

Notate l’uso della parola CAGALLONE.

Non uso la parola STRONZO, che ancora possiede una sua perversa dignità.

Nossi: CAGALLONE e bo’!

Ogni anno la discussione infuria sul tema della letteratura sarda: si propongono definizioni su definizioni.

Tutte sbagliate tranne la mia: “La letteratura sarda si definisce politicamente”.

E tutte le discussioni si concludono sempre con vari emuli del CAGALLONE NUMBER ONE che dicono: “Non importa definire la letteratura in base alla lingua usata, o i temi trattati, o la nazionalità dell’autore. Ciò che importa è che sia buona letteratura.

I cagalloni sono gli unici esseri umani capaci di definire non solo cosa sia la letteratura, ma addirittura cosa sia la buona letteratura.

Il CAGALLONE NUMBER ONE pretende di escludere la letteratura sarda dal suo festival personale, pagato dai sardi cotzine, sulla base di ciò che lui stesso definisce come buona letteratura.

Per puro caso al cagallone sardignolo che, lo ha ammesso in pubblico, si vergognava fino a poco fa di parlare in sardo, non piace la narrativa in sardo.

Ma cosa sarebbe mai la buona letteratura?

Ma perfino la letteratura, cosa sarebbe mai?

Io ci ho rinunciato da molto a definirla.

Dai tempi in cui ho dato i miei bravi esami.

Studiando letteratura ho capito che, a me, della letteratura non me ne frega niente.

Detto questo, esiste narrativa che mi piace e narrativa che non mi piace.

E non penso che uno debba farsi chissà quali film sulla narrativa che gli piace.

Il mestiere del critico letterario è un mestiere come un altro: se ci campano, buon pro gli faccia.

Uno scrittore, ogni tanto, riesce a campare senza una definizione di letteratura.

Un critico letterario non camperebbe.

La definizione di letteratura non serve a chi la letteratura la produce, ma a chi la definisce.

E adesso, per ridere, vi racconto la storia del mio romanzo.

Eja, io che non credo alla letteratura, ho scritto un romanzo.

Dopo molti tentativi in sardo, ho finito per scriverlo in italiano.

Per cui, io, in tutta la discussione sull’esclusione della narrativa in sardo non c’entro.

La mia è letteratura regionale italiana, secondo la mia definizione.

Di cosa parla il mio romanzo?

Di una pillona grande grande.

Oppure del nostro bisogno di avere sempre qualche illusione.

O forse di cosa sia la normalità.

O molto più probabilmente è un gioco perverso con il lettore.

Un giornalista/filosofo con grandi ambizioni—ispirato da unu calloni chi esistit—vuole intervistare un guaritore per sputtanarlo.

Ma il guaritore lo frega: non si lascia intervistare, ma gli racconta quello che vuole lui al registratore e glielo racconta in sardo, lingua che il calloni tontu si è rifiutato di imparare.

Allora lui si rivolge al collega/amante saltuario, molto meno ambizioso di lui, corrispondente locale sensazionalista e anche bugiardo, perché gli traduca il racconto del guaritore.

A questo punto comincia la storia di Giagu Tuttominca.

E a questo punto tutti i lettori, sia quelli a cui il romanzo è piaciuto, sia a quello che ci hanno vomitato sopra, non si rendono conto che la storia che leggono non è quella di Giagu, ma quella che traduce—traduce?—il corrispondente locale sensazionalista e anche bugiardo.

Manco uno che se ne sia accorto.

Il racconto di Giagu, in un linguaggio quotidiano, antiletterario, risulta evidentemente così credibile che diverse persone mi hanno chiesto se il romanzo fosse autobiografico.

Invece ho preso un romanzo di Hemingway—The sun also rises—e l’ho ribaltato—dove quello finisce, il mio comincia—e ho reso esplicito quello che Hemingway, quasi cento anni fa, non poteva esplicitamente raccontare.

E poi l’ho infarcito di citazioni sfacciate dal mio autore preferito, Marquez,  e, a sbarradura, Bibbia e perfino Cesare.

Ma, naturalmente, i personaggi sono tutti amici o conoscenti: Giagu consiste di due amici, uno molto mincuto e un’altro coglione abbastanza da fare da protagonista a una barzelletta tragica.

Gli amici romanzieri che hanno letto il mio romanzo ultraletterario l’hanno definito come “non-letteratura”.

Secondo Antoni Arca, il nostro editore non avrebbe mai dovuto pubblicarlo.

Secondo Savina Dolores Massa il romanzo comincia a poche righe dalla fine.

Nanni Falconi ci ha visto solo un’autobiografia.

Nicolò Migheli ha svicolato—su richiesta—con un un diplomatico: ”malinconico”.

A una piccola maggioranza dei miei lettori il romanzo è piaciuto.

Marco Zurru: “È un libro del cazzo!”

Federico Gobbo: “Scritto bene, fa ridere e fa pensare”.

Insomma, cosa sarebbe mai questa letteratura?

Secondo quello che ho imparato all’Università di Amsterdam—in quegli anni, la miglior facoltà di Lettere d’Europa, a detta del tedesco Der Spiegel—letteratura è quello che si presta a un gran numero di interpretazioni differenti.

Io, allora, sono riuscito a farne.

Cazzo, se ci sono riuscito!

July 25, 2017

Uncle Paddor

Afbeeldingsresultaat

Nella loro eterna rincorsa dei ricchi e potenti (cercatevi i lavori di Labov, fondatore della sociolinguistica, nei primi anni Settanta), i parvenus adottano la lingua dei ceti sociali che costituiscono il loro modello e ai quali desiderano essere assimilati.

Ma i ricchi e potenti non vogliono essere assimilati ai wannabe, sennò che gusto ci sarebbe, e così cambiano in continuazione la loro lingua, lasciando i parvenus sempre indietro.

La rincorsa dei wannabe è una fatica di Sisifo: ogni volta che raggiungono la meta scoprono che questa non è più lì.

Ancora una volta i ricchi e potenti li hanno fregati e la loro lingua suona, ancora una volta superata, tipica, appunto, di chi si atteggia a ricco e potente, ma è solo una mezza sega.

E i ricchi e potenti ridono alle loro spalle, come ridevano cento anni fa di Tziu Paddori, che non sapeva parlare in italiano.

Così succede, in Sardegna, che le mezze seghe, ora che “tutti parlano italiano”–eja, credici che quello che parlate sia italiano!–infarciscano di inglese–eja, credici che quello sia inglese!–perfino i testi delle leggi regionali.

Insomma, la rincorsa dei parvenus in Sardegna è arrivata al capolinea di questa tornata.

L’italiano ha concluso il suo ciclo storico come lingua dei ricchi e potenti: adesso bisogna passare all’inglese.

Non durerà più di alcuni decenni, visto anche che l’America rischia di sprofondare sotto il suo debito pubblico.

Facile prevedere che la nuova lingua dei ricchi e potenti sarà abbastanza presto il cinese.

A difendere l’italiano come lingua di prestigio, rimangono le solite retroguardie nazionaliste: gente del PD, insomma: “A proporre l’emendamento per cancellare le parole non italiane dal testo, è stato il consigliere Roberto Deriu, vicecapogruppo del Pd, il quale ha chiesto di modificare la “Sardegna destination management organization” con “Bella Sardegna”. Deriu dice: “Abituiamoci a usare la nostra lingua”.” (http://www.sardiniapost.it/politica/turismo-accorpate-14-proposte-legge-scoppia-caso-delle-parole-inglese/)

Dopo la fatica che hanno fatto per parlare come i ricchi e potenti, non si rassegnano al loro destino.

È dura la vita delle mezze seghe.

Senza speranza alcuna.

July 16, 2017

Il Masala Sublime

“Se emergerà una grande scrittura in sardo, non avrà bisogno di nessuna protezione: sarà inarrestabile come ogni grande scrittura.” (cit :Il grande, anzi il magnifico, anzi l’insuperabile Alberto Masala) http://www.anthonymuroni.it/…/due-tre-parole-sui-festival-…/

 Se non conoscete Alberto Masala, non sapete cosa vi siete persi.
Comunque ci pensa lui stesso a farvelo sapere in questo intervento mandato ad Antony Muroni.
Un Intervento in cui dovrebbe ribattere alle critiche ai festival letterari sardofobi e invece ci parla dell’ineffabile, sublime Alberto Masala himself.
Cito solo la magnifica frase che ho estratto dalla conclusione del suo testo, sì, sublime.
Masala è sublime, ma ancora non ha capito che per far emergere una letteratura ci voglio i lettori.
E non sa nemmeno che i lettori li forma la scuola, attraverso l’istruzione in una data lingua, istruzione che in genere comporta anche l’insegnamento della letteratura, oltre che della lingua stessa.
Insomma, formare dei lettori di una data letteratura–per esempio, quella italiana– costa miliardi ai contribuenti.
Provate ad immaginare quanti leggerebbero autori italiani, se a scuola l’italiano lo insegnassero quanto si insegna il sardo.
Ma Masala, sublime e felice, ignora il fatto che lo stato, ogni stato, di fatto protegge gli autori che di quello stato usano la lingua ufficiale e insegnata nelle scuole.
Si limita a dire che il sardo non conosce una grande scrittura e perciò non va protetto e–deduzione immediatamente conseguente– presentato, nelle sue opere, ai festival letterari.
A parte il fatto che immediatamente mi viene da chiedermi se il Masala Sublime conosca la letteratura sarda, devo dolorosamente constatare che a volte è meglio essere un po’ meno Grandi e Sublimi e un po’ più intelligenti e informati.
July 10, 2017

Della nazione e altre creature mitologiche

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Un mio vecchio articolo ha fatto ripartire la discussione, nel profilo di FB di Alessandro Mongili, sul concetto di letteratura nazionale.

Ovviamente, la discussione si è arenata subito, perché senza una definizione condivisa del concetto di nazione non si va molto lontano.

Io, a questa definizione, ci lavoro da qualche anno (da quando esiste il blog: vedete Nazione? e Partito della nazione?)

Ho trovato sul “New Penguin English Dictionary” alla voce “nation”:
A. “a people with a common origin, tradition and language.
B.: “a community of people possessing a more or less defined territory and government.”
Traduco:
A. “un popolo con un’origine, una tradizione e una lingua comuni.
B.: “una comunità che possiede un territorio e un governo più o meno definiti”.

Queste sono le definizioni date dal senso comune e, come si vede immediatamente, non si possono applicare praticamente ad alcuna delle “nazioni” che conosciamo.

La nazione, definita in termini “naturali” è un essere mitologico, creato dai giacobini francesi, per fornire allo stato una giustificazione della sua esistenza non più basata sul corpo del re..

La nazione, quando esiste, è un’entità politica, basata sulla volontà politica di essere, appunto, nazione, ovvero:  “una comunità di interessi, affetti, pratiche e simboli condivisi”.

Data questa definizione di nazione, ne discende che una letteratura nazionale è tale quando è espressione di questa comunità, ma contemporaneamente la definisce e, spesso, la costruisce, attraverso i suoi simboli ed esprimendo gli affetti condivisi da essa.

Insomma, non si scappa: una letteratura nazionale è una creatura politica, frutto di autori e lettori–ché senza lettori non esiste alcuna letteratura–che hanno la volontà di aderire alla comunità in questione.

Questo in generale.

Per quanto riguarda la Sardegna, quale sistema di simboli è rimasto a dare ai Sardi un’identità differente da quella italiana?

La lingua/le lingue della Sardegna.

Invito chiunque a indicarmi altre pratiche e altri simboli e lo faccio da anni.

Nessuno mi ha mai indicato altro.

Allora, se non basta il certificato di nascita a darti un’identità sarda–cioè a permettere agli altri di identificarti come sardo–tale certificato non basta nemmeno a definire come sarda la letteratura di un autore che sia sardo soltanto per l’anagrafe.

Certamente non “letteratura nazionale sarda”.

Insomma, i tanti che “si sentono sardi” esclusivamente in italiano e che esprimono la propria sardità postando foto di paesaggi–mare di solito–anzichédi gattini, si rassegnino.

A definire la letteratura nazionale sarda, possono essere soltanto i sardi che hanno la volontà di essere  “una comunità di interessi, affetti e simboli condivisi”.

Gli altri si accontentino della loro letteratura italiana regionale.